Stranieri, immigrati  -  Redazione P&D  -  29/08/2021

Ius soli: non lasciamoli stranieri su questo suolo - Luigi Trisolino

La tematica della cittadinanza, e con essa la questione dello  “ius soli”, hanno visto contrapporsi nello scenario politico italiano le solite posizioni, ciascuna delle quali rappresenta lo specchio di un’ipotetica tattica elettorale, ed al contempo la sintesi talvolta tragicomica di una quasi certa idea di popolo, nazione, territorio, priorità d’agenda politica. 

Le battaglie politiche, spesso, tracciano il proprio recinto per una o più classi di utenza sociale prediletta. Spetta all’onestà civica e allo spessore intellettuale del contenuto delle singole vertenze dimostrare la non faziosità e la generalizzabile bontà dei propri intenti, nella compagine complessiva dello Stato di diritto. 

Così tradizionalmente i liberali ed i socialisti umanitari, da un canto, allargano l’utenza giuridica ad un bacino di umanità più ampio, facendo leva sul rispetto dei diritti umani universali e sulle innovazioni strategiche del Paese, professando l’inclusione di altre culture etnoantropologiche senza discriminazioni tra esperienze ad alto PIL ed esperienze di popoli del terzo, quarto e quinto mondo. D’altro canto i neonazionalisti, conservatori dell’idea di ferma immanenza geogiuridica, fanno leva sulle contingenze negative delle crisi economico-lavorative, ed ora pure della crisi su più fronti dovuta al COVID-19, per difendere un’idea di identità non multiculturalizzata che perpetua una astratta e destoricizzata italianità in vecchio stile. Pur nella ricostruzione linguistica delle diverse narrative ed oratorie politiche degli ultimissimi tempi, sostanzialmente le ascendenze politico-culturali si pongono a diverse gradazioni in questa macroscopica bipolarità di valori e intenti. 

L’immigrazione però è un fatto, un fenomeno complesso che esiste e che va affrontato in modalità pragmatiche, in modalità che vedano i terreni culturali ispiratori come dei moventi assiologici, e non come delle stanche torri ideologiche entro cui confinare uno scontro fra tifoserie nemiche. Essa realisticamente resta un fatto, e in quanto tale non trova risposte adeguate davanti alle mere congetture o ai discorsi del basso politichese. Ogni conquista di diritti, anzitutto, è il frutto del sacrificio, del sudore e della voce inarrestabile di chi ha saputo battersi con onore per le cause urgenti della vita individuale ed associata, non per sé ma per il beneficio di tutte e tutti. 

Potremmo rimeditare, oggi, l’esigenza di una rigenerazione culturalmente azionista, fatta di valori umanisti ad umanità aperta, transcontinentale. Su questo rifertilizzante terreno culturale potrebbe conseguentemente svilupparsi, nelle cabine di regia dei riformismi, una sensibilità giuridico-interpretativa, neocostituzionale, fondata su nuovi ed ulteriori garantismi intersezionali all’insegna della personologia, con un impatto evolutivamente satisfattivo poliedrico sulle dimensioni sociali, civili, politiche ed esistenziali della pratica applicabilità dei diritti nella vita umana. 

Non possiamo non rimettere in moto le meditazioni evolutive, ancora una volta, con l’intento pluralistico di far calzare le storiche conquiste giuridiche alla mutevole forma che il tempo imprime sulle ‘cose’, oggetto di quei diritti sudati dalle generazioni più anziane. Non possiamo non rimetterci in discussione individualmente, e collettivamente, per canalizzare fattivamente gli attrezzi dell’ermeneutica sulle realtà che la giuridicità dovrebbe governare. 

Oltre l’ermeneutica giuridica, nonché in aggiunta ad essa ed ai suoi oggettivi sacrosanti limiti legalistici (utili alla certezza del diritto stesso), una riforma politica trasversale potrebbe sopravvenire, opportunamente, in questi tempi. Per i figli delle profughe e dei profughi afghani che in Italia nasceranno, e non soltanto per loro bensì per tutti, uno “ius soli” – magari inizialmente temperato da ulteriori requisiti acquisitivi – potrebbe sbocciare, dalle paludi nobili di questa politica. 





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