-  Mazzon Riccardo  -  24/08/2012

IMPUTABILITA' QUALE PRESUPPOSTO DELLA COLPEVOLEZZA? - Riccardo MAZZON

Definita, in termini contenutistici e positivi, la colpevolezza e messo in primo piano il suo ruolo, ossia quello di attribuire ad un soggetto, attraverso un giudizio normativo di rimproverabilità personale, il fatto materiale dannoso ed obiettivamente antigiuridico (ambito civile), ovvero il fatto tipico (offensivo) ed obiettivamente antigiuridico (ambito penale), è necessario riferire di quello che diviene, in detta costruzione teoretica, il presupposto della colpevolezza, ossia l"imputabilità:

"presupposto della colpevolezza è l"imputabilità. L"imputabilità è regolata nell"art. 2046, nel senso che non è responsabile del fatto illecito chi non aveva la capacità di intendere o volere al momento in cui lo ha commesso, cioè chi al momento del fatto non era idoneo a rendersi conto della portata e del significato della propria condotta" (Trabucchi 2004, 907; ma anche Cass. pen., sez. VI, 1 luglio 1983, GP, 1984, III, 583: "quando i motivi di appello concernono comunque il punto relativo alla colpevolezza, è sempre compreso nella cognizione del giudice del gravame l'eventuale accertamento dell'imputabilità, essendo questa il presupposto necessario di quella" - cfr., amplius, da ultimo, "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012 -.

In effetti, l"adesione ad una concezione c.d. normativa della colpevolezza porta ad affermare che, sebbene

"…anche gli incapaci possano realizzare il fatto o con dolo o con colpa…", (Padovani 2006, 57)

ciononostante tali coefficienti di imputazione assumono, nei loro confronti, un valore profondamente diverso che nei confronti dei soggetti capaci.

"Il dolo dell"omicida paranoico, affetto da delirio di persecuzione, non può, ad esempio, essere posto sullo stesso piano del dolo dell"omicida pienamente imputabile; l"incapacità di valutare il significato delle proprie azioni trasforma il dolo in un coefficiente abnorme, che può solo caratterizzare la (maggiore) pericolosità del soggetto, ma non certo esprimere l"appartenenza del fatto al suo autore nel senso indicato dal principio di colpevolezza. In realtà, senza imputabilità non si dà giudizio di colpevolezza" (Padovani 1998, 237).

Pare, in effetti, aderire alla suddetta accezione (concezione c.d. normativa) Corte Costituzionale n. 114/1998, la quale prende spunto anche dai più recenti disegni di legge in materia per affermare lo stretto legame intercorrente tra colpevolezza ed imputabilità; osserva la citata pronuncia come non si possa (trattando l'argomento avuto riguardo all'epoca temporale più recente) trascurare che nel più importante disegno di nuovo codice penale degli ultimi anni, nell'elencare i casi di esclusione della imputabilità (e corrispondentemente di grande diminuzione della stessa, con conseguente riduzione di pena) sia previsto quello in cui il soggetto "era, per infermità o per altra anomalia o per cronica intossicazione da alcool ovvero da sostanze stupefacenti, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere o di volere".

Dove, dunque, alla cronica intossicazione da alcool o da sostanze stupefacenti si fa ancora uno spazio autonomo, non identificandola necessariamente con l'infermità (o semi-infermità) mentale, ma ad esse parificandola sotto il segno dell'assenza o della diminuzione della imputabilità, e dunque della colpevolezza; ed è proprio in questa opportunità di riaffermare anche nei casi in esame - a prescindere da ogni legittima discussione scientifica sulla esatta nozione dell'infermità mentale e del ricorso che a questa nozione ritiene di fare la giurisprudenza ordinaria - il superiore valore del principio di colpevolezza che deve individuarsi la non irragionevolezza della disposizione di cui all'art. 95 del codice penale.

È infatti, in ultima analisi, il riferimento alla colpevolezza o meno del soggetto quello che deve permettere di distinguere, dal punto di vista della volontà del legislatore e per le conseguenze dalla legge previste, la intossicazione acuta da quella cronica: colpevole quella acuta, sia pure dandosi spazio a tutti i trattamenti di recupero e agli altri provvedimenti ritenuti adeguati sul piano dell'applicazione e dell'esecuzione delle pene; incolpevole, o meno colpevole, quella cronica, sia pure attraverso il passaggio, nell'ipotesi della pena soltanto diminuita, per la discussa e discutibile figura della semi-imputabilità:

