Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Mario Iannucci - 14/02/2019

L’anziano, il crimine e il carcere - Mario Iannucci e Gemma Brandi

Sono ormai sempre più frequenti, sulla grande stampa, gli articoli che segnalano la massiccia presenza, nelle carceri giapponesi, di detenuti anziani, over 65. L’incremento dei detenuti in tale fascia di età è considerevole: mentre negli anni ’60 gli anziani nelle carceri nipponiche si aggiravano sul 2% di tutti i reclusi, ora hanno raggiunto e superato il 20%.
    Che spiegazioni possiamo dare di tale impressionante crescita? Qualsiasi persona intelligente che abbia lavorato con i criminali, specie negli istituti di pena, sa bene che la inclinazione trasgressiva/seclusiva del soggetto risponde sempre a precise esigenze economiche del suo apparato psichico. Non si va in galera per caso. Nemmeno i vecchi vanno per caso in galera. A proposito del trend giapponese, ad esempio, si possono dare spiegazioni socio/demografiche o superficiali analisi psicologiche: l’aumento percentuale degli anziani nella popolazione generale (in Giappone si prevede che nel 2030 saranno più di un terzo);  l’indebolimento delle reti sociali e familiari; il “confort” del carcere superiore a quello di una vita grama, isolata e solitaria (il kodokushi, la morte solitaria, riguarda secondo taluni esperti circa 30.000 persone l’anno); la preferibilità del carcere all’ospizio; il reato come ‘risarcimento/pretesa di impunità’ per avere dato molto alla crescita della nazione. Non vogliamo certo negare che tutte queste spinte possano entrare in gioco. D’altronde, se Paesi civili promuovono l’adozione di “Ministeri della Solitudine”, una ragione dovrà pur esserci. Potremmo peraltro proporre il ricorso anche a “Ministeri della Inutilità”.
    Fino dagli studi che Adolphe Quetelet, celebre astronomo/matematico/statistico belga, effettuò nel 1831 sull’età della popolazione detenuta nel suo Paese (ma i dati del Belgio furono verificati in tutto il mondo), si è sempre ritenuto che il crimine non fosse roba da vecchi. Certo: almeno per gli street crimes una certa prestanza fisica occorre che il delinquente l’abbia. Fino a qualche decennio fa la curva che metteva in rapporto i crimini con l’età aveva ovunque il suo picco fra i venti e i trenta anni, per poi decrescere in modo rapido fino ad avvicinarsi allo zero dopo i 65 anni. Anche in Giappone, fino al 1960, la curva per gli omicidi ha avuto questo andamento. Lo studioso Hiraiwa-Hasegawa però, in un lavoro statistico pubblicato nel 2005, ha messo in evidenza che già nel 2000 tale curva faceva registrare una rapida ascesa fra i 15 e i 25 anni, per poi mantenersi stabile fino ai 65 anni. I sessantacinquenni, insomma, in Giappone ammazzano come i venticinquenni.
    Certo: le differenze socio-culturali fra un Paese e un altro possono fare la differenza. Ma dobbiamo ritenere che l’aumento della popolazione anziana nelle carceri riguardi solo il Giappone? Niente di più falso. Seppure con percentuali minori rispetto alla realtà nipponica, in tutto il mondo western crescono i detenuti anziani. Negli USA, fra il 1995 e il 2010, il numero dei carcerati over 55 delle prigioni federali e statali era all’incirca quadruplicato (con un incremento del 282%), mentre il numero di tutti i reclusi era cresciuto meno della metà (l’incremento era stato del 42%).
    E in Italia come vanno le cose? Dai dati del Dipartimento della Amministrazione Penitenziaria apprendiamo che i prigionieri over 60, che nel 2005 erano 2.136, nel 2017 sono diventati 4.476, con un incremento percentuale (rispetto al totale dei detenuti, pressoché invariato in quei due anni) del 116%.
    Se saremo in grado di riflettere su questo impressionante trend, rifuggendo da superficiali “spiegazioni” socio-demografiche, potremo forse predisporre per tempo, in vari settori (sociale, sanitario, giudiziario etc) adeguate strategie di policy. Il carcere è sempre stato in grado di anticipare il divenire di una società e, se non lo si “ascolta”, si rischia di chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati.
 

In allegato l'articolo apparso sul corriere fiorentino.