Stranieri, immigrati - Asilo, rifugio -  Redazione P&D - 16/01/2018

L'approccio di genere ed il percorso ROSA nella immigrazione - Elvira Reale

Contributo al tavolo tecnico del ministero della Salute su:

"Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale" Decreto 3 aprile 2017 (GU n.95 del 24-4-2017)

Un approccio di genere all’intero sistema dell’asilo e ai diritti ad esso connessi si rende sempre più urgente e necessario. Si lamenta da tempo infatti la difficoltà di garantire a tutti i livelli un’adeguata attenzione alle differenze di genere e di orientamento sessuale, che vada al di là del mero (e spesso problematico) novero tra le categorie vulnerabili. Un atteggiamento che, tra l’altro, ha impedito per lungo tempo di riconoscere alla violenza sessuale la valenza di tortura.

Recentemente, in particolare, il recepimento della Direttiva Qualifiche (“D.Lgs. n. 251/07 in attuazione della direttiva 2004/83/CE recante norme minime sull’attribuzione, a cittadini di Paesi terzi o apolidi, della qualifica del rifugiato o di persona altrimenti bisognosa di protezione internazionale, nonché norme minime sul contenuto della protezione riconosciuta”) ha permesso di fare maggiore chiarezza sulla possibilità di rivendicare il diritto alla protezione internazionale sulla base del genere e dell’orientamento sessuale. Come evidenziato nell’introduzione giuridica generale cui si rinvia l‘articolo 7 (Atti di persecuzione) del citato decreto prevede che lo status di rifugiato possa essere riconosciuto a persone che dimostrino di essere state vittime (o di avere fondato timore) di atti di violenza fisica o psichica, compresa la violenza sessuale (c.2, l.a) o di atti specificamente diretti contro un genere sessuale (c.2, l.f). Ai sensi dell’art. 8 dello stesso decreto gli atti di persecuzione possono essere ricondotti, tra l’altro, all’appartenenza a un “particolare gruppo sociale” (c.1, l.d). In funzione della situazione nel Paese d’origine, un particolare gruppo sociale può essere individuato anche in base alla caratteristica comune dell’orientamento sessuale.

Più recentemente la Convenzione di Istanbul, con l'art. 60– Richieste di asilo basate sul genere afferma: "Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che la violenza contro le donne basata sul genere possa essere riconosciuta come una forma di persecuzione ai sensi dell'articolo 1, A (2) della Convenzione relativa allo status dei rifugiati del 1951 e come una forma di grave pregiudizio che dia luogo a una protezione complementare /sussidiaria.

2 Le Parti si accertano che un’interpretazione sensibile al genere sia applicata a ciascuno dei motivi della Convenzione, e che nei casi in cui sia stabilito che il timore di persecuzione è basato su uno o più di tali motivi, sia concesso ai richiedenti asilo lo status di rifugiato, in funzione degli strumenti pertinenti applicabili.

3 Le Parti adottano le misure legislative o di altro tipo necessarie per sviluppare procedure di accoglienza sensibili al genere e servizi di supporto per i richiedenti asilo, nonché linee guida basate sul genere e procedure di asilo sensibili alle questioni di genere, compreso in materia di concessione dello status di rifugiato e di richiesta di protezione internazionale"

Procediamo ad un breve excursus sulla violenza di genere connessa ai rischi dell'immigrazione e il diritto delle donne a godere di specifiche protezioni.

Statuto di Roma della corte penale internazionale (1998)

"Articolo 7 - Crimini contro l'umanità

1. Ai fini del presente Statuto, per crimine contro l'umanità s'intende uno degli atti di seguito elencati, se commesso nell'ambito di un esteso o sistematico attacco contro popolazioni civili, e con la consapevolezza dell'attacco:

g) Stupro, schiavitù sessuale, prostituzione forzata, gravidanza forzata, sterilizzazione forzata e altre

forme di violenza sessuale di analoga gravità;

h) Persecuzione contro un gruppo o una collettività dotati di propria identità, inspirata da ragioni di ordine politico, razziale, nazionale, etnico, culturale, religioso o di genere sessuale ai sensi del paragrafo 3, o da altre ragioni universalmente riconosciute come non permissibili ai sensi del diritto internazionale, collegate ad atti preveduti dalle disposizioni del presente paragrafo o a crimini di competenza della Corte;

Articolo 8 - Crimini di guerra

2. Agli effetti dello Statuto, si intende per «crimini di guerra»:

stuprare, ridurre in schiavitù sessuale, costringere alla prostituzione o alla gravidanza, imporre la sterilizzazione e commettere qualsiasi altra forma di violenza sessuale costituente violazione grave delle Convenzioni di Ginevra";

Risoluzione del Parlamento europeo sulla comunicazione della Commissione su immigrazione, integrazione e occupazione (COM(2003) 336 - 2003/2147(INI))

"14. sottolinea che le donne e i minori sono le principali vittime della tratta di esseri umani e/o dello sfruttamento sessuale, e che per questo motivo necessitano di una protezione e di un’assistenza adeguate; sottolinea la necessità di affrontare tale problema, di promuovere misure volte ad impedire tale tratta, di eliminare lo sfruttamento sessuale e di assicurare l’integrazione delle vittime; insiste affinché gli Stati membri adottino misure e disposizioni legislative adeguate così da non penalizzare tali vittime;"

38. sottolinea la necessità di esaminare le cause e le conseguenze dell’immigrazione, sia illegale che legale, e delle richieste di asilo, in particolare nel caso delle donne immigrate e richiedenti asilo, la cui causa di emigrazione potrebbe risiedere nella discriminazione o nella persecuzione fondata sul genere;"

