Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Valentina Finotti - 10/10/2018

L' affido "paritario" alla luce della giurisprudenza

Il disegno di legge proposto dal Senatore Pillon ha suscitato molti dibattiti e, soprattutto, ha creato una guerra tra madri e padri.

Questa “guerra”, tuttavia, ha avuto come unico merito quello di far emergere il clima di accesa conflittualità che chi “lavora” ogni giorno con questa materia conosce bene e che, purtroppo, porta a dimenticare come in gioco, nella crisi genitoriale, ci sia la vita di un bambino che dovrà diventare un adulto forte e responsabile.

 

Le premesse

 

La riforma della filiazione del 2013 ha posto al centro il diritto di ogni bambino a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori sottolineando come, per realizzare detta finalità, il giudice debba adottare provvedimenti che abbiano come “luce guida” l’interesse morale e materiale dei minori (art. 337 ter, c.c.).

Il problema nei conflitti genitoriali è stato quello di passare da questa “astratta” previsione legislativa (molto elegante), all’individuazione del contenuto concreto della responsabilità genitoriale, con specifico riferimento alla ripartizione dei tempi e dei compiti di cura fra i due genitori che, pur avendo deciso di dividere le loro strade, continuano a essere tali.

La giurisprudenza maggioritaria ha finito per tradurre la previsione legislativa “astratta” del diritto del bambino ad un rapporto continuativo con entrambi i genitori, con quella “concreta” del genitore “collocatario” in via prevalente (ossia la madre, nella quasi totalità dei casi), un istituto, quest’ultimo, di esclusiva origine giurisprudenziale e che non è previsto da alcun norma di legge.

È evidente che questa previsione del genitore collocatario, ossia della madre “collocataria” (per la maggior parte), è stata, in molti casi, senz’altro ragionevole. Infatti, di regola, è proprio la madre il genitore più assiduo nella cura della prole, mentre il padre è maggiormente impegnato lavorativamente, o, magari, ha lasciato la famiglia che si era creato per rifarsi una vita e non ha la volontà e l’interesse di prendersi cura del precedente figlio con una frequentazione paritaria.

Ma non tutti i casi della realtà rispondono a questo schema semplicistico.

Ed è così che si assistite in tribunale a durissime battaglie, portate avanti da padri che sono, di fatto, estromessi dalla vita dei figli, pur avendo la volontà, la disponibilità e il tempo per prendersene cura.

E, alle volte, le madri non hanno remore nell’usare anche mezzi poco “corretti” per ottenere un collocamento prevalente del figlio presso di loro.

 

La giurisprudenza italiana sull’affido paritario

 

In uno dei casi, per esempio, analizzato dal Tribunale di Salerno nel 2017 la madre aveva domandato l’affidamento condiviso del figlio con il suo ex compagno, ma, tuttavia, proponendo al giudice un calendario di frequentazione padre- figlio estremamente ridotto (20 per cento del tempo per gli incontri padre-figlio) e chiedendo, altresì, che ogni incontro del figlio avvenisse sotto la sua costante e vigile presenza (Tribunale di Salerno, decreto del 18 aprile 2017).

La madre, inoltre, aveva sostenuto che il figlio per raggiungere la casa del padre (con un viaggio di 30 km) accusava forti malesseri, che la casa dell’ex compagno era maltenuta e insalubre e che il padre era “intrinsecamente idoneo a curare il figlio anche temporaneamente”. Di tutte queste affermazioni non aveva portato alcuna prova. Ma intanto la battaglia legale è iniziata e proseguita.

In questo caso, poi, anche la nonna materna si era “alleata” in questa battaglia, querelando il padre del minore, per potere sostenere l’inidoneità genitoriale di quest’ultimo.

Il padre, dal suo canto, chiedeva di avere un rapporto equilibrato con il figlio e sosteneva che l’atteggiamento materno aveva comportato una grave lesione del diritto alla bigenitorialità.

Il Tribunale di Salerno, allineandosi ad altre pronunce di merito (T. di Roma 20.1.2015, n. 1310; Corte d’appello di Bologna, 14.4.2016, n. 625) ha respinto le richieste materne, valutando l’infondatezza di tutte le accuse rivolte contro l’ex compagno, sottolineando:

 - l’importanza di valutare, in primis, la possibilità di suddividere, a seguito della crisi tra genitori, i tempi di permanenza dei figli con quest’ultimi in modo paritario (shared custody), almeno tutte le volte in cui i genitori abbiano capacità genitoriali omogenee e quando il concreto interesse del minore sia quello a godere di una frequentazione paritaria dei genitori;

- che far coincidere l’interesse morale e materiale del minore, sempre e comunque, in una residenza abituale “appare riduttivo” e contraddetto dai casi in cui i genitori, ad esempio, trovano l’accordo per una suddivisione paritetica dei tempi con il figlio;

- che, in ogni caso, può essere fissata la residenza abituale del minore anche se i tempi di permanenza di quest’ultimo con i genitori sono suddivisi in modo paritario;

- che condividere esperienze di vita costituisce elemento essenziale della relazione genitore – figlio e, attribuire un tempo minimo di frequentazione del figlio con il padre “vuol dire allontanare un genitore di fatto dalla quotidianità del bambino con effetti irrimediabili sulla relazione genitoriale e sulla crescita psicologica del minore”.

Ebbene questo principio della suddivisione paritetica dei tempi di frequentazione (shared custody) è stato da ultimo sottolineato e riaffermato anche dal Tribunale di Parma con decreto del 14 Maggio 2018, il quale ha fatto riferimento sia alle indicazione della comunità degli psicologi, sia ai moniti del Consiglio d’Europa.

In particolare, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi con audizione in Senato dell’8 novembre 2011 già aveva evidenziato come “il coinvolgimento paterno ha influenze positive sullo sviluppo della prole” e la Risoluzione adottata dal Consiglio d’Europa n. 12 del 2015 ha incoraggiato gli Stati membri ad applicare il principio della shared residence (ossia tempi più o meno uguali di frequentazione dei figli con il padre e la madre), purché si tenga conto dell’interesse del minore.

 

Conclusioni

 

È evidente come il modello “astratto” di affidamento condiviso proposto dal legislatore non si sia attuato, nel concreto, nella sua pienezza.

E inoltre non è più accettabile continuare a coinvolgere i minori in una guerra (fatta di risentimenti personali) tra i genitori in crisi nel loro rapporto.

Il disegno di legge Pillon, forse, potrebbe essere una buona occasione per rimeditare una legge che è troppo astratta e costringe il più delle volte anche i minori nel tunnel giudiziario (con espletamento di lunghe consulenze tecniche).

Il tempo paritario, certo, dovrà essere sempre valutato tenendo conto due elementi fondamentali: 1. il caso concreto; 2. il preminente interesse del minore.

Sotto questo profilo imporre un numero di giorni minimi di frequenza significa riproporre quei modelli standardizzati che si dovrebbero evitare e significa, inoltre, non tener conto delle specificità del caso concreto.

Tuttavia, mettere al centro l’interesse del minore a trascorrere tempi paritetici con i genitori è saggio, purché si facciano sempre salve le peculiarità del caso concreto e si consideri in quale modo possa essere meglio salvaguardato l’interesse del figlio minore.

Prevedere, inoltre, un percorso di mediazione prima di arrivare alle aule giudiziarie, potrebbe essere, soprattutto in materia familiare, uno sforzo che salvaguarda i minori, avviando un metodo di risoluzione del conflitto più vicino alle famiglie e capace di arrivare a soluzioni ad hoc per ogni diverso contesto familiare.