Amministrazione di sostegno - Interdizione, inabilitazione -  Roberto Masoni - 13/11/2017

L'amministrazione di sostegno cerca... casa a Torino

Trib. Torino 22 settembre 2017, pres. Castellani; rel. Audisio

    “Va disposta l'interdizione di persona affetta da disturbo neurocognitvo maggiore, cronicizzato e con componente organica degenerativa e non l'amministrazione di sostegno, misura del tutto inadeguata a fornire necessaria tutela, tenuto conto che la persona non è in grado di compiere alcun atto di gestione dei propri interessi, in quanto del tutto incapace”.

I. Che dire di questo provvedimento piemontese ?
A tutta prima si rimane pervasi da un sentimento di irrealtà, sconcerto, oltre che di sconforto.
Dalla lettura non sembra che siano decorsi quasi quattordici anni dall'approvazione della l. n. 6/2004 e che, a così grande distanza temporale, tale legge di civiltà e dignità personale continui ad essere disapplicata, ovvero, callidamente elusa o disattesa. Ad oltre un decennio dalla sua entrata in vigore, ancora una volta si constata la ritrosia, per non dire, la velata opposizione, più o meno viscerale, da parte di certa giurisprudenza piemontese, nell'applicazione degli enunciati in tema di protezione personalizzata dei disabili, oltre che dell'insegnamento della nomofilassi.
Per incidens si rammenta che talune pronunzie di quegli uffici giudiziari ormai un decennio or sono, ancora agli albori dell'interpretazione e costruzione del sistema dell'a.d.s., all'epoca si erano segnalate per la chiusura all'afflato protettivo apportato dal nuovo istituto, oltrechè per avere aderito alle posizioni più restrittive, retrive e recessive in materia.
A questo riguardo si ricorda un tristemente celebre decreto del Tribunale di Biella del 2008 (“manifestazione di crudeltà gratuita”, secondo FAROLFI, Amministrazione di sostegno, 2014, 79), che aveva respinto la richiesta di nomina dell'amministratore di sostegno a beneficio di un soggetto affetto da sindrome di Dawn grave, con richiesta al P.M. di promozione del giudizio di interdizione (il decreto del g.t., poi confermato da App. Torino 8 settembre 2009, era stato cassato con rinvio da Cass. 26 ottobre 2011, n. 22.332, in Giust. Civ., 2011, I, 2807; in Dir. Fam. Pers., 2012, 215).
Sempre il Tribunale di Biella, con altro decreto del 2007, aveva dichiarato la nullità del ricorso per a.d.s. in quanto sottoscritto da persona non abilitata al patrocinio (Trib Biella 10 luglio 2007, in Giur. it., 2007, 2481, con nota severamente critica di CENDON, Soggetti deboli, avvocato, amministrazione di sostegno, il quale definisce il provvedimento “uno fra i testi più sordi ed avvilenti che ci sia capitato di scorrere, da ultimo, in tema di protezione soggetti disagiati”).
Ulteriore provvedimento, questa volta del Tribunale di Torino aveva ritenuto adeguata protezione per persona “affetta da vasto, cronico, profondo, ed irreversibile deficit intellettivo e psichico” il provvedimento di interdizione e non l'a.d.s., che presupporrebbe nell'assistito una sia pur ridotta consapevolezza e capacità di giudizio (Trib. Torino 28 febbraio 2007, in Dir. Fam. Pers., 2007, 1237). Con un giudicato che tendeva a restringere l'area applicativa della neofita protezione personalizzata.

II. Nel caso deciso dalla pronunzia in epigrafe, il Tribunale ha accolto il ricorso per interdizione, che aveva ad oggetto la protezione di “persona affetta da disturbo neurocognitivo maggiore, cronicizzato e con con componente organica degenerativa”. Come si legge nel provvedimento, l'interdicenda non aveva risposto in modo adeguato ad alcune domande rivoltele dal g.i. in sede di esame, non era in grado di partecipare in modo utile al colloquio, m.m.s.e. 8/30, così trovandosi “in uno stato evidente di sostanziale deficit cognitivo collegabile alla patologia da cui era affetta”.
Prima di seguire il percorso interdittivo, il Tribunale ha avuto cura di motivare l'esclusione della misura dell'a.d.s, in quanto ritenuta “insufficiente a tutelare la convenuta in modo adeguato”.
Il percorso motivazionale si articola in un duplice snodo.
L'a.d.s. sarebbe misura nella specie “inadeguata a fornire la necessaria tutela alla persona”, in quanto strumento che abla la capacità di agire del disabile in modo selettivo e parcellizzato, ovvero solo per gli atti indicati nel decreto di nomina (art. 405, 5° comma, n. 3 e 4 c.c.), così ponendo la persona in condizione di incapacità relativa. Di talchè la capacità di agire resterebbe “conservata” per tutte le attività non rimesse all'amministratore di sostegno (art. 409, 1° comma, c.c.). Proprio questa situazione, precisa la pronunzia, renderebbe “inadeguata” la misura alla situazione in cui versa il beneficiario, il quale “non è in grado di compiere alcun atto per la gestione dei propri interessi”. Si ipotizza così che, in tale situazione, la persona rischierebbe di compiere, al di fuori delle facoltà di intervento dell'a.d.s., “atti potenzialmente lesivi dei (suoi) diritti”.
Ad ulteriore supporto dell'esclusione dell'adeguatezza dell'a.d.s. (rispetto all'interdizione), si soggiunge che opinare diversamente, ipotizzando, tramite l'a.d.s., un intervento surrogatorio/ablativo per “tutti gli atti necessari alla gestione personale e patrimoniale” porrebbe la misura in contrasto con gli enunciati proclamati dalla sentenza di Corte Cost. n. 440 del 2005; quest'ultima pronunzia aveva predicato che “in nessun caso i poteri dell'amministratore possono coincidere integralmente con quelli del tutore, pena la violazione di principi di rango costituzionale, fra i quali quello del giusto processo”. In tale ipotesi, prosegue la pronunzia in esame, l'a.d.s. si “tradurrebbe in una sostanziale incapacitazione del destinatario, incidendo sul suo status, senza le garanzie che il legislatore richiede per un intervento così radicale”, concludendo che l'unico strumento in grado di assicurare adeguata protezione “in termini di assistenza cura della persona e gestione patrimoniale” sarebbe l'interdizione.

