Amministrazione di sostegno - Interdizione, inabilitazione -  Laura Provenzali - 21/11/2017

Interdizione, una scelta ingiusta

La recente sentenza del Tribunale di Torino (Trib. Torino 22/09/2017) ha riacceso il mai sopito dibattito in merito alla scelta della misura di protezione.
E’ desolante constatare come nel 2017, specie a fronte di contesti in cui la fragilità ha assunto una connotazione placida e inerme, lungi dal creare pericoli a sé o agli altri ma bisognosa solo di veder garantito un tramonto dignitoso, si possa ancora ricorrere ad un istituto giuridico residuale, stigmatizzante e obsoleto come l’interdizione.  
La pronuncia in questione riguarda una signora affetta da “disturbo neuro-cognitivo maggiore, cronicizzato e con componente organica degenerativa”.
L'interessata, a quanto pare, è solo in grado di declinare le proprie generalità ed è dimentica di ogni altro aspetto che la riguardi sia sotto il profilo personale che sotto il profilo patrimoniale, al punto di non essere più in grado di “provvedere autonomamente alle sue benché minime esigenze di vita”.
Ai fini del decidere per il giudice torinese rileva l’impossibilità, nel caso concreto, di individuare singoli atti o categorie di atti da affidare, in rappresentanza o in assistenza, all’amministratore di sostegno, con la conseguenza che un eventuale provvedimento che attribuisse all’ads poteri analoghi a quelli del tutore si porrebbe in contrasto con i principi enunciati dalla Corte Costituzionale (il riferimento è alla sentenza n. 440/2005 : “in nessun caso i poteri dell’amministratore possono coincidere “integralmente” con quelli del tutore o del curatore”).
L’ads sarebbe dunque “insufficiente a tutelare la convenuta in modo adeguato, in quanto ella è totalmente incapace di collaborare con un amministratore in merito alla propria gestione e non è in grado di provvedere da sola alle esigenze del quotidiano”. Tanto basta per disporre l’interdizione della signora.
Quante persone in simili condizioni di salute, quante fragilità innocenti chiedono ogni giorno una risposta al loro bisogno? Non abbandonare e non mortificare. Un principio di civiltà che il nostro ordinamento ben  conosce e che consente di offrire la misura personalizzata dell’amministrazione di sostegno.
Questa Rivista ha già dato conto  degli ultimi arresti in materia ( cfr   https://www.personaedanno.it/articolo/l-amministrazione-di-sostegno-cerca-casa-a-torino ) e proprio nel pieno rispetto dei  suddetti principi di diritto è possibile giungere a conclusioni opposte a quelle assunte dal tribunale piemontese e attuare l’abbraccio inclusivo della legge 6/2004 .
Un esempio di merito, fra i tanti, è fornito da questa sentenza del Tribunale di Genova (cfr sent. n. 1491 del 20/03/2012 , allegata), dove il novello istituto dell’ads è stato accolto, fin dagli esordi, con grande favore.
Al vaglio del giudicante una signora che, a seguito di CTU, risulta “affetta da encefalopatia multinfartuale con grave deficit delle funzioni cognitive (…) da cui consegue una totale incapacità di intendere e volere che non le consente di occuparsi autonomamente né del proprio patrimonio né delle proprie necessità, nell’ambito dell’amministrazione sia ordinaria che straordinaria”.
Non è ovviamente in discussione la necessità di adottare una misura di protezione … Quale ?
A guidare il ragionamento del giudice genovese sono i principi espressi dalla Corte Costituzionale (anche in questo caso con riferimento alla sentenza n. 440/2015 ) e dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 3584/2006).
Sotto il primo profilo, è bene ricordare che il Giudice delle Leggi , delimitando l’ambito di operatività delle  misure di protezione,  ha stabilito che “la complessiva disciplina inserita dalla legge n. 6 del 2004 sulle preesistenti norme del codice civile affida al giudice il compito di individuare l’istituto che, da un lato, garantisca all’incapace la tutela più adeguata alla fattispecie e, dall’altro, limiti nella minore misura possibile la sua capacità ; e consente, ove la scelta cada sull’amministrazione di sostegno, che l’ambito dei poteri dell’amministratore sia puntualmente correlato alle caratteristiche del caso concreto”.
Quanto alla pronuncia degli Ermellini , il tribunale ligure osserva che la sentenza citata pone due principi di diritto : “il primo, secondo il quale l’amministrazione di sostegno ha la finalità di offrire a chi si trovi nell’impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi, uno strumento di assistenza che ne sacrifichi in minor misura possibile la capacità di agire (…) il secondo in base al quale l’ambito di applicazione dell’ads deve essere individuato con riguardo non al diverso e meno intenso grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi ma piuttosto alla maggiore idoneità di tale strumento di adeguarsi alle esigenze del soggetto in relazione alla flessibilità del provvedimento ed alla maggiore informalità della procedura “.
In coerenza con quanto sopra, la conclusione del Collegio è per il rigetto della domanda, ritenuta la misura dell’interdizione sproporzionata al caso concreto.
Non va inoltre sottaciuto che, nelle more del giudizio, il Giudice Tutelare ha disposto l’apertura di una amministrazione di sostegno provvisoria che si è rivelata quanto mai utile ed efficace ( “il CTU nella relazione evidenziava che il rapporto con l’ADS è buono e connotato da una componente affettiva che aiuta la signora nella rievocazione : infatti, seppure la stessa subito non ne ricorda il nome, comunque la “ha perfettamente e stabilmente presente come persona “amica” che si occupa di lei e di alcuni aspetti dei suoi “affari” e che per questo merita e riceve affetto e gratitudine”).
Storie simili, necessità equiparabili eppure destini diversi, separati dalla discrezionalità della valutazione sulla congruità della misura di protezione da adottare, come noto rimessa al giudice di merito .
Tempi sempre più maturi e urgenti per giungere all’abrogazione dell’interdizione.