Biodiritto, bioetica - Inizio vita, fecondazione assistita -  Valter Marchetti - 27/10/2019

L’auto-direttività del concepito, in costante relazione con la madre: tutela e diritto all’ascolto del «minore più minore», fragile ed indifeso, soggetto all’auto-determinazione degli adulti

Approfondimento in materia di bioetica e biodiritto.

Indice
1.  Premessa: la bioetica, una disciplina che richiede locum facere dentro di noi- 2. L’identità della persona nel suo «fiorire dentro» il grembo materno - 3. L’embrione: un minore fragile e indifeso ma non per questo meno determinato a vivere, anzi! - 4. La scienza ci dice che la persona-embrione dialoga con la madre sin dai primi attimi dal concepimento: «cross-talk» madre-embrione nella fase preimpianto. L’auto-direttività dell’embrione. L’importanza della medicina narrativa per un ascolto più consapevole, sia della madre che del concepito -  5. Il diritto all’ascolto del minore: la tutela del minore più minore nella sua prima relazione con madre -  6.  L’uguaglianza tra gli esseri umani ed il paradigma della relazione: il rispetto e la tutela ab origine  dell’identità e della dignità umana -  7. La Vita, sin dal suo inizio, è un diritto inviolabile: la legge naturale iscritta nell’uomo -  8.  Conclusioni.

1. Premessa: la bioetica, una disciplina che richiede locum facere dentro di noi.
Locum facere al concepito  insito in ognuno di noi; è con questa predisposizione d’animo che ho cercato di sviluppare e coordinare le idee maturate attorno ai temi dello statuto dell’essere umano nel suo primissimo stadio di Vita, in relazione con la madre sin dal momento della fecondazione.
La bioetica, disciplina in continua evoluzione che cerca di cogliere e valorizzare gli aspetti positivi delle nuove scoperte scientifico-biologiche, porta con sé  il delicato compito di intercettare quelle che possono essere le criticità  della sperimentazione scientifica rispetto ai valori morali, in particolare sotto il profilo del rispetto e della tutela della dignità e dell’inviolabilità della persona.
 Per esser compresa in profondità, proprio perché materia complessa   e di ampio respiro interdisciplinare, la bioetica richiede un locum facere dentro di noi, senza alcun pregiudizio, lasciandoci mettere in discussione nel profondo dell’animo, affinché le conoscenze biologiche possano essere davvero confrontate ( attraverso «il ponte» della bioetica, appunto) con i valori fondanti l’umanità.
La relazione che segue rappresenta una  riflessione aperta e  condivisa in riferimento  alla definizione di persona nonché sulla capacità di relazione  in rapporto a quello che è stato definito da più parti  lo «statuto dell’embrione umano».

