Responsabilità civile - Responsabilità civile -  Michela Del Vecchio - 14/02/2018

L’altro bullismo: la responsabilità dei genitori – Tribunale di Savona, sent. 79/18

In tema di responsabilità del fatto compiuto da minori il sistema civilistico opera un distinguo sulla base della capacità del minore. Nel caso in cui un fatto dannoso sia cagionato da un soggetto incapace di intendere e di volere (e tale si ritiene essere un minore salvo quanto previsto dall’art. 336 bis c.c., norma però ancorata alla fattispecie processuale dei procedimenti nei quali il minore diventa parte in quanto destinatario degli effetti dei provvedimenti da adottare) si applica l’art. 2047  c.c. secondo il quale il risarcimento è dovuto da chi è tenuto alla sorveglianza dell’incapace salvo la prova di non aver potuto impedire il fatto. Diversamente, ove del fatto dannoso il minore sia responsabile in proprio (ovvero capace di intendere e di volere) l’art. 2048 c.c. afferma la responsabilità risarcitoria dei genitori, tutori e insegnati.

Le responsabilità di cui agli artt. 2047 e 2048 c.c. sono alternative, come noto, e non concorrenti tra loro in dipendenza dell’accertamento della capacità di intendere e di volere.

Tanto è stato ricordato dal Giudice di Savona in una fattispecie in cui un minore ha simulato di essere stato vittima di bullismo denunciando un altro ragazzo per poi ritrattare o, meglio, confessare in sede di interrogatorio dinanzi ai Carabinieri di essersi “inventato” il tutto.

I genitori del minore ingiustamente additato come autore di inesistenti atti di bullismo hanno quindi promosso azione risarcitoria nei confronti dei genitori del ragazzo affermatosi “vittima” sul presupposto di un danno anche esistenziale conseguente alla inventata denuncia

Il Tribunale riporta i termini della questione processuale alla nota distinzione tra culpa in vigilando e culpa in educando ed, in particolare, nell’individuazione della norma applicabile e conseguente qualificazione della fattispecie evidenzia come, nell’ipotesi di fatto dannoso procurato da un minore, la presunzione di una colpa di natura specifica non consiste tanto nel “non aver potuto impedire il fatto” quanto in una condotta anteriore alla commissione del fatto medesimo, ovvero ad un comportamento educativo finalizzato alla correzione di atteggiamenti socialmente riprovevoli ed alla crescita di una personalità equilibrata, consapevole di se stessa e delle relazioni sociali da cui è circondata.

Ciò impone dun          que, sui genitori, una prova positiva data dalla dimostrazione di aver impartito una educazione appropriata e di aver compiuto una vigilanza adeguata secondo i criteri dettati dall’art. 147 c.c.

Lì dove il minore dimostra, in quanto consapevole della gravità di quanto compiuto, di essere capace di intendere e di volere non rileva la circostanza che, per età, non sia imputabile e pertanto non trova applicazione l’art. 2047 c.c. ma il diverso disposto dell’art. 2048 c.c. dovendo ravvisarsi, nella manchevolezza educativa dei genitori, la causa principale del fatto compiuto dal minore.

La situazione poi di “disagio e vergogna” vissuta dal ragazzo additato come “responsabile” di un fatto mai successo e, di riflesso, i suoi genitori è risarcibile in termini di danno esistenziale che va personalizzato in relazione, sostiene il Tribunale di Savona, dell’intensità eccedente l’id quod plerumque accidit.

Discutibile, forse, è la richiesta da parte del Giudice di una puntualizzazione delle sofferenze patite sì da eguagliare alle stesse la sanzione da applicare (tanto che sul punto sono richiamate le tabelle del Tribunale di Milano)

Il principio equitativo nella determinazione dell’entità di un ristoro, probabilmente, in casi come quello esaminato dal Tribunale di Savona dovrebbe trovare maggior respiro applicativo e ciò non tanto perché la sanzione abbia un effetto per così dire “punitivo” quanto perché la stessa si ponga come vera e propria riparazione di un danno non patrimonialmente e dettagliatamente (in punti percentuali) valutabile.