Interessi protetti - Successioni, donazioni -  Francesca Zanasi - 20/12/2019

Il vincolo di destinazione

Il vincolo di destinazione non trova una disciplina compiuta nel nostro ordinamento.
L’unica norma di riferimento si rinviene nell’articolo 2645-ter c.c., rubricato“Trascrizione di atti di destinazione per la realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche”; al riguardo, autorevole dottrina ha evidenziato che la norma in esame, seppur in materia di trascrizione, regolamenta non solo gli elementi del vincolo, ma anche gli effetti, finendo così con il costituire un “ministatuto” dell’atto di destinazione. In particolare, secondo il dettato codicistico, possono essere trascritti, al fine di rendere opponibile ai terzi il vincolo di destinazione, gli atti in forma pubblica mediante i quali i beni immobili o beni mobili iscritti in pubblici registri vengono destinati, per un periodo non superiore a novanta anni o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria, alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche ai sensi dell’articolo 1322, secondo comma, c.c. Specifica la norma che i beni conferiti e i loro frutti possono essere impiegati solo per la realizzazione del fine di destinazione e possono costituire oggetto di esecuzione, salvo quanto previsto dall’articolo 2915, primo comma, c.c. solo per debiti contratti per tale scopo. L’effetto del vincolo di destinazione è, pertanto, quello segregativo (c.d. segregazione patrimoniale) che determina una separazione dei beni destinati dal patrimonio del soggetto che lo ha costituito, in modo da finalizzarli al perseguimento dello scopo per il quale l’atto di destinazione è stato istituito.
Dall’analisi del dettato normativo si evince che i beni che possono costituire l’oggetto del negozio di destinazione ex art. 2645-ter c.c. sono soltanto i beni immobili o mobili registrati. Con l’imposizione del vincolo di destinazione, i beni che ne sono oggetto vengono sottratti alle vicende debitorie o successorie in cui può essere coinvolto il loro proprietario; pertanto, non possono essere assoggettati a procedure esecutive o concorsuali, ma i beni conferiti ed i loro frutti possono costituire oggetto di esecuzione solo per i debiti contratti per lo scopo della destinazione e si sottraggono all’eventuale regime di comunione legale dei beni tra i coniugi, così come alle azioni successorie.
In riferimento alla posizione dei creditori si rileva, in particolare, che i creditori del disponente che non vantano una ragione di credito collegata allo scopo della destinazione non possono soddisfarsi sui beni separati, in deroga all’art. 2740 c.c. che disciplina la responsabilità patrimoniale. Tuttavia, la loro tutela si sostanza negli ordinari strumenti previsti dall’ordinamento (in primis l’azione revocatoria ex art. 2901 c.c.), senza dimenticare che l’assenza di una causa meritevole di tutela rende esperibile l’azione di nullità dell’atto di destinazione. Qualora, infine, il terzo pregiudicato sia un legittimario del destinante potranno essere dallo stesso esperite anche le  azioni  a  tutela  della quota  di  riserva,  ove  ne  ricorrano  le condizioni (vale precisare che i beni oggetto del vincolo non faranno parte della massa ereditaria del de cuius).
Altro elemento del vincolo di destinazione che è possibile rinvenire nella norma è la sua durata: per espressa disposizione legislativa il vincolo di destinazione di cui all’art. 2645-ter c.c. non può superare i novant’anni o la durata della vita della persona fisica che ne risulti beneficiaria, così distinguendosi da altri strumenti di segregazione patrimoniale, quali il trust (a seconda di quanto contenuto nell’atto costitutivo). Anche il raggiungimento dello scopo o l’impossibilità di conseguirlo possono determinare l’estinzione del vincolo di destinazione e, inoltre, avendo ad oggetto diritti e situazioni giuridiche disponibili, il vincolo può essere oggetto di risoluzione per mutuo consenso delle parti interessate.
Anche la forma dell’atto istitutivo di un vincolo di destinazione è espressamente prevista dalla norma che ne disciplina la trascrizione: è prevista inderogabilmente la forma pubblica.
Sotto il profilo fiscale, con la circolare n. 3/E del 2008 l’Agenzia dell’Entrate ha definito i vincoli di destinazione come “negozi giuridici mediante i quali determinati beni sono destinati alla realizzazione di un interesse meritevole di tutela da parte dell’ordinamento, con effetti segregativi e limitativi della disponibilità dei beni medesimi”. Anche in tale definizione, tuttavia, non si rinviene un riferimento ad un particolare atto ma solo agli effetti dallo stesso provocati, i c.d. effetti “segregativi” nel senso che i beni vincolati confluiscono in un patrimonio separato rispetto al patrimonio del disponente che ne perde la disponibilità. La confluenza dei beni non è, comunque, funzionale al trasferimento della proprietà in quanto i beni sono vincolati a favore di determinati beneficiari. E’ soprattutto ai fini fiscali che si distingue tra vincoli di destinazione con effetto traslativo e vincoli con effetto “non traslativo”. Al riguardo, infatti, l’articolo 2, comma 47, del decreto legge 262/2006, che ha reintrodotto nel nostro ordinamento l’imposta sulle successioni e donazioni, ne ha esteso l’ambito applicativo alla “costituzione di vincoli di destinazione” su beni e diritti. Ai fini dell’applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni il presupposto è l’effetto segregativo che si produce sui beni conferiti indipendentemente dal trasferimento della proprietà
La giurisprudenza, sul punto, è divisa: una parte della giurisprudenza di legittimità (cfr. Cassazione, sentenza n. 4482/2016) tesa a valorizzare quale presupposto impositivo la mera costituzione del vincolo di destinazione, prescindendo dal concreto effetto traslativo. In quest’ottica, dunque, non rileva l’arricchimento patrimoniale come presupposto del prelievo fiscale ma l’effetto segregativo. Altra parte della giurisprudenza anche recente (da ultimo ordinanza n. 19310/2019) ritiene necessario, ai fini della tassazione, il riscontro di un trasferimento effettivo di ricchezza con un’attribuzione patrimoniale stabile.