Risoluzione del Parlamento europeo sull'immigrazione femminile: ruolo e condizione delle donne immigrate nell'Unione europea (2006/2010(INI))

"F. rilevando che le donne immigrate sono maggiormente esposte alla violenza, psichica e fisica, sia perché sono dipendenti economicamente e giuridicamente sia perché, prive di uno status legale, rischiano maggiormente di subire violenze e sfruttamento sessuale nel luogo di lavoro ma anche di finire nel giro di quanti fanno traffico di esseri umani; considerando che, in mancanza di un loro status giuridico sul territorio dello Stato in cui risiedono, le donne migranti in situazione irregolare sono particolarmente esposte al rischio di vedersi negati i propri diritti fondamentali e pertanto di diventare oggetto di discriminazioni e violenze quotidiane;

art. 34.esorta il Consiglio e la Commissione ad includere, nel quadro di una politica europea comune in materia di immigrazione e di asilo, il rischio di mutilazione genitale femminile tra i motivi di richiesta del diritto di asilo, in conformità delle linee direttrici internazionali dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, in base alle quali la definizione internazionale di rifugiato "copre le richieste per ragioni legate al genere"

art. 29 invita la Commissione a raccogliere dati sull'immigrazione nell'UE, basati sul genere, e a promuoverne l'analisi da parte dell'Istituto europeo per l'uguaglianza di genere, onde sottolineare ulteriormente le particolari esigenze e i problemi delle donne immigrate e i modi più opportuni di integrarle socialmente nei paesi d'accoglienza;

Direttiva 2012/29/UE del parlamento europeo e del consiglio del 25 ottobre 2012

"17. Le donne vittime della violenza di genere e i loro figli hanno spesso bisogno di un'assistenza e protezione speciali a motivo dell'elevato rischio di vittimizzazione secondaria e ripetuta, di intimidazione e di ritorsioni connesso a tale violenza che istituisce norme minime in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato"

La Risoluzione del Parlamento europeo del 4 febbraio 2014 sulle donne migranti prive di documenti nell'Unione europea

"art. 21- invita gli Stati membri a garantire che tutte le donne migranti, anche quelle prive di documenti, che sono state vittime di maltrattamenti o violenza di genere – comprese le donne migranti sfruttate nell'industria della prostituzione – ricevano protezione e sostegno e siano considerate come aventi particolari ragioni per ottenere l'asilo o un permesso di soggiorno per motivi umanitari".

28. invita gli Stati membri a rafforzare la collaborazione con le ONG e le organizzazioni della società civile che si occupano di questo problema per trovare alternative ai centri di permanenza temporanea, e ad adoperarsi per garantire che le donne migranti senza documenti non debbano aver paura di interagire con le persone che dovrebbero fornire loro assistenza;

Risoluzione del Parlamento europeo del 25 febbraio 2014 recante raccomandazioni alla Commissione sulla lotta alla violenza contro le donne (2013/2004(INL))

K. considera che le donne vittime della violenza di genere e i loro figli hanno spesso bisogno di una speciale assistenza e protezione, a causa dell'elevato rischio di vittimizzazione secondaria e ripetuta, intimidazione e ritorsioni, in relazione a tale violenza;

Risoluzione del parlamento Risoluzione del Parlamento europeo del 26 febbraio 2014 su sfruttamento sessuale e prostituzione, e sulle loro conseguenze per la parità di genere (2013/2103(INI))

O. considerando che i mercati della prostituzione alimentano la tratta di donne e minori

P. considerando che la tratta è utilizzata come mezzo per portare donne e ragazze minorenni nel mercato della prostituzione;

Q. considerando che i dati dell'UE mostrano l'inefficacia dell'attuale politica di lotta alla tratta di esseri umani nonché la presenza di problemi nell'identificazione e nel perseguimento dei trafficanti, e che è quindi necessario intensificare le indagini sui casi di tratta a fini sessuali e rafforzare il perseguimento e la condanna dei trafficanti di esseri umani;

S. considerando che le minacce rivolte a chi pratica la prostituzione possono essere dirette e fisiche oppure indirette, ad esempio attraverso pressioni sulla famiglia nel paese di origine, e che queste ultime possono essere di carattere psicologico e insidiose;

35. condanna qualsiasi tentativo politico o dissertazione basati sull'idea che la prostituzione possa essere una soluzione per le donne migranti in Europa;

44. richiama l'attenzione delle autorità nazionali sull'impatto della crisi economica sul crescente numero di donne e ragazze minorenni, comprese le donne migranti, obbligate a prostituirsi;

47. esorta gli Stati membri a finanziare le organizzazioni operanti sul campo mediante strategie di supporto e di uscita, a fornire servizi sociali innovativi alle vittime della tratta o dello sfruttamento sessuale, compresi i migranti e le persone prive di documenti.

DECRETO LEGISLATIVO 4 marzo 2014, n. 24 art. 9

2--bis. Al fine di definire strategie pluriennali di intervento per la prevenzione e il contrasto al fenomeno della tratta e del grave sfruttamento degli esseri umani, nonche' azioni finalizzate alla sensibilizzazione, alla prevenzione sociale, all'emersione e all'integrazione sociale delle vittime, con delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro dell'interno nell'ambito delle rispettive competenze, sentiti gli altri Ministri interessati, previa acquisizione dell'intesa in sede di Conferenza Unificata, e' adottato il Piano nazionale d'azione contro la tratta e il grave sfruttamento degli esseri umani.

In sede di prima applicazione, il Piano e' adottato entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente disposizione.

