Biodiritto, bioetica - Generalità, varie -  Redazione P&D - 27/02/2020

Kafka, il suo amico Max e la l. n. 219/2017: sulla “fiducia” e sui ruoli “fiduciari” - Mariassunta Piccinni

Mi è capitato di leggere la Premessa scritta da Ervino Pocar ad una raccolta dei Romanzi di Kafka per i Meridiani Mondadori, in cui si dà conto della scelta di Max Brod di pubblicare le opere postume di Kafka, pur non compiute, nonostante l’amico gli avesse lasciato le sue carte disponendo che venissero tutte distrutte.
Ragionavo negli stessi giorni sul problema dell’attuazione delle DAT e, più in generale, sui compiti del fiduciario e sui doveri del personale sanitario in base alla l. n. 219/2017.
La discussione tecnico-giuridica sulla possibile ampiezza dei poteri attribuibili al fiduciario è aperta e diverse sono le soluzioni prospettabili. Io sono tra quelli che ritengono che il disponente possa configurare i poteri del fiduciario come meglio crede (mero ruolo “attestativo”; più ampio ruolo “integrativo” o anche un ruolo del tutto “creativo”): questa mi pare la soluzione più in linea con lo spirito complessivo della legge.
Così, molto si è ragionato su cosa accada nell’ipotesi in cui le DAT e la relativa istituzione del fiduciario non rispettino i requisiti formali previsti all’art. 4 e, per altro verso, sul significato da attribuire alla possibilità per i medici che si trovino a dare attuazione alle DAT di “disattenderle”, sempre “in accordo con il fiduciario”. Anche in questo caso, a me pare che si debbano ricercare interpretazioni del testo dell’art. 4 che permettano il più possibile di rispettare la personalità del disponente, e, in questo senso, le sue volontà, anche al di là di imperfezioni formali del disponente e, possibilmente, arginando interpretazioni pretestuose che nascondano l’obiettivo di “boicottare” la disciplina introdotta con la l. n. 219.
La vicenda della pubblicazione delle opere postume di Kafka mi ha portato però a riflettere, con tutti i distinguo richiesti dal peculiare esercizio di quella che vorrei definire un’“analogia narrativa”, non tanto sul tipo di poteri esercitabili dal fiduciario, né sui limiti che incontrano i soggetti chiamati a dare attuazione alle DAT, a partire dal personale sanitario, su cui senz’ombra di dubbio incombe la responsabilità ultima di una corretta interpretazione delle volontà del disponente, quanto sullo spirito che dovrebbe animare tutti i soggetti chiamati ad attuare le DAT, ed in particolare il fiduciario, per poter onorare/rispettare il paziente non più in grado di scegliere per sé.
Una riflessione sul modus operandi di Max Brod mi sembra potrebbe giovare a ciascun fiduciario, chiamato ad assumere ed esercitare il proprio “ingrato” ruolo in modo oculato, e, soprattutto, fedele alla fiducia riposta dal disponente.
Ecco in sintesi la vicenda di cui Brod dà conto nelle note alla Prima edizione del Processo (le enfasi sono da me aggiunte).
Kafka lascia le sue carte all’amico. Non lo fa con un testamento, ma con “un biglietto scritto a penna e ripiegato” con l’indirizzo di Brod. Diceva il biglietto: “Carissimo Max, la mia ultima preghiera: di bruciare al completo e senza leggere tutto ciò che si trova tra le cose che lascio (vale a dire nella libreria, nell’armadio della biancheria, nei cassetti, in casa e in ufficio, ovunque qualcosa fosse spostata e ti capitasse sotto gli occhi): diari, manoscritti, lettere, mie e altrui, disegni, ecc., così pure tutto ciò che di scritto o disegnato possedete tu o altri, ai quali lo richiederai in nome mio. Gli altri si obblighino almeno a bruciare loro le lettere che non vogliono consegnare a te. Tuo Franz Kafka”.