2. L’identità della persona nel suo «fiorire dentro» il grembo materno.
     I concetti di persona, di concepito e di embrione, a prescindere dalle diverse posizioni di pensiero e di studio (scientifico, filosofico, antropologico o teologico), sotto un profilo fenomenologico ed epistemologico, hanno un evidente naturale collegamento, un intreccio che definirei  «storico-genetico» e che caratterizza l’unità e l’identità di ogni uomo.
    Vado subito al cuore delle mie considerazioni, cercando di spiegare questa mia, forse «bizzarra», introduzione: una persona che è tale, è stata essa stessa (e continua in qualche modo ad esserlo) un embrione anzi, non sarebbe quella determinata persona se non fosse stato quel determinato embrione,  concepito da due determinati genitori.
    Quanto appena asserito, possiamo tradurlo anche in questi termini: quel figlio concepito, sotto un profilo puramente storico ed antropologico, rappresenta  l’inizio del vissuto storico di quella stessa ed unica persona.
    Viceversa rispetto a quanto appena descritto, il filosofo Engelhardt considerava i feti, i ritardati mentali gravi ed i malati o feriti in coma irreversibile “ umani ma non persone”, in quanto esseri non degni dello stesso rispetto morale.
    Se questa riflessione la volessi condividere con i bambini di una classe della scuola primaria, qualche allievo direbbe istintivamente, in sintonia ( inconsapevole) con la corrente filosofico-morale del personalismo ontologicamente fondato, che l’embrione è esso stesso persona nel suo primissimo essere, all’inizio del suo progetto di sviluppo (alias, di Vita) e ciò a prescindere da eventuali patologie o difetti psico-fisici.
    De facto ognuno di noi è stato un concepito, un embrione, così come è stato un neonato, un bambino, un ragazzo, un giovane… Per poi divenire un adulto, un anziano.
    L’embrione, dal greco en-brion cioè «fiorire dentro», è Vita personale sin dai primissimi attimi della sua costituzione; ognuno di noi, quindi, è vivo a partire da questi stessi momenti costitutivi e fondanti la nostra  persona.  
Dentro ognuno di noi, quel «fiore» iniziale c’è sempre, un germoglio sbocciato e cresciuto in tutte le sue dimensioni, nel corpo e nella mente: secondo il personalismo ontologicamente fondato, la persona umana si identifica con l’essere umano nella globalità delle sue dimensioni fisica, psichica e spirituale, dal concepimento sino alla morte.
    È straordinario quanto affascinante pensare, nell’arco di tutta la storia evolutiva della specie umana, ad ogni singolo uomo nel suo primissimo istante di Vita: l’interruzione, per qualsiasi motivo, di quell’istante primordiale di esistenza, avrebbe inevitabilmente condizionato le sorti dell’umanità e forse, qualcuno di noi oggi, appunto, non esisterebbe.
    Se la metafisica si occupa dell’essere persona, la cui perfezione originaria non può perdersi in quanto la persona non può smettere di essere persona, l’etica si occupa di una perfezione che non è strettamente necessaria, nel senso che  si può raggiungere o meno, secondo la bontà  o la malvagità degli atti, continuando ad essere sempre persona.
    L’inizio di Vita del concepito ( atto buono in sé) e quindi dell’essere persona, non può non essere correlato con quelli che sono i primissimi  atti  auto-direzionali ( storico-genetici, appunto)  di questo piccolo essere umano, gli atti del fiorire della Vita.
Ed infatti, come ricordato dalla professoressa Peris, vi è una vera e propria comunicazione dinamica e nelle due direzioni tra madre e embrione, posta in essere mediante  «microvescicole fornite di membrana cellulare, presenti in tutti i distretti attraversati dall’embrione (tuba, utero), veri e propri taxi che trasportano informazioni, a cominciare da prima dell’impianto e per tutta la gravidanza, attraverso il loro contenuto in proteine, lipidi, acidi, nucleici di vario tipo» ( C.PERIS, 2018); il concepito, nella c.d.  fase pre-impianto, si dirige ( fisicamente) verso l’utero materno, compie un viaggio verso la sua prima «casa naturale» che lo accoglierà per diversi mesi della sua Vita.