Risoluzione del Parlamento europeo dell'8 marzo 2016 sulla situazione delle donne rifugiate e richiedenti asilo nell'Unione europea (2015/2325(INI)), paragrafo G e art. 6 (6. invita tutti gli Stati membri, di concerto con l'UE, ad assicurare che le donne vittime di violenze di genere ricevano consulenza specialistica in materia di traumi e assistenza psicosociale, con un coinvolgimento diretto di donne qualificate e specializzate in materia, in tutte le fasi della procedura di asilo;)

La violenza sessuale, nella specificità della condizione delle immigrate, la ritroviamo nelle linee guida dell' Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati del 2003 (Violenza di genere nei confronti di rifugiati, rimpatriati e sfollati interni Linee guida per la prevenzione e la risposta, 2003)

In queste linee guida si precisa il profilo della violenza sessuale e di genere nel ciclo del viaggio dei richiedenti protezione ( prima della fuga, durante la fuga e nel paese di asilo e oltre nell'eventuale rimpatrio). La violenza inizia nella terra di origine ed è rintracciabile non solo nella presenza di un contesto bellico e di persecuzione politica, ma anche e soprattutto nelle norme e regole socio-politiche e religiose restrittive cui le donne sono sottoposte, e che le rendono soggetti vulnerabili a pene afflittive, a persecuzioni se non a morte. Il rischio di violenza prosegue durante il viaggio ed infine trova di frequente nel paese di accoglienza la sua prosecuzione.

Alla luce di tutte queste indicazioni, alcune con valore cogente di legge anche nel nostro stato, nasce la necessità di far fronte alle esigenze specifiche di tutela e sicurezza delle donne immigrate stabilendo che la loro accoglienza segua un percorso privilegiato rispetto al percorso di accoglienza maschile utilizzando il riferimento concettuale e giuridico della 'presunzione relativa', mutuato dal diritto romano della Praesumptio iuris tantum e che trova corrispondenza nel diritto anglosassone (Rebuttable Presumption) che individua le donne immigrate come soggetto di un particolare diritto presuntivo alla protezione in qualità di vittime, a partire dalla conoscenza di un fatto noto ovvero della condizione di vita delle donne in generale e nei paesi di provenienza. Ciò al fine di evitare che le donne non entrino nella protezione internazionale pur essendo vittime di violenza o per evitare che siano vittimizzate nel nostro paese in quanto donne sole e senza riferimenti.

Possiamo così individuare le tappe di un percorso rosa che possano dare le prime indicazioni per una protezione efficace delle donne immigrate in Italia.

Le tappe del percorso rosa nella immigrazione al femminile

La prefigurazione di un percorso speciale dedicato a particolari soggetti in condizione di specifica vulnerabilità (e non loro stessi vulnerabili: perché le vittime sono tali non per caratteri intrinseci ma a causa di condizioni esterne che creano vulnerabilità in ogni tipo di soggetto con qualsiasi caratteristica ad esse sottoposti) trova un suo adeguato sostegno nelle leggi del nostro stato e nelle ultime direttive europee.

Prima di tutto (oltre che l'art.60 già citato) nell'art. 4 della Convenzione di Istanbul che considera ogni iniziativa assunta per combattere la violenza contro le donne come un atto non configurante una discriminazione di genere.

Poi nel momento in cui prefiguriamo un percorso di presunzione di violenza patita dalle donne, senza consapevolezza iniziale da parte delle stesse, siamo in piena legittimità rispetto alla definizione di 'richiedente asilo' che è non solo colui che chiede in modo informato e consapevole alle autorità del paese in cui si trova di riconoscere la sua condizione di rifugiato (o di titolare di protezione sussidiaria) ma anche colui che (come si evince dall’art. 10 del Manuale pratico per le guardie di frontiera “Manuale Schengen” del 6 novembre 2006, riportato nella raccomandazione dell’UNHCR relativa all’esecuzione della sentenza della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nel procedimento Hirsi Jamaa e altri c. Italia - Sentenza del 23 febbraio 2012, Ricorso n. 27765/09) esprime il timore di un danno al rientro al proprio paese, ovvero: "Un cittadino di un paese terzo deve essere considerato un richiedente asilo/protezione internazionale se esprime in un qualsiasi modo il timore di subire un grave danno facendo ritorno al proprio paese di origine o nel paese in cui aveva precedentemente la dimora abituale. L'intenzione di chiedere protezione non deve essere manifestata in una forma particolare. Non occorre che la parola "asilo" sia pronunciata espressamente; l'elemento determinante è l'espressione del timore di quanto potrebbe accadere in caso di ritorno.” L’UNHCR raccomanda inoltre che " il personale che per primo viene a contatto con i migranti riceva istruzioni e formazione adeguata a far emergere eventuali bisogni di protezione internazionale. Si raccomanda inoltre che le Autorità competenti siano periodicamente aggiornate sulla situazione nei paesi di origine e di transito pertinenti, in particolare sulle condizioni di sicurezza e sul rispetto dei diritti umani".

