Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Emanuela Foligno - 03/11/2017

Illecito endofamiliare – Condannato il padre a risarcire la figlia abbandonata

Tribunale di Roma, I sezione, 19 maggio 2017

 Il Tribunale capitolino con la pronunzia in commento ha trattato la violazione dei doveri genitoriali seguendo i canoni tracciati dal celeberrimo intervento delle Sezioni Unite del 2008 sulla interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c.

Come noto la tematica dei danni non patrimoniali e della loro risarcibilità in seno agli obblighi derivanti dal diritto di famiglia ha condotto, con notevoli sforzi e lavorii giurisprudenziali, al riconoscimento dell’illecito endofamiliare quale fonte di danno non patrimoniale risarcibile.

Difatti il Tribunale richiamando espressamente la sentenza n. 26972/2008 delle SS.UU., che ha stigmatizzato il totale disinteresse di un genitore nei confronti del figlio, ha riconosciuto che il corretto sviluppo psicofisico del figlio sia stato leso dalla mancata presenza del genitore nel percorso evolutivo e che lo stesso abbia, pertanto, subito un danno derivante dal turbamento causato dalla assoluta mancanza della figura paterna.

Il Giudice di merito ha valutato equitativamente il risarcimento ai sensi degli artt. 1226 e 2056 c.c. ed ha applicato il medesimo criterio di calcolo utilizzato per il caso di morte di un genitore, riducendolo poi del 70%.  

Utilizzando le tabelle in uso presso il Tribunale di Roma l’importo risarcibile in capo al figlio sarebbe stato di oltre duecentocinquantamila euro, tale importo è stato poi defalcato del 70% in considerazione del fatto che l’assenza del genitore ha riguardato solo una parte della vita del figlio.

Il Tribunale di Roma ribadisce che il totale disinteresse di un genitore nei confronti del figlio sotto gli aspetti di cura materiale e morale, educazionale e dell’istruzione lede i diritti fondamentali della persona garantiti dagli artt. 2 e 30 della Cost. e dalle norme internazionali in materia.

Ciònonostante pare sia disancorata da tali principi la motivazione cui è giunto il Giudice capitolino nell’applicazione di una riduzione considerevole del risarcimento pari al 70%.

La circostanza che il rapporto padre-figlio sia stato ritenuto non perduto irreversibilmente è considerazione del tutto soggettiva ed anche suggestiva.

Come facilmente intuibile quando un figlio cresce in totale assenza di uno dei genitori tale rapporto non sarà mai più ricostruibile. Ciò che il figlio ha perduto da un genitore nel periodo della sua crescita e della sua formazione da bambino ad adolescente e poi da adolescente ad adulto, corrisponde alla prima e, forse, più importante fase della vita.

Se, in altri termini, si ritiene, come è sempre avvenuto, che la vita umana sia costituita da tre fasi : 0-20/25 crescita/maturità, 25-55 età adulta, ed a seguire la cosiddetta terza età, in teoria il Tribunale nel caso oggetto di esame avrebbe dovuto defalcare il risarcimento spettante al figlio di 1/3, ovverosia del 33%.

In termini risarcitori la differenza sarebbe stata evidentemente sensibile.

La Suprema Corte, anche di recente, ha ribadito che l’equità in tema di liquidazione del danno non patrimoniale deve essere adeguata e proporzionata. Ovverosia devono essere valutate tutte le circostanze concrete del caso specifico allo scopo di ristorare interamente il pregiudizio subito dal danneggiato.

Purtroppo il risarcimento equitativo del danno non patrimoniale sconta ancora inadeguatezze e pare fatichi ad assumere vesti diverse per casi diversi.