3. L’embrione: un minore fragile e indifeso ma non per questo meno determinato a vivere, anzi!
    Il neonato, il fanciullo, il ragazzo, l’adolescente, non sono altro che diverse sfaccettature del minore d’età (e quindi della persona), così come lo sono il concepito, l’embrione ed il feto – a parere di chi scrive – nel corso delle  primissime fasi di Vita e di sviluppo,  all’interno del  grembo materno.
    Possiamo allora definire  il concepito (così come l’embrione ed il feto) come la persona minore d’età, per nulla distinta dal neonato, dal fanciullo, dal ragazzo o dall’adolescente, un minorenne ancor «più minore»: ci troviamo infatti davanti ad un essere umano piccolissimo e quindi minore sotto tutti i profili in quanto  fragile ed indifeso, bisognoso di attenzioni e di protezione.
    La società degli adulti pensanti e razionali, generalmente, non riconosce  alcuna autodeterminazione in un essere umano così fragile ed indifeso come l’embrione; ed infatti – sostengono gli adulti - come potrebbe razionalmente auto-determinarsi il concepito se non è in grado di relazionarsi, di comunicare, di parlare ?
    Ma è la stessa scienza ad aver acclarato quale e quanta determinazione ( alias, atto determinato)  vi è nel concepito, quanta caparbietà, quante informazioni, quanta «potenza»  caratterizzano l’embrione sin dal suo primissimo stadio di Vita, peraltro in un sistema di relazioni – madre e concepito -  ben definite.
 L’embrione è essere umano auto-direttivo,  cioè « atto nel suo ambiente naturale ad individuare i mezzi necessari all’approvvigionamento di nutrienti per crescere e a sviluppare i mezzi per avere sensazioni e pensieri ».
 Gli studi di embriologia hanno dimostrato una definita direzione di sviluppo:  ciò significa che il processo di sviluppo dell’embrione è «orientato» - nel tempo - nella direzione di una progressiva differenziazione e acquisizione di complessità e non può regredire su stadi già percorsi.
    Possiamo affermare che il concepito, già nella sua primissima «abitazione naturale» (alias, il grembo materno) è in costante ricerca dei mezzi di sopravvivenza (i cc.dd. «nutrienti») al fine di crescere e poter sviluppare tutti i mezzi necessari alle sue sensazioni ed ai suoi pensieri, cioè alla sua persona !
    Il nodo della questione, come bene ha evidenziato la professoressa Peris, « non è se e quanto l’embrione è Vita, Vita auto-direttiva e individuale a livello biologico, come appurato ampiamente a livello scientifico, ma quanto di questo sia riconosciuto a livello sociale e politico e naturalmente economico»: perché, allora,  molti studiosi stentano  a riconoscere la persona nel suo primo stadio di Vita ?
    È certamente vero che alcuni embrioni non sopravvivono, ma è forse questa circostanza sufficiente per negare a questi esseri umani pari dignità e tutela rispetto a quegli embrioni che riusciranno a svilupparsi sino alla nascita?
Chi siamo noi adulti, per differenziare questa dignità e la sua conseguente tutela? Non siamo forse tutti esseri umani uguali davanti a Dio, alla legge, alla scienza, all’economia e alla politica?  
Da questa riflessione, emerge anche quella che ritengo essere la mission più urgente della bioetica: divenire (la bioetica medesima, cattolica o laica o ibrida che sia), un terreno interdisciplinare di incontro e di confronto, ma con un fine comune irrinunciabile e cioè la tutela della Vita in ogni stadio di sviluppo della persona, a partire dal concepimento.
    La dignità umana ha ancora una valenza antropologica oppure  porta con sé una scontata portata semantica, con il  conseguente «rischio dell’usura delle parole, fino alla loro insignificanza»  ? (…) « La dignità, non da oggi, rischia l’evanescenza in un puro concetto in cui rifugiarsi quando si è in difetto di più perspicue modalità argomentative  ».
Sotto il profilo della dignità umana, i giudici della Corte di Giustizia Europea nel caso Oliver Brustle vs Greenpeace, nel richiamare il riferimento al corpo umano, « nei vari stadi della sua costituzione e del suo sviluppo», si è mostrata implicitamente sensibile alle argomentazioni svolte dall’avvocato generale Yves Bot, nella parte in cui quest’ultimo invita a prendere atto del dato oggettivo acquisito dalla scienza, e cioè che lo stadio iniziale dell’uomo non può che individuarsi proprio nell’embrione: « la dignità umana è un principio che deve essere applicato non soltanto alla persona umana esistente, al bambino che è nato, ma anche al corpo umano a partire dal primo stadio del suo sviluppo, ossia quello della fecondazione ».
    Merita qui  un breve  richiamo  della decisione risalente al 1991 dei giudici della Corte costituzionale ungherese; in questo caso, i magistrati hanno addirittura sollevato la necessità di dover aggiornare la posizione giuridica dell’uomo nel senso  che «il concetto giuridico di uomo si dovrebbe estendere alla fase prenatale, fino al concepimento».
    Sotto il profilo del best interest del minore concepito in vitro, nella sentenza della Corte della Contea di Blount, Maryville, Tennessee, è stato stabilito dai giudici che è «nel migliore interesse dei bambini, concepiti in vitro, diventare disponibili per l’impianto onde assicurare loro la possibilità di nascere vivi; l’impianto è l’unica speranza per la loro sopravvivenza»: i magistrati statunitensi, nell’interesse dei bambini appunto, hanno ritenuto di consentire alla madre genetica di portare a termine questi figli a seguito dell’impianto.