E ancora maggiormente interessante per la costruzione di un percorso privilegiato per le donne è l'art. 29 della Direttiva 2013/32/UE laddove si evidenzia che “ Taluni richiedenti possono necessitare di garanzie procedurali particolari, tra l’altro, per motivi di età, genere, orientamento sessuale, identità di genere, disabilità, grave malattia psichica o in conseguenza di torture, altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale. Gli Stati membri dovrebbero adoperarsi per individuare i richiedenti che necessitano di garanzie procedurali particolari prima che sia presa una decisione in primo grado. A tali richiedenti è opportuno fornire un sostegno adeguato, compreso tempo sufficiente, così da creare i presupposti necessari affinché accedano effettivamente alle procedure e presentino gli elementi richiesti per istruire la loro domanda di protezione internazionale.“

Ancora all'art. 30 seg.; " Qualora un sostegno adeguato non possa essere fornito a un richiedente che necessita di garanzie procedurali speciali nell’ambito di procedure accelerate o di frontiera, tale richiedente dovrebbe essere esonerato da tali procedure". L'art. 21 della Direttiva 2013/33/UE: "Nelle misure nazionali di attuazione della presente direttiva, gli Stati membri tengono conto della specifica situazione di persone vulnerabili quali i minori, i minori non accompagnati, i disabili, gli anziani, le donne in stato di gravidanza, i genitori singoli con figli minori, le vittime della tratta degli esseri umani, le persone affette da gravi malattie o da disturbi mentali e le persone che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale, quali le vittime di mutilazioni genitali femminili."

La stessa Direttiva 2013/33/UE all'art. 22 precisa: " Al fine di applicare efficacemente l’articolo 21, gli Stati membri valutano se il richiedente abbia esigenze di accoglienza particolari e precisano la natura delle stesse.....Gli Stati membri provvedono affinché tali esigenze di accoglienza particolari siano affrontate, secondo le disposizioni della presente direttiva, anche se si manifestano in una fase successiva della procedura di asilo."

Noi sappiamo che le donne difficilmente hanno questa coscienza perché le forme di abuso le accompagnano nella loro vita quotidiana ed esse non hanno - al pari di un uomo - la coscienza di una condizione di libertà e di privazione di essa e dei danni conseguenti.

Le donne quindi sono da considerare categoria in condizione di particolare vulnerabilità, che le rende facilmente vittimizzabili nel paese di origine e nel percorso di immigrazione andando ad aumentare fenomeni criminali e di grande allarme sociale come la tratta e la prostituzione forzata, ad esse quindi vanno applicate particolari condizioni di accoglienza e particolari protezioni anche in via iniziale e presuntiva che potrebbero essere la protezione immediata ( una protezione temporanea o altra misura utile per l'avvio dell'inserimento della donna in un percorso privilegiato) come prima misura di tutela nel primo accesso; e subito dopo l'indirizzamento della donna alla richiesta dello status di rifugiato o di protezione sussidiaria secondo le modalità previste.

Tali protezioni sono d'altra parte considerate appropriate nel caso di coloro che "hanno subito torture stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica e sessuale; (art. 19 comma 2 e art. 27 comma 1bis del Dlgs n. 18/14 recante Modifiche al decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251 ); ed ancora (art. 7 comma 2 del Dlgs n. 18/14): "Gli atti di persecuzione di cui al comma 1 possono, tra l'altro, assumere la forma di: a) atti di violenza fisica o psichica, compresa la violenza sessuale; f) atti specificamente diretti contro un genere sessuale o contro l'infanzia.

1.Prima tappa: lo sbarco o la primissima accoglienza (hotspot o altro centro di prima accoglienza per l'identificazione dei migranti) in ogni parte del territorio italiano.

2.Seconda tappa: il trasferimento in un centro qualificato per la prima assistenza, la ricostruzione della storia con l'emersione della violenza, che costituisce nella quasi totalità dei casi un sommerso della vita di una donna e tanto più di una donna immigrata, l'avvio alla richiesta di asilo.

Per la costruzione della seconda tappa è importante prevedere l'allargamento del sistema territoriale SPRAR ai centri anti-violenza ed alle case rifugio per le donne .

3.Terza tappa: all'interno della rete di servizi territoriali, dopo la fase della prima accoglienza e della conoscenza della storia della donna si avvia un programma personale di riabilitazione/supporto all'autonomia/ inserimento sociale e lavorativo nel nostro paese, secondo quanto previsto dalla Risoluzione del Parlamento europeo sull'immigrazione femminile (ruolo e condizione delle donne immigrate nell'Unione europea (2006/2010(INI)) e dalla direttiva 2013/33/UE artt. 15 e 16 - lavoro e formazione lavoro; art. 19 e 251 assistenza sanitaria). In questa fase la donna potrà risiedere ancora in Comunità oppure accedere a forme di autonomia abitativa in rapporto anche con la crescita di progetti di promozione personale sociale e lavorativa che sono specificamente avviati in questa tappa.

La prima tappa ovvero, la fase dello sbarco o del primo impatto con il paese di accoglienza.

Questa fase è la più importante perché è in questa fase che si decide il destino di una donna rispetto al processo di vittimizzazione primaria o secondaria. La presunzione di uno status di vittima, all'arrivo nel paese di accoglienza di una donna sola senza legami con/senza figli minori, riguarda il fatto che ella, al di là di esperienze di vittimizzazione nel paese di origine (molto comuni nella vita di una donna ed ancor più frequenti nelle donne dei paesi ad alta emigrazione per ragioni di discriminazione basate sul sesso e sulla religione) sarà con elevata probabilità, se non protetta, oggetto di tratta o di avvio alla prostituzione o altro tipo di sfruttamento e trattamento degradante ( basti pensare ad esempio alla Nigeria di cui si sa che vi è una elevata organizzazione della tratta di donne anche minorenni cui vengono alterati i dati anagrafici).

Le donne in base alla presunzione di essere ( passate e/o future) vittime di violenza sia nel paese di origine sia nel viaggio o nel paese ospitante2, avranno un percorso privilegiato che sul modello di quanto previsto per i minori3 non deve prevedere il loro trattenimento in centri di identificazione o di assistenza temporanea ma le immetta direttamente in una rete di assistenza strutturata e finalizzata anche all'accompagnamento della richiesta di asilo.