"così pure, è facendo riferimento al principio di colpevolezza che il giudice deve porsi in grado di risolvere i problemi che si presentano nella concreta applicazione dell'art. 95 del codice penale, facendo applicazione, nel dubbio, proprio delle regole di giudizio espressamente stabilite nei commi 2 e 3 (quest'ultimo comma ritenuto in astratto dalle ordinanze del giudice rimettente riferibile anche alle cause di non imputabilità) dell'art. 530 del codice di procedura penale. Sotto questo profilo una motivazione della sentenza è non solo possibile ma doverosa, anche a prescindere dal pur rilevante parere eventualmente espresso, sia sull'imputabilità che sulla pericolosità sociale, dal perito o dai periti. La motivazione delle sentenze essendo dunque, nei casi come quelli prospettati dalle ordinanze di rimessione, tutt'altro che impossibile, la questione di incostituzionalità sollevata anche in riferimento all'art. 111 Cost. deve ritenersi non fondata" (Corte cost. 16 aprile 1998, n. 114, FI, 1998, I, 763).

Lo stesso dicasi per la seguente pronuncia, ove è affrontato anche il problema del vizio parziale di mente (la cui presenza non compromette, di per se sola, l"esistenza della colpevolezza):

"Accertato l'elemento intenzionale del reato di omicidio, nessuna influenza ha, riguardo ad esso, il vizio parziale di mente che attiene all'imputabilità dell'agente: il dolo rappresenta la volontà di costui diretta all'evento che si è rappresentato, attiene alla colpevolezza che presuppone il superamento logico dell'analisi della imputabilità e non può essere influenzata da questa nell'ipotesi dell'accertato vizio parziale di mente, rilevante ai fini della diminuzione della pena" (Cass. pen., sez. I, 3 maggio 1994, GP, 1995, II, 257).

Doveroso, in ogni caso, dar conto delle numerose perplessità che, specie in ambito penale, la dottrina ha sollevato circa il ruolo di presupposto della colpevolezza che l"imputabilità andrebbe ad assumere; secondo una parte della dottrina, la tematica dell"imputabilità concernerebbe non la colpevolezza, ma il reo.

Più precisamente, essa costituirebbe una condizione personale per l"applicazione della pena.

Da questo punto di vista, l"imputabilità presupporrebbe il reato (e non concorrerebbe invece a costituirlo). Una tale prospettiva implica l"adesione ad una concezione strettamente psicologica della colpevolezza: solo identificandola nel puro nesso psichico si può infatti concepirne la sussistenza anche nei confronti di soggetti non imputabili:

"a sostegno si adduce la circostanza che anche ai fini delle misure di sicurezza rileva la distinzione fra delitto doloso e delitto colposo (v., ad esempio, gli artt. 219 e 221 c.p.): ciò che dimostrerebbe appunto la necessità di accertare il nesso psichico a prescindere dall"imputabilità" (Padovani 1998, 237).

Parrebbero aderire a tale accezione (concezione psicologica della colpevolezza) quelle pronunce che assumono carattere prioritario all"accertamento del fatto reato, rispetto all"accertamento dell"imputabilità, specie quando affermano che l'accertamento del fatto-reato, in tutte le sue componenti, comprese quelle circostanziali, presenta carattere di priorità rispetto a quello dell'imputabilità del soggetto cui il fatto medesimo viene attribuito:

"Nella specie, in applicazione di tale principio, la S.C. ha censurato la decisione del giudice d'appello il quale, investito di gravame proposto dall'imputato avverso sentenza con la quale il medesimo era stato assolto per vizio totale di mente, con applicazione di misura di sicurezza, aveva ritenuto di non poter prendere in esame la richiesta di attenuanti generiche avanzata dall'appellante giacché in tal modo avrebbe indebitamente espresso, in assenza di impugnazione del p.m., un implicito giudizio di colpevolezza" (Cass. pen., sez. VI, 11 aprile 2001, n. 29106, RP, 2001, 931).

Ancor più esplicitamente, è stato sostenuto come i concetti di imputabilità e colpevolezza vadano tenuti distinti e non sono legati da alcun rapporto di presupposizione:

"ne consegue che gli stati psichici che costituiscono il dolo e la colpa possono riscontrarsi anche nella condotta di un soggetto infradiciottenne incapace di intendere e di volere" (Trib. Min. L'Aquila 22 maggio 1996, FI, 1997, II, 511).

L"adesione alla concezione psicologica non pare, peraltro condivisibile:

"Il rilievo è esatto, ma infondate le implicazioni generali che se ne vogliono trarre: anche gli incapaci possono realizzare il fatto o con dolo o con colpa, ma tali coefficienti di imputazione assumono, nei loro confronti, un valore profondamente diverso che nei confronti dei soggetti capaci" (Padovani 1998, 237).

 




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