Deboli, svantaggiati - Deboli, svantaggiati -  Valeria Cianciolo - 18/01/2018

Incostituzionale la norma che non esonera dal giuramento, ai fini della trascrizione del decreto di concessione della cittadinanza, il disabile incapace. Nota a Corte costituzionale, sentenza 7 dicembre 2017, n. 258

Con la sentenza del 7 dicembre 2017 n. 258, il Giudice delle leggi ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell'art. 10 della Legge 5 febbraio 1992 n. 91 nella parte in cui non esonera dal giuramento, ai fini della trascrizione nei registri dello stato civile del decreto presidenziale di concessione della cittadinanza, il disabile incapace di soddisfare tale adempimento in ragione di una grave e accertata condizione di disabilità. Non conta il “tipo” di incapacità giuridicamente rilevante, ma ha rilievo l’impossibilità materiale di compiere l’atto in ragione di una grave patologia.

 

Il caso. Un amministratore di sostegno aveva richiesto al giudice tutelare di Modena di autorizzare la trascrizione del decreto presidenziale di concessione della cittadinanza emesso a favore della figlia. 

Con ordinanza del 6 dicembre 2016, il giudice tutelare del Tribunale di Modena sollevava questione di legittimità costituzionale degli artt. 10 della legge 5 febbraio 1992, n. 91(Nuove norme sulla cittadinanza), 7, secondo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 12 ottobre 1993, n. 572 (Regolamento di esecuzione della legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza) e 25, primo comma, del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della legge 15 maggio 1997, n. 127), nelle parti in cui non prevedono l’esenzione dall’obbligo del giuramento, ai fini della trascrizione del decreto di cittadinanza, della persona affetta da disabilità la quale, per le sue condizioni, si trovi nell’impossibilità di adempiere tale obbligo.

Secondo il rimettente, in virtù delle norme censurate, il decreto presidenziale di concessione della cittadinanza non avrebbe potuto essere trascritto nei registri dello stato civile in assenza del giuramento: l’adempimento di tale obbligo sarebbe stato determinante ai fini dell’acquisto della cittadinanza italiana, acquisto che non sarebbe risultato possibile nel caso in cui la persona non fosse stata in grado di prestare il prescritto giuramento a causa di disabilità psichica.

Il rimettente ha richiamato alcune pronunce giurisdizionali che hanno tentato di affrontare la questione.

Un primo decreto emesso dal Tribunale di Bologna, in data 9 gennaio 2009, ha esonerato dal giuramento l'incapace, applicando all'amministrazione di sostegno, ex art. 411 del codice civile, l'orientamento espresso dal Consiglio di Stato in sede consultiva con riferimento all'interdizione. A parere del Consiglio di Stato, il giuramento non dovrebbe essere richiesto all'interdetto nei procedimenti per l'acquisizione della cittadinanza, in quanto atto personalissimo non delegabile al tutore[1].

Il rimettente reputa tali soluzioni non convincenti, escludendo la possibilità di applicazione analogica dell'art. 411 cod. civ. per estendere all'amministrazione di sostegno effetti, limitazioni o decadenze previsti dalla legge per l'interdetto e l'inabilitato.

Sostiene il giudice modenese che "non permettere al disabile psichico l'acquisizione di un diritto fondamentale", qual è lo status di cittadino, "dal momento che non è in grado della prestazione dell'atto formale del giuramento, significherebbe, alla fin fine, non "garantire" tale diritto; escludendo, così, l'infermo di mente dalla nuova collettività in cui è nato e si è formato, solo a causa dell'impedimento determinato dalla sua condizione psichica di natura personale". Da qui una palese violazione dell’art. 2 Cost.

 Continua il giudice rimettente: “l'impossibilità di prestare giuramento sarebbe infatti un "significativo "ostacolo" che impedisce la piena realizzazione della personalità del disabile affetto da malattia mentale. Vi sarebbe quindi una "disparità di trattamento tra cittadini sani e normali, [...] in grado di prestare giuramento, e quanti sani non siano in quanto affetti da disabilità e che, per effetto della mancata prestazione del giuramento, non possono acquistare lo status civitatis". Da qui una palese violazione dell’art. 3 Cost.

Fra le condizioni personali che limitano l'eguaglianza si colloca indubbiamente la condizione di disabilità.

Il Tribunale non manca di sottolineare come la normativa impugnata contrasti con "[i]l quadro legislativo sovranazionale, cui l'ordinamento dello Stato è tenuto a conformarsi". La normativa censurata contrasterebbe con l'art. 18 della Convenzione delle Nazioni Unite per i diritti delle persone disabili, il quale disporrebbe che "il diritto alla cittadinanza non può essere negato e dunque i disabili hanno il diritto di acquisire e cambiare la cittadinanza e non possono essere privati della stessa arbitrariamente o a causa della loro disabilità".

La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 10 della legge 5 febbraio 1992, n. 91 , nella parte in cui non prevede che sia esonerata dal giuramento la persona incapace di soddisfare tale adempimento in ragione di grave e accertata condizione di disabilità, mentre ha dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale dell’art. 7, comma 2, del d.P.R. 12 ottobre 1993, n. 572 (Regolamento di esecuzione della legge 5 febbraio 1992, n. 91, recante nuove norme sulla cittadinanza) e dell’art. 25, comma 1, del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della legge 15 maggio 1997, n. 127), sollevata dal giudice tutelare del Tribunale ordinario di Modena, con l’ordinanza in epigrafe.

 

[1] Consiglio di Stato, sezione prima, parere del 13 marzo 1987, n. 261/85). In tale direzione, peraltro, si è espresso il Tribunale di Mantova con decreto del 2 dicembre 2010.