Le donne inoltre, rispetto alla componente maschile della immigrazione, non sono assolutamente informate e preparate a riconoscersi vittime di violenza e tortura considerando le stesse la violenza sessuale (come d'altra parte molte delle donne europee) come parte integrante del loro destino, per cui non si propongono come tali al loro arrivo in Italia né dopo. La prova di ciò l'abbiamo nella prevalenza di uomini nel sistema SPRAR e nelle richieste di asilo. Le donne infatti costituiscono il 15% degli immigrati presenti nel sistema SPRAR, e di coloro che hanno avanzato una richiesta di asilo. Per questo stesso motivo le donne sono anche più difficilmente individuate come vittime di violenza e tortura e ciò deve portare quindi ad un altro processo: la formazione degli operatori dell'accoglienza ( primaria o secondaria) a saper individuare le donne come vittime di violenza sulla base degli specifici processi di vittimizzazione del genere femminile.

In definitiva il processo di prima accoglienza deve essere accompagnato da un lavoro formativo-informativo indirizzato sia alle donne, sia agli operatori/operatrici dell'accoglienza proprio perché acquistino competenza nell' identificare le vittime di violenze e tortura al di là di quelli che sono i criteri prevalenti di individuazione nella popolazione generale; in particolare acquistino competenza nel saper declinare la tortura secondo i modelli al femminile di: violenza sessuale, stupro, matrimonio forzato, mutilazioni genitali, prostituzione coatta, tratta, ecc. (sviluppare la formazione sulla violenza contro le donne4)

In aggiunta le minori diversamente dai minori maschi sono più esposte dei loro coetanei alla procedura di alterazione dei documenti nel loro paese di origine: alterazione funzionale a fornire il mercato del sesso di giovani vittime senza possibilità di intercettazione, anche perché le ragazze esposte ad una vita difficile e ad altre vittimizzazioni nel loro paese di origine, sicuramente sono meno facilmente individuabili come minorenni ad una prima e superficiale osservazione.

Per tutti questi motivi e sulla base di indicazioni nazionali ed internazionali si potrà pensare che nella prima tappa di accoglienza si possa provvedere a fornire, attraverso la costituzione di una équipe locale:

- un'accoglienza separata e privilegiata5 di donne sole o accompagnate con figli , con o senza documenti, in un luogo sicuro attrezzato nelle zone di sbarco o accesso abituale della immigrazione in cui non abbiano accesso potenziali sfruttatori o loro intermediari. E' importante che le donne nel primo approccio non siano sotto minaccia degli uomini, siano accolte in un luogo in cui possano leggere e vedere spiegate le misure di tutela e sicurezza appropriate al loro caso a fronte dei rischi che possono correre nell'attraversare il nostro territorio.

E' importante accogliere la donna insieme ai bambini: la donna si deve sentire al sicuro anche nel ruolo di capofamiglia percependo che l'accoglienza avrà cura di garantire l'unità con i figli e le sue necessità di far fronte anche alle esigenze dei minori, senza mettere in discussione le sue capacità di provvedere ad essi; 

- una informazione in lingua sulle procedure per la richiesta di asilo (6) con i requisiti per le vittime di violenza e di tortura coniugati per il genere femminile; L'informazione sarà affidata a poster ed opuscoli, affissi e diffusi nel centro di prima accoglienza dedicato alle donne ed ai loro figli minori, oltre che al contatto con il personale della prima accoglienza;

- una protezione sostanziale immediata e/o temporanea7 ( o altra misura utile ad avviare una procedura specifica di accoglienza delle donne), in rapporto ad una condizione presuntiva di vittima, da utilizzare per le donne nel quadro della convenzione di Istanbul di prevenzione della violenza di genere;

- una prima visita medico-psicologica per una iniziale valutazione dello stato psico- fisico e per dare i primi soccorsi. Le donne accolte avranno un primo contatto con una équipe di primo soccorso socio-medico-psicologica e di mediazione culturale che possa fornire una prima fotografia della condizione della donna al momento dell' impatto con il territorio italiano.

Il primo colloquio sul suolo italiano (con persone esperte e con un mediatore di sesso femminile formato alla violenza di genere) potrà fornire le prime informazioni già utili alla comprensione dei rischi concreti corsi o di quelli che la donna potrà correre (la mancanza di ogni punto di riferimento in Italia o altrove, la giovane età al limite della minore età, riferimenti ambigui ecc.). La donna traumatizzata o a rischio di traumatizzazione può già essere in grado di parlare se si trova nella condizione emotiva di voler liberarsi di un carico esperienziale gravoso, o se ha l'esigenza di avere un aiuto anche se non è in grado di rappresentare perfettamente il tipo di aiuto di cui ha bisogno, potrà così mostrare una reazione tipica di 'fiume in piena' con eloquio accelerato oppure potrà al contrario avere un atteggiamento di chiusura in sé, di depressione, di mancanza di contatto, o solo di riservatezza e paura e rifiutare così il colloquio.

Tutti questi segni traumatici rilevati al primo impatto e tutto quanto la donna riferisce e tutto quanto osservato nella prima accoglienza devono essere riportati in una scheda che accompagnerà come documentazione la donna nel suo percorso successivo per la valutazione dello status di rifugiato; compito dei primi soccorritori (équipe della prima accoglienza con strumenti e metodi specifici) sarà allora una breve valutazione sia sull'osservazione dello stato emotivo sia sul riferito della donna, sia sulle condizioni del viaggio e sugli aspetti traumatici dello stesso (traumi del viaggio o traumi legati al genere), sia anche sulle prime affermazioni circa le motivazioni e le modalità di preparazione del viaggio/fuga dalla proprio paese.

