Giustizia civile - Impugnazioni -  Letizia Davoli - 09/12/2017

Indicazioni utili per il ricorso in Cassazione

Nell’esaminare le sentenze della Corte di Cassazione sezioni civili, si nota come in tantissime occasioni la Suprema Corte torni a puntualizzare quali sono i limiti dei suoi accertamenti.

In particolare la Cassazione sottolinea la portata dell’art. 360 cpc all’esito della riforma operata dal legislatore nel 2012 rispetto al primo comma, punto n. 5.

Giova ricordare come detta previsione normativa, così come riformulata nel 2012, preveda l’impugnabilità per Cassazione delle sentenze anche “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”.

Si tratta di un punto che ovviamente ha determinato diverse interpretazioni, e che, soprattutto, non ha impedito a moltissimi avvocati di caratterizzare il ricorso per Cassazione con una inammissibile riproposizione del merito dei fatti oggetto di causa.

Inevitabile che sulla questione sia pertanto intervenuta la Suprema Corte con le Sezioni Unite per un’interpretazione “autentica” che costituisce un principio ineludibile per chiunque.

E’ però costante la giurisprudenza della Cassazione che ancora oggi deve ribadire quali siano i confini dell’applicazione corretta dell’art. 360, n. 5.c.p.c.

Si riporta in tal senso, quale utile esempio, l’ennesimo richiamo operato dalla Corte, Sezione Lavoro, a proposito di fatti relativi ad un licenziamento, nella sentenza n. 29047 pubblicata il 5 dicembre 2017:

“Si osserva preliminarmente che i motivi primo, secondo, terzo, quarto, ottavo, nono e decimo, là dove censurano la sentenza di appello per omesso esame circa un fatto  decisivo per il giudizio ex art. 360 n. 5, sono inammissibili, non conformandosi allo schema normativo del nuovo vizio "motivazionale", quale risultante a seguito delle modifiche introdotte con il decreto legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni nella I. 7 agosto 2012, n. 134, pur a fronte di sentenza depositata il 20 dicembre 2013, e, pertanto, in epoca successiva all'entrata in vigore (11 settembre 2012) della novella legislativa. Al riguardo, le Sezioni Unite di questa Corte, con le sentenze n. 8053 e n. 8054 del 2014, hanno precisato che l'art. 360 n. 5 c.p.c., come riformulato a seguito dei recenti interventi, "introduce nell'ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all'omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia)"; con la conseguenza che "nel rigoroso rispetto delle previsioni degli artt. 366, primo comma, n. 6 e 369, secondo comma, n. 4 c.p.c., il ricorrente deve indicare il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua decisività, fermo restando che l'omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto dì tutte le risultanze probatorie".

Si tratta di indicazioni puntuali, che devono essere osservate nelle impugnazioni con ricorso per Cassazione, anche perché, come si legge in un’altra sentenza del 5 dicembre 2017, la n. 29108, “il ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell'intera vicenda processuale, ma solo la facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice di merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di controllarne l'attendibilità e la concludenza e di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad essi sottesi, dando così liberamente prevalenza all'uno o all'altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (Cass. 4 novembre 2013 n. 24679; Cass. 16 novembre 2011, n. 27197; Cass. 6 aprile 2011, n. 7921; Cass. 21 settembre 2006, n. 20455; Cass. 4 aprile 2006, n. 7846; Cass. 89 settembre 2004, n. 18134; Cass. 7 febbraio 2004, n. 2357).

Il tutto sta a significare che non si può più ritenere che da parte della Corte di Cassazione vi sia un controllo di legittimità sulla motivazione delle sentenze come accadeva prima della novella del 2012.

In particolare non si può più sostenere che la motivazione è insufficiente, ma si dovrà per l’appunto dimostrare che è stato omesso l’esame di uno specifico fatto decisivo che sia stato oggetto di discussione tra le parti.

Peraltro la Suprema Corte sottolinea sistematicamente come con il ricorso non si possa “rimettere in discussione l'apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall'analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sé coerente” perché alla Cassazione “non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all'uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione.” (Da ultime le Sentenze n. 9097 e n. 29427 del 2017).