Il testo sembra chiaro: l’amico dovrebbe, sul piano morale, se non su quello giuridico, bruciare tutto il lavoro dello sfortunato scrittore…
Ma, sarà per la carenza di forma, o, secondo le mie congetture, per il desiderio di comprendere meglio il profondo volere dell’amico, di fronte ad una richiesta così spiazzante, o, in subordine o parallelamente, per meglio giustificare una scelta già presa in cuor suo, che Brod procede a “più attente ricerche”. Ecco che spunta fuori “un foglio, certo precedente, ingiallito, scritto a matita”… Kafka si rivolgeva ancora all’amico, preoccupato di non riaversi da una grave malattia polmonare e lasciava una volontà in parte diversa: “Di tutto quanto ho scritto valgono solo i libri: Condanna, Fochista, Metamorfosi, Colonia penale, Medico di campagna e il racconto: Digiunatore […] Quando dico che quei cinque libri e il racconto valgono, non intendo esprimere il desiderio che li ristampino e vengano tramandati a epoche future; al contrario, se dovessero andare del tutto perduti, ciò corrisponde al mio vero desiderio. Dato che ci sono, mi limito a non impedire a nessuno di conservarli, se ne ha voglia. Per contro tutti gli altri miei scritti […] senza eccezione, fin dove sono raggiungibili o si possono ottenere pregando i destinatari […] – tutto ciò senza eccezione, meglio se senza leggerlo (ma non ti vieto di dare un’occhiata, preferirei però che tu non lo facessi, in ogni caso non lo deve fare nessun altro) – tutto ciò senza eccezione va bruciato, e ti prego di farlo il più presto possibile. Franz.”
Ora il nostro Max, nonostante la categoricità e la meticolosità delle disposizioni, “kafkiane”, è proprio il caso di aggiungere, si “rifiuta di eseguire l’atto vandalico” richiesto. Così espressamente scrive il curatore sulle sue “più che valide ragioni”: “Alcune non vanno discusse in pubblico. Ma anche quelle che posso comunicare sono secondo me sufficienti a illustrare la mia decisione.
Ecco la ragione principale: nel 1921, quando mutai professione, dissi all’amico che avevo fatto testamento e lo pregai di distruggere alcune cose, di rivederne altre e così via. Kafka mostrandomi dall’esterno il divieto a penna che fu poi trovato nei suoi cassetti replicò: “Il mio testamento sarà semplicissimo… la preghiera rivolta a te di bruciare tutto”. Ricordo ancora esattamente la mia reazione di allora: “Nel caso che tu pretendessi da me sul serio una cosa simile, ti dico fin da ora che non esaurirò la tua richiesta”. La conversazione si svolse in quel tono scherzoso che era solito fra noi, ma con la recondita serietà che sempre presumevamo l’uno nell’altro. Franz, convinto della serietà del mio rifiuto, avrebbe dovuto nominare un altro esecutore testamentario, qualora avesse inteso la sua disposizione con ultima e assoluta serietà.
Io non gli sono grato di avermi messo in questo grave conflitto di coscienza che egli doveva pur prevedere conoscendo la fanatica venerazione che avevo per ogni sua parola e che nei ventidue anni della nostra mai turbata amicizia mi indusse (tra l’altro) a non buttare via neanche il più piccolo biglietto e nessuna cartolina illustrata che venisse da lui. – Non si fraintenda però questo “non gli sono grato”! Che peso può avere un conflitto di coscienza, per quanto grave, di fronte al bene infinito che devo al mio amico, un bene che fu la vera spina dorsale di tutta la mia spirituale esistenza!
Altre mie ragioni: il comando del foglio a matita non fu osservato neanche da Franz […]. Oltre a tutto queste due disposizioni sono di un’epoca in cui le tendenze autocritiche del mio amico avevano raggiunto il colmo. Nel suo ultimo anno di vita tutta la sua esistenza aveva preso una nuova piega imprevista, felice, positiva, che derogava dal suo nichilismo e dal suo odio verso se stesso.
La deliberazione di pubblicare gli scritti postumi mi è d’altronde resa più facile dal ricordo delle lotte accanite con le quali ho strappato a Kafka e molte volte elemosinato ogni sua pubblicazione. Egli accettava queste pubblicazioni e ne era relativamente soddisfatto.