In sintesi il primo screening/valutazione fatto al primo impatto da una èquipe locale formata sarà orientato a:

- individuare i segni dei traumi: è possibile che la donna abbia desiderio di parlare, di essere contenuta nelle sue angosce, o al contrario potrebbe stare in un silenzio eloquente ed essere distante, assente, impermeabile ai tentativi di approccio, mostrando di viaggiare con la mente altrove;

- raccogliere la prima testimonianza dalla donna circa motivazioni e modalità della fuga dal suo paese, in connessione con le condizioni di disagio di quel paese;

- dare informazioni alla donna circa le nostre normative relative alla prevenzione dei rischi che corrono nel nostro paese se non hanno una rete di solidarietà personale o istituzionale;

- allertare le donne giovanissime, passibili di avere con sé falsi documenti, a riferire la vera età chiarendo che non andranno incontro ad azioni punitive o a espulsioni ( cosa che è stata probabilmente loro detta quando sono state fornite di documenti falsi) ma godranno soltanto di una protezione rafforzata che non può che essere loro di giovamento.

E' previsto che all'esito di questa prima valutazione nell'accoglienza per vittime vulnerabili e con particolari esigenze (art. 21 e 22 direttiva 33/2013 UE), e cioè:

    ▪  le donne sole, con o senza bambini, che non abbiano riferimenti certi, che siano disorientate, o che non danno riferimenti su di sé, o che danno riferimenti non sicuri (individui compatibili con il sistema della tratta), che abbiano o non abbiano documenti, ecc. ecc. sia che abbiamo parlato di violenza sia che facciano sospettare o meno di essere state sottoposte a traumi;

    ▪  tutte le donne che diano il consenso ad essere immesse in un circuito sostanziale di protezione che si andrà a svolgere in tappe successive,

    queste vengano indirizzate alla seconda tappa del percorso rosa.

    La seconda tappa, prevede il passaggio diretto dal luogo di transito della prima accoglienza alla rete territoriale SPRAR allargata ai centri anti-violenza territoriali, in cui sarà possibile, dopo adeguata informazione e conoscenza approfondita della storia della donna, basata sulla costruzione (anche di alcuni mesi) di un rapporto di fiducia e confidenza, avanzare la richiesta di asilo. In rapporto con la rete SPRAR si procederà alla individuazione dei centri per le donne che subiscono violenza che andranno ad integrare gli attuali centri deputati all'accoglienza.

Nella rete SPRAR e/o nei centri di accoglienza per i richiedenti asili, sarà quindi opportuno aver inserito anche i centri e le case per le donne maltrattate in grado di stabilire, con le dovute e specifiche competenze, una relazione di sostegno e fiducia con le donne immigrate.

Ai centri comunque abilitati all'accoglienza delle donne immigrate, con o senza bambini, sarà demandato il compito di raccogliere la storia della donna come primo atto sia per la certificazione degli esiti traumatici sia per l'intervento terapeutico/riabilitativo. La raccolta della storia potrà essere fatta anche in prima persona come dichiarazioni della vittima (dichiarazioni raccolte con il supporto di un operatore/trice) che costituiscano quello che nel diritto anglosassone è chiamato: Victim Personal Statement.

L'esperienza degli sportelli ascolto contro la violenza di genere indica come le donne, diversamente dagli uomini (in grado di identificare e far identificare violenze e torture subite come fatti eccezionali della loro vita) non siano sempre in grado di individuare se stesse come vittime di violenze, minacce e stupri, visto che tutte queste evenienze accompagnano il corso della loro vita e sono spesso vissute come fatti 'normali' legati al loro 'essere donne'.

Per questo motivo sarà necessario che la ricostruzione della storia di abusi (strumento fondamentale per inquadrare se una donna è o è stata vittima di abusi e torture) avvenga sia in forma diretta che indiretta sempre con il supporto del personale socio- psicologico femminile dei centri e degli sportelli anti-violenza dedicati alle donne. Nella rete SPRAR le donne completano il loro percorso di riconoscimento dello 'status di vittime' e di accompagnamento nelle Commissioni per il riconoscimento successivo dello status di rifugiato o di protezione sussidiaria.

La ricostruzione della storia di violenza (prima fase del trattamento) che i centri attueranno sarà anche la base della certificazione sanitaria per gli esiti di violenza a carico del SSN. La certificazione sanitaria dovrà allora contenere questa documentazione che contiene le dichiarazioni della vittima sulla sua storia o la sua storia come raccolta dagli operatori/trici dell'accoglienza. Ed inoltre dovrà contenere anche l'osservazione degli operatori/trici sul comportamento della vittima nel primo impatto o successivamente nei centri di accoglienza per documentare la coerenza dello stato emotivo con quanto riferito e descritto circa le circostanze della vittimizzazione. La metodologia della certificazione sanitaria, (compito da affidare in via preferenziale ai centri sanitari pubblici) si avvarrà di strumenti appropriati per la diagnosi e per la raccolta delle prove, in sintonia con la valutazione dei criteri di accettazione delle domande di protezione espressi dal DLGS 18/14 recante Modifiche al decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251 al CAPO II.

La terza tappa

Strutturazione dei percorsi terapeutico-riabilitativi per le donne immigrate soggette a traumi fisici, psichici o sessuali. Come recita l'at. 27 del Dlgs 18/2014 all'art 27 comma 1): il termine riabilitazione va inteso come l'insieme degli interventi socio-sanitari necessari e adeguati a svolgere una funzione riparatoria rispetto alle gravi violenze subite.

