Pubblica amministrazione - Pubblica amministrazione -  Alceste Santuari - 11/10/2017

In house: se fallisce, l’ente locale deve rivolgersi al mercato – Corte Conti Sicilia 143/17

La Corte dei Conti, sezione regionale di controllo per la Sicilia, con deliberazione 20 settembre 2017, n. 143, richiamando la previsione contenuta nell’art. 14, comma 6, d. lgs. n. 175/2016, ha confermato il divieto per gli enti locali di costituire una nuova società per la gestione di un servizio pubblico in precedenza affidato ad una società dagli stessi partecipati e poi fallita.

L’articolo 14 sopra citato stabilisce infatti che nei cinque anni successivi alla dichiarazione di fallimento di una società a controllo pubblico titolare di affidamenti diretti, l’ente locale/gli enti locali controllanti non possono costituire nuove società, né acquisire o mantenere partecipazioni in società, che gestiscano gli stessi servizi di quella fallita.

Come abbiamo già avuto modo di evidenziare in precedenti contributi pubblicati su questo sito, il T.U. sulle società a partecipazione pubblica ha inteso regolare le situazioni di crisi aziendale delle partecipate. Tra le disposizioni cui le società in parola sono assoggettate rientrano anche quelle relative al fallimento, muovendo dal presupposto che le società a partecipazione pubblica, ivi comprese quelle in house, devono “comportarsi” alla stessa stregua delle società di diritto privato.

Nel contesto sopra delineato, i giudici contabili siciliani hanno ribadito che la previsione di cui all’art. 14, comma 6 del T.U. sulle società a partecipazione pubblica induce a ritenere che, l’ente pubblico non può costituire una nuova società, bensì deve rivolgersi al mercato affinché il servizio gestito in precedenza dalla società fallita trovi negli operatori economici in concorrenza tra loro un’offerta adeguata di gestione.

Da ciò consegue che l’art. 14 citato introduce un divieto da interpretarsi in modo perentorio, che prescinde dalla formale determinazione dell’ente in sede di ricognizione delle partecipazioni in occasione dell’approvazione dei piani di razionalizzazione. Il T.U. ha dunque introdotto una disciplina di contenuto pubblicistico e sanzionatorio finalizzata ad impedire alla P.A. di continuare ad esercitare attività quale imprenditore pubblico e, contestualmente, ad obbligare la medesima P.A. ad attivare procedure ad evidenza pubblica per affidare il/i servizio/i. E ciò in conseguenza del fatto che il soggetto societario partecipato ha dato prova di essere inefficace, sottolineando l’insuccesso del modulo gestorio individuato a suo tempo per l’erogazione di quel / di quei servizio/i di interesse pubblico.

Nell’esternalizzare il / i servizio/i, ovviamente, la P.A. dovrà avere cura di esercitare tutte le prerogative di controllo e di monitoraggio di natura contrattuale che le procedure ad evidenza pubblica consentono alle stazioni appaltanti, in specie avendo particolare attenzione al perseguimento delle finalità di interesse collettivo che attraverso quel/i servizio/i la P.A. intende realizzare.