Giustizia civile - Giustizia civile -  Michela Del Vecchio - 08/05/2019

Incidenza di indirizzi interpretativi consolidati sulla responsabilità civile del giudice – SSUU 11747 del 6 maggio 2019

Era jus receptum (fino all’entrata in vigore della legge 18/15) che il vizio di violazione di legge ex art. 360 n. 3 cpc  consistesse nella deduzione di un’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge (con conseguente e necessario problema interpretativo della stessa); viceversa, l’allegazione di un’erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della legge. Il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi – violazione di legge in senso proprio a causa dell’erronea ricognizione dell’astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta, è segnato dal fatto che solo quest’ultima censura (e non anche la prima) è mediata dalla contestazione delle risultanze del fatto.  In altri termini, secondo tale orientamento consolidato, le espressioni violazione e falsa applicazione di legge descrivono i due momenti in cui si articola il giudizio di diritto ovvero quello concernente la ricerca e l’interpretazione della norma ritenuta regolatrice del caso concreto ed, il secondo, l’applicazione della norma stessa al caso concreto (Cass. 16698/10; 9908/10; 8730/10).

Con le modifiche apportate dalla legge 18 del 2015 alla c.d. legge Vassalli (L. 117/88) si è posta la questione interpretativa del termine “violazione e falsa applicazione delle norme di legge” con riferimento alla c.d. clausole di salvaguardia (“nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove”) ed alla loro riformulazione (“fatti salvi i commi 3 e 3 bis ed i casi di dolo, nell’esercizio delle funzioni giudiziarie non può dar luogo a responsabilità l’attività di interpretazione di norme di diritto né quella di valutazione del fatto e delle prove”): si è posta in altri termini la necessità di definire cosa costituisca “grave violazione di legge” per indicare a quali condizioni l’inosservanza di un orientamento giurisprudenziale consolidato costituisca un illecito giudiziario.

La questione è stata rimessa alle Sezioni Unite della Cassazione che, al riguardo, hanno chiarito tre aspetti.

In primo luogo, le Sezioni Unite hanno ribadito che un indirizzo giurisprudenziale, per quanto consolidato, non costituisce un dato interpretativo incontestabile. L’equiparazione a violazione manifesta di legge di una granitica attività interpretativa giurisprudenziale importerebbe l’abnorme considerazione dell’insindacabilità dell’interpretazione giurisprudenziale. Ove l’accertamento ricada non sull’esistenza di un orientamento giurisprudenziale consolidato (la cui inosservanza non può, come detto, costituire presupposto di responsabilità civile del magistrato) ma sulle condizioni in base alle quali la violazione dell’indirizzo interpretativo consolidato si traduca in inosservanza di norme del diritto vivente, le Sezioni Unite hanno evidenziato che “in un sistema che valorizza l’affidabilità e la prevedibilità delle decisioni, l’adozione di una soluzione difforme dai precedenti non può essere né gratuita, né immotivata, né immediata ma deve essere frutto di una scelta interpretativa consapevole e riconoscibile come tale, ossia comprensibile, e ciò avviene più facilmente se esplicitata a mezzo della motivazione”.

Si torna dunque sul tema della “grave violazione di legge” in termini di mancata attribuzione al fatto oggetto di accertamento di effetti giuridici indicati dal diritto vivente. Nell’ordinanza rimessiva della quaestio alle Sezioni Unite, infatti, si parla di “travisamento linguistico” della disposizione che potrebbe portare alla mancata osservanza degli enunciati corrispondenti all’indirizzo interpretativo consolidato.

Ritornano a tal proposito in mente gli insegnamenti di Crisafulli e la distinzione tra disposizione e norma. La disposizione è il puro enunciato linguistico considerato quale significante prima che all’esito dell’attività interpretativa acquisti il proprio significato normativo e diventi quindi norma da cui estrarre il precetto. Nel bilanciamento tra disposizione e norma occorre in ogni caso procedere nell’ambito dei principi costituzionali. Ebbene, nella conoscenza delle condizioni in cui il giudice possa incorrere in  “grave” violazione di legge e, dunque, rispondere civilmente, le Sezioni Unite chiariscono che non ricorrono tali condizioni ove il giudice erri nella conoscenza del dato semantico normativo (la “disposizione” o enunciato linguistico di cui si è brevemente detto) bensì quando la decisione “contenga affermazioni … sconfinanti nel provvedimento abnorme o nel diritto livero e pertanto caratterizzate da una negligenza inesplicabile, prima ancora che inescusabile”.  In tali casi, infatti, l’attività interpretativa e di accertamento del fatto e delle norme di diritto allo stesso applicabili, posta alla base della decisione, rimane distinta per logica dall’interpretazione stessa: in tali ipotesi l’errore del giudice cade “sull’individuazione, ovvero sull’applicazione o infine sul significato della disposizione intesa quest’ultima come fatto, come elaborato linguistico preso in considerazione dal giudice che non ne comprende la portata semantica”.

Infine, le Sezioni Unite tornano sul valore semantico anche della motivazione della decisione ricordando che “in tema di responsabilità civile dello Stato per danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie, la presenza di una motivazione non è condizione necessaria e sufficiente ad escludere sempre l’ammissibilità di un’azione di responsabilità per grave violazione di legge determinata da negligenza inescusabile ma è di certo ausilio alla comprensibilità della decisione … in quanto frutto del processo interpretativo; per contro, non tutti i casi di mancanza della motivazione, ancorchè la pronunzia si ponga in contrasto con l’orientamento giurisprudenziale maggioritario, sono fonte di responsabilità purchè la scelta interpretativa sia ugualmente riconoscibile”.

Con quest’ultimo principio di diritto le Sezioni unite, dunque, tornano a valutare la responsabilità civile del magistrato in una funzione di coordinamento con le normative europee e nell’ottica di una responsabilità euro-unitaria le c.d. clausole di salvaguardia di cui sopra si è detto (che presiedono appunto l’autonomia e l’indipendenza della magistratura ex artt 101, 104 e 108 Cost.) non vengono in rilievo perché si tratta della responsabilità dello Stato nella sua unità, in modo indipendente dall’organo che agisce, quale membro dell’Unione Europea. Ne consegue che il verificarsi delle condizioni di responsabilità civile del giudice in tema di diritto europeo importa la responsabilità stessa dello Stato seppur tale responsabilità derivi da errata interpretazione delle norma di diritto europeo da parte del suo organo di giustizia.