Questi percorsi riabilitativi già iniziati nelle tappe precedenti sono a misura delle esigenze delle singole donne. Alcune avranno bisogno di interventi specifici anche medici e psicoterapeutici individuali, altre donne solo di interventi di supporto psico- sociale di inserimento socio-lavorativo e di rinforzo dell'autostima, per altre potrà essere considerato come positivo l'inserimento in gruppi di auto-aiuto, ecc. ecc.

Il progetto riabilitativo successivo alle due tappe e fasi precedenti avrà carattere individuale e sarà a misura di ogni singola donna.

La riabilitazione quindi nei casi di esiti traumatici e post-traumatici va di pari passo con il trattamento di supporto psicologico o psicoterapeutico ( a secondo delle varie e singole necessità). Il primo punto infatti è chiarire che il soggetto traumatizzato non è di per sé portatore di patologia. Il trattamento del trauma è un trattamento unico e complesso che abbraccia tutti gli aspetti della vita di una persona, esso inoltre può essere affrontato in più tappe e da più operatori/trici che interagiscono tra loro e concorrono tutti verso gli stessi obiettivi finali di empowerment ed autonomia della persona e della donna in particolare. Non tutti i trattamenti saranno uguali: dopo la prima fase dell'accoglienza e dopo un primo periodo in cui si ascolterà e si ricostruirà la storia della donna emergeranno diverse opzioni nei percorsi terapeutico-riabilitativi da intraprendere,

Tutto il percorso a partire dalla prima accoglienza ha valore 'terapeutico'; i passi del trattamento riabilitativo sono quindi disseminati in tutto il percorso dell'accoglienza (ad esempio si pensi al primo aspetto fondamentale della sicurezza al primo impatto) e possono già dare frutti prima di una presa in carico formale della vittima da parte di un operatore abilitato ad offrire sostegno psicologico e/o psico-sociale individuale o di gruppo.

Questi passi da condividere in ogni fase del percorso e del rapporto con la donna sono (8):

1. la sicurezza

2. l'esplorazione del ricordo, anche per tappe progressive di avvicinamento al cuore dell'esperienza traumatica (ricostruzione progressiva ed in dettaglio del ricordo traumatico);

3. la ricostruzione di sé, della propria immagine, delle relazioni e l'uscita dal trauma e dalla percezione di sé come vittima passiva.

1. La sicurezza

- la cessazione delle violenze e la collocazione in un luogo sicuro accompagnato dalla percezione di sicurezza personale: questo è il primo atto riparativo in chi è stato esposto a traumi e violenze;

- offrire quindi un luogo sicuro e rapporti non giudicanti di affidamento al fine di far recuperare già nelle prime fasi il senso di sicurezza e di controllo sulla propria vita che il trauma ha spazzato via;

- far ri-sperimentare fiducia in sé e negli altri: l'atteggiamento non giudicante, non dubbioso sul racconto, ma neanche 'compassionevole', ma centrato sul rispetto per la vicenda traumatica patita e sulla stima per la donna nell'essere riuscita ad attivare capacità interne per sopravvivere a tanto possibile orrore. Le vittime sopravissute possono portare con sé anche il senso di colpa per la loro stessa sopravvivenza: essa allora va ascritta alle loro maggiori capacità/risorse personali. Nel caso non abbiano portato aiuto agli altri bisogna subito sgombrare il campo dalla prospettiva di una loro colpa: tutto va addebitato al contesto estremo che non ha permesso la possibilità di salvare terzi oltre se stessi (la salvaguardia della propria vita è comunque sempre la base della possibilità di recare aiuto efficace agli altri e non va mai considerato atto egoistico).

2. L'esplorazione del ricordo traumatico, procedendo in tappe progressive (di avvicinamento e maggiori dettagli):

- offrire ascolto attivo, sulle vicende traumatiche attraverso la cooperazione alla ricostruzione della storia, disponendosi ad ascoltare mentre si offre una base sicura per il contenimento delle angosce. Lo stato psichico della donna che riesce a parlare delle vicende traumatiche è un primo passo terapeutico che permette alla vittima di uscire dall'isolamento e di condividere le sue esperienze con un tecnico ma anche con altre donne (gruppi di auto-aiuto) ; il lavoro di ricostruzione della storia è il lavoro centrale per il trattamento del trauma: esso può realmente sottrarre il ricordo traumatico ad un procedimento di isolamento/rimozione riportandolo e reintegrandolo in una storia di vita a patto però che esso sia stato depurato da sensi di colpa, idee di incapacità e debolezza, idee di collusione e responsabilità personali; il giudizio di incolpevolezza della vittima deve essere il leitmotiv del trattamento.

- lavorare quindi alla ricostruzione delle vicende traumatiche e ad un loro ri- attraversamento per riconsegnarle alla propria storia in modo da poterle integrare. Bisogna ricordare che i fatti traumatici una volta accaduti non sono modificabili; ciò che va modificato in relazione alle vicende traumatiche sono i vissuti sperimentati di impotenza ed inermità che possono continuare a destabilizzare la vittima al di là della cessazione delle vicende, le proiezioni nel futuro di quelle vicende ( quanto mi hanno contaminato, quanto peseranno sulla mia vita futura?) ed i perché ( tra cui: perché a me?). Il lavoro di ricostruzione è quindi non solo raccontare le vicende così come accadute ma anche e soprattutto prendere contatto con i vissuti che le hanno

accompagnate e con le idee che la vittima si è fatta su di sé in quelle vicende. Il lavoro di ricostruzione della storia, primo atto di un lavoro terapeutico di rivisitazione del trauma, di alleggerimento/superamento dei sensi di colpa e vergogna, si sposa bene con le necessità di offrire a terzi (giudici o commissioni di valutazione) la visione e la prova di quanto accaduto; così anche le motivazioni di tipo legali (punto fermo del trattamento tra gli altri è anche poter fare affidamento su una assistenza legale) possono spingere validamente una donna traumatizzata a ripercorrere vicende che provocano dolore e ad attenuarlo coniugandolo con una finalità positiva di riscatto e promozione personale.