Nella pubblicazione postuma, infine, viene a cadere una fila di motivi, come ad esempio che la pubblicazione potesse distrarre da nuovi lavori o evocare le ombre di periodi di tempo soggettivamente penosi […]”
La mia citazione delle “confessioni” di Brod potrebbe fermarsi qui, ma debbo riportare anche un ultimo, essenziale, passaggio che complica ancor più la riflessione sui poteri sostitutivi attribuiti al fiduciario e sul significato ultimo del rapporto di fiducia, destinato ad operare, nel nostro come nel caso di Kafka, tra un fiduciario “ingratamente” onerato di dar voce al disponente ed un disponente pesantemente “silente”.
Continua Brod: “Mi rendo conto benissimo: rimane pur sempre un residuo che specie a persone di delicato sentire vieterebbe la pubblicazione. Io invece considero mio dovere resistere a questa lusinghiera tentazione della delicatezza d’animo. Naturalmente la decisione non dipende da quanto esposto, ma unicamente dal fatto che il retaggio di Kafka contiene i più stupendi tesori, il meglio di quanto ha scritto, anche in rapporto alle sue stesse opere. Devo confessare onestamente che questo solo fatto del valore letterario ed etico (anche se non avessi obiezioni da fare alla validità delle ultime disposizioni di Kafka) sarebbe stato sufficiente a determinare la mia risoluzione con una chiarezza alla quale non avrei nulla da obiettare”.
Ora, potrà sembrare al lettore, diciamo, “di delicato sentire” che le posizioni che ho riassunto all’inizio sul tipo di poteri attribuibili al fiduciario e sulla necessità di rispettare la volontà del disponente siano in contrasto con il quadretto kafkiano.
A chi è fautore dell’autodeterminazione e del “consenso informato” la pubblicazione postuma potrà apparire come una lesa maestà alla Signoria del nostro singolare defunto e potrebbe sembrare inutile o inopportuno accostare l’episodio (oltretutto, diverso, si tratta di un problema di diritto d’autore post mortem, in fondo!) al tema delle DAT, così come instillare dubbi sull’esecuzione di volontà di trattamento chiaramente ed espressamente indicate, a prescindere dai problemi di forma.
A chi è critico “accanito” della l. n. 219, in nome della necessità di occuparsi del bene del paziente, sempre e ad ogni costo, anche contro la sua volontà, vera o presunta che sia, l’aneddoto riportato sembrerà la riprova della assurdità delle tesi brevemente accennate: dalla impossibilità di determinare la volontà “attuale”, a quella di attribuire ad altri poteri sostitutivi su scelte “vitali”, alla necessità di prendere decisioni secondo parametri che prescindano dalle idiosincrasie individuali e coincidano con i (dati per presupposti) valori fondanti della società.
Affido però i miei pensieri al lettore benevolo che, confido, comprenderà il significato più profondo della “lezione kafkiana”.
Un primo brevissimo pensiero è che il fiduciario dovrebbe essere coinvolto prima, già nella fase dispositiva, ed avere la possibilità di discutere con franchezza e chiarezza degli scenari prospettabili, nonché delle preferenze e dei valori del disponente, oltre che delle sue volontà, possibilmente con la presenza di accompagnamento di un professionista sanitario; e, ove concretamente possibile e voluto dall’interessato, la costruzione dei possibili percorsi dovrebbe avvenire nel diverso ambito della pianificazione condivisa di cure, con il coinvolgimento dei professionisti che saranno immediatamente responsabili delle cure.
In ogni caso, ed anche al di là delle migliori condizioni in cui si troverebbe il fiduciario (ed i professionisti sanitari) nei due scenari ora delineati, resta che il fiduciario, ed in generale, chi ha l’”ingrato” compito di interpretare ed attuare le disposizioni anticipate di trattamento, mai potrà/dovrà limitarsi ad una pedissequa attuazione: si tratterà sempre di un dubbioso, faticoso e responsabile tentativo di rispettare la persona, che non è un essere irrelato, ma si inserisce in una comunità, fatta di affetti, di rapporti, umani oltre che giuridici, ed, anche, di cure e fiducie reciproche.



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