    III. Una prima considerazione suscita il provvedimento in epigrafe, facendo emergere un dato storico-giuridico. Il Tribunale di Torino nel 2017 utilizza, o forse sarebbe meglio dire, “ricicla” argomentazioni giuridiche “vintage” a favore dell'interdizione, argomentazioni di cui ha fatto giustizia la storia, oltre che cassate dalla nomofilachia (si rimanda alla cit. Cass. 22332 del 2011, che ebbe a cassare con rinvio App. Torino 8 settembre 2009). Sembra di capire che, nei tribunali del Piemonte, il tempo, come per incanto, si sia fermato ad un momento antecedente l'entrata in vigore della l. n. 6/2004 e che, al contempo, sia consentito disattendere assodati principi nomofilattici  in materia di protezione, che resterebbero così (forse) sacrificati sull'altare della celerità decisoria.
E' vero che la protezione offerta dalla misura dell'a.d.s. è parcellizzata, limitata al compimento di specifici, determinati atti, come precisa la sentenza, al punto che, con immagine abusata eppure evocativa, la stessa rappresenta “un vestito su misura” per il disabile. Ma è proprio questa la novità della neofita protezione personalizzata, rispetto al vecchio strumento incapacitante a largo spettro, costituito dall'interdizione. Tale misura fornisce piena attuazione alla suprema finalità affidata all'istituto dalla norma di esordio della legge n. 6, quella consistente nel tutelare il disabile “con la minore limitazione possibile della capacità di agire”. La pronunzia perciò travisa completamente le rivoluzionarie innovazioni apportate in materia dal novum normativo. L'essenza dell'istituto è rispettata (senza alcuna violazione degli insegnamenti costituzionali !) laddove il decreto di nomina specifichi, anche per categorie di atti, quelli che possono e quelli che non possono essere compiuti dal beneficiario, senza con ciò tradursi nel conferimento all'a.d.s. dei poteri completamente sostitutivi che la legge rimette al tutore (art. 357 c.c.). Senza dire che la pronunzia si guarda bene dall'indicare le aree di intervento per le quali la persona necessitasse di sostegno, cosicchè l'affermazione di principio ivi contenuta mantiene un significato più che altro declamatorio ed astratto, del tutto avulso dalla peculiarità del caso concreto.
Come si vede, la tautologica formula della “adeguata protezione” (ex art. 414 c.c.), nella specie utilizzata per motivare l'esclusione del provvedimento di a.d.s., può costituire l'utile grimaldello per giustificare provvedimenti totalmente incapacitanti, come quello in esame, senza in realtà far emergere le vere motivazioni di essa. Così facendo però l'obbligo costituzionale di motivare tutti provvedimenti giurisdizionali (art. 111, 6° comma, Cost.) rimane eluso e viene aggirato.

IV. Da un punto di vista ricostruttivo, per la chiarezza delle idee e per ricordare a chi pare dimenticarla la nomofilassi, in estrema sintesi, vanno rammentati gli ultimi approdi in materia:
    ⁃    l'a.d.s. Ha la primazia rispetto alle misure dell'interdizione/inabilitazione, non rilevando la gravità della patologia, quanto piuttosto il tipo di attività che va compiuta in nome del beneficiario (Cass. 12 giugno 2006, n. 13.584, in Giust. Civ., 2006, 2722; in Dir. Fam. Pers., 2006, 1671);
    ⁃    l'interdizione ha natura meramente residuale rispetto all'a.d.s. (Cass. 10 marzo 2010, n. 4866, in Giur. it., 2010, 2301, con nota di RUFO SPINA; Cass. 28 luglio 2013, n. 18.171, in Dir. Fam. Pers., 2014, 64);  
    ⁃    la presenza di rilevante patrimonio non giustifica l'interdizione, ma piuttosto la nomina di a.d.s., supportato “dall'ausilio di esperti e qualificati professionisti del settore al fine della gestione del cospicuo patrimonio” (Cass. 11 settembre 2015, n. 17.962, in Il familiarista, 2016; in Riv. Not., 2016, 554).
Fatte queste premesse, ed a parte sporadiche eccezioni, la tendenza di fondo, espressa dal formante cassazionale, conferma l'idea, da tempo condivisa in dottrina, di ritenere di fatto abrogate le vecchie risposte incapacitanti, a tutto beneficio della neo protezione personalizzata. Resta però la considerazione secondo cui, onde evitare rigurgiti neo-autoritariormai completamente disancorati dalla realtà di cui è espressione la pronunzia in epigrafe, ritorna di attualità l'approvazione, magari nella prossima legislatura, della c.d. seconda Bozza Cendon, ovvero quell'ampia e composita proposta di legge (1985 C), presentata alla Camera dei deputati il 23 gennaio 2014 (e mai approvata) che, tra l'altro, ha ad oggetto, la soppressione per via legislativa dell'interdizione ed il rafforzamento dell'amministrazione di sostegno.