3. la ricostruzione del sé fuori dalla violenza

- l'emergere di una nuova identità: la ricostruzione della storia traumatica apre la strada alla elaborazione dei ricordi traumatici ed alla scoperta di una nuova identità al di fuori della percezione di essere stata una vittima passiva e succube. Elaborare il trauma significa approdare ad un nuovo punto di vista su di sé e sulle proprie capacità, la prima capacità è appunto quello di essere stata capace di sopravvivere; questa fase si supporta con esperienze pratiche di empowerment e di costruzione di nuovi aspetti del sé, quali l'autosufficienza, la ripresa/nascita dell'autostima, la costruzione di nuovo rapporti sociali, di nuovi legami, e soprattutto riscoprire come l'appartenere al genere femminile non sia un disvalore ma una opportunità di maggiore crescita, di percorsi anche lavorativi, di apertura verso nuovi modelli identitari che si pongono al di là delle esperienze traumatiche ed al di là di quei modelli, regole sociali e culture che hanno sostenuto le esperienze traumatiche e le persecuzioni. Non si può pensare ad esempio che una donna in fuga dalle mutilazioni o da altra vessazione legata all'appartenenza al genere femminile, non giunga in un percorso di uscita dal trauma e dalla violenza a rielaborare le idee e modelli in senso anti-mutilazione ed anti segregazione/soggezione femminile. Fa parte del lavoro di ricostruzione anche il supporto legale nella battaglia per l'affermazione dei propri diritti personali;

- il progetto riabilitativo: il lavoro di recupero personale termina con la messa in campo di un progetto di inserimento socio-lavorativo nel paese ospitante con l'accompagnamento delle misure si sostegno all'autonomia che sono previste sia dai decreti e direttive europee sull'immigrazione che da quelli sulla violenza conto le donne e le strategie di uscita (dalle Risoluzioni del parlamento Europeo del 12 gennaio 2006, del 26 novembre 20099, fino alla Convenzione di Istanbul che prescrivono misure pratiche di sostegno come: incentivi lavorativi, supporti alla famiglia, abitazioni, sussidi, ecc.)

Si tratta quindi di affiancare al percorso di “riabilitazione”, inteso quale insieme di pratiche per il recupero di funzioni acquisite, la realizzazione di programmi di “abilitazione” per l’acquisizione di competenze per rispondere ai compiti evolutivi e sociali del soggetto stesso.

E' essenziale che i programmi terapeutici e riabilitativi comprendano la possibilità effettiva di accedere ad attività anche lavorative, che possano dare dignità e nuova speranza per il futuro.

1 Gli Stati membri provvedono affinché le persone che hanno subito torture, stupri o altri gravi atti di violenza ricevano il necessario trattamento per il danno provocato da tali atti, e accedano in particolare ad assistenza o cure mediche e psicologiche appropriate.

2 1. La domanda di protezione internazionale può essere motivata da avvenimenti verificatisi dopo la partenza del richiedente dal suo Paese di origine ovvero da attività svolte dal richiedente dopo la sua partenza dal Paese d'origine, in particolare quando sia accertato che le attività addotte costituiscono l'espressione e la continuazione di convinzioni od orientamenti già manifestati nel Paese d'origine. (art. 4 comma 1 Decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251)

3 le donne come i minori i quali non dovrebbero in alcun caso essere trattenute presso i centri di identificazione o di permanenza temporanea (art. 2 comma 5 del d.p.r. 303/2004) come si evince dal rapporto 2014 sulla protezione internazionale (pag. 23)

4 direttiva 2013/33/UE Articolo 29- Personale e risorse 1. Gli Stati membri adottano le misure adeguate per garantire che le autorità competenti e le organizzazioni che danno attuazione alla presente direttiva abbiano ricevuto la necessaria formazione di base riguardo alle esigenze dei richiedenti di entrambi i sessi.

5art. 18 della direttiva 2013/33/UE

6 art. 8 della direttiva 2013/32/UE

7 prevista sia a livello italiano (art. 20 decreto legislativo 286/1998) sia a livello dell’Unione Europea (direttiva 2001/55/Ce, recepita in Italia dal decreto legislativo 85/2003) per gruppi in situazioni di emergenze

8 cfr: E. Reale, Maltrattamento e violenza sulle donne. Vol. II Criteri metodi e strumenti per l'intervento clinico, F. angeli 2011

J. Heman, Trauma and Recovery: The Aftermath of Violence--from Domestic Abuse to Political Terror, Paperback, 1993.

9 "2. esorta gli Stati membri a sostenere, con appositi programmi e finanziamenti nazionali, gli organismi e le organizzazioni di volontariato che forniscono accoglienza e sostegno psicologico alle donne vittime di violenze, anche ai fini del loro reinserimento nel mercato del lavoro recuperando così pienamente la loro dignità umana;"

9. invita la Commissione e gli Stati membri a garantire che le donne vittime di violenza abbiano adeguato accesso all'assistenza e protezione legale, a prescindere dalla loro nazionalità e dalla natura del loro coinvolgimento in indagini di polizia;

16. invita gli Stati membri a tenere debito conto delle circostanze specifiche relative a determinate categorie di donne che sono particolarmente vulnerabili alla violenza, come le donne appartenenti a minoranze, le donne migranti, le donne rifugiate...."