4. La scienza ci dice che la persona-embrione dialoga con la madre sin dai primi attimi dal concepimento: «cross-talk» madre-embrione nella fase preimpianto. L’auto-direttività dell’embrione. L’importanza della medicina narrativa per un ascolto più consapevole, sia della madre che del concepito.
Attraverso quelli che vengono denominati exosomi, tra l’embrione e l’utero materno vengono scambiate informazioni sia genetiche che epigenetiche, di cui è difficile interpretarne i segnali dato che sono così tanti da sembrare ridondanti: certo è che vi è una «mutua comunicazione dinamica» tra la madre ed il concepito.
Esiste quindi una vera e propria relazione tra madre e figlio sin dallo stadio embrionale. In particolare, gli studi di Saadeldin, Vilella ed Altri (2015), hanno evidenziato che «l’endometrio materno informa l’embrione che c’è il via libera all’impianto e fornisce informazioni atte a indirizzare nell’embrione la sua competenza all’impianto, che a sua volta si adegua. La dimensione degli exosomi correla con la qualità dell’embrione e predice la competenza dell’embrione a perseguire il suo progetto di sviluppo»: vale a dire, il concepito sta realizzando il suo progetto di Vita!
Mi chiedo se davvero ogni medico ginecologo, nel proprio percorso professionale, abbia dedicato un po' di tempo per descrivere tali aspetti, in particolare il progetto di sviluppo perseguito dall’embrione, alla donna che porta in grembo il concepito.
Ecco allora l’importanza della formazione e dell’informazione   medico-scientifica, dell’opera di prevenzione che la conoscenza potrebbe concretamente svolgere nei confronti delle donne che si stanno (auto)-determinando verso l’eventuale interruzione volontaria della gravidanza che stanno vivendo, talvolta in totale solitudine.
 Ed infatti, quale madre arriverebbe ad una decisione così estrema quanto irreversibile, se fosse sensibilmente e pienamente informata della peculiare circostanza  che suo figlio, seppur così piccolo e fragile, sta cercando di entrare in comunicazione con lei perché è determinato a portare a compimento il suo progetto di sviluppo ?!
E’ opportuna una seria riflessione  sull’efficacia che, in termini di benefici sia per la madre che per il concepito, potrebbe avere la c.d. «medicina narrativa» applicata dagli specialisti ginecologici, già dai primissimi giorni di gravidanza, senza limitarsi ad un asettico espletamento del  consenso informato: «l’arte di ascoltare, di entrare nelle dinamiche più profonde, di scrutare l’animo, di cogliere le esigenze più intime e le istanze più profonde, rappresenta forse il miglior modo di esercitare l’ars medica».
Se è vero che la maternità non è una patologia, questo non significa che la madre non abbia bisogno di assistenza, di confronto, di dialogo e di ascolto in quella che dovrebbe essere una effettiva alleanza terapeutica tra il  medico ed il paziente; ed è all’interno di questa alleanza terapeutica che si sviluppano la consapevolezza e le decisioni più determinanti per la madre alla quale, prima di qualsiasi cosa, è importante far comprendere  a questa donna quanto sia fondamentale  mettersi in ascolto  del  figlio che vive dentro il suo grembo.
All’interno di questa alleanza terapeutica, diventa essenziale per il medico saper cogliere uno sguardo o l’espressione del volto della persona che si ha davanti, attraverso un atteggiamento di compassione e di vicinanza ( E.LARGHERO, 2015); la relazione tra medico e paziente – anche per la donna in gravidanza – diviene così  «un incontro ed un confronto, un percorso di Vita comune, in altre parole, un alleanza terapeutica in grado di ricomporre, di riannodare quel filo invisibile che lega l’uomo all’uomo».
E così la medicina narrativa diventa una sorta di  ponte attraverso il quale la conoscenza biologica ed i valori umani possono  incontrarsi, anche al fine di contestualizzare e rendere più efficace l’ascolto sia della madre che del concepito.

5. Il diritto all’ascolto del minore: la tutela del minore più minore nella sua prima relazione con la madre.
La scienza ha dimostrato che fin dai primi giorni della fecondazione esiste una vera e propria comunicazione ( alias, relazione )  tra persona-embrione e la madre; il buon senso insegna  che non può esserci un buon dialogo, una relazione se manca, alla base,  un sufficiente ascolto.
Il diritto di ascolto del minore, quale  soggetto non ancora «maturo» in quanto incapace di intendere e di volere, nei suoi diversi gradi di crescita umana ( fanciullo, ragazzo, giovane…),  è normato e tutelato da molteplici disposizioni internazionali e da norme interne.
 Viceversa, non è normata la  tutela dell’ascolto della persona-embrione  quale  minore «più minore» (in quanto più piccolo rispetto al neonato, al bambino, al ragazzo minorenne), espressione certamente di non uso comune ma che, a mio avviso, bene esprime il senso di fragilità  ( ed il conseguente bisogno di tutela ) di questa persona nel suo primissimo stadio d’essere.
Ed infatti, il concepito, oltre a doversi determinare per auto-dirigersi verso la nascita (alias, lo sviluppo del progetto di Vita) attraverso l’impianto nell’utero materno cercando di mantenere le diverse informazioni con quest’ultimo, senza alcun dubbio è soggetto anche a tutta una serie di fragilità e di pericoli esterni, in primis il rischio di essere «oggetto» dell’autodeterminazione di altre persone a cominciare, purtroppo, dalla stessa madre.
La filosofia ed il diritto descrivono e tutelano, sotto più profili, l’autodeterminazione ed il diritto di libertà degli adulti; ma chi ( quando ed in qual modo) si cura di  tutelare, concretamente, quella che è stata definita  l’auto-direttività del concepito ?
Basti pensare alle diverse manipolazioni genetiche, agli esperimenti sull’embrione, alla diagnostica invasiva, ai farmaci pseudo-contraccettivi, sino all’estrema scelta, più o meno condizionata, di interrompere la gravidanza e quindi l’auto-direttività del minore più minore.
Il concepito è addirittura oggetto dell’autodeterminazione degli adulti ancor prima del momento del concepimento quando, ad esempio, i futuri genitori ( che, talvolta a tutti i costi,  vogliono un figlio, tanto da rivendicare addirittura il riconoscimento del diritto ad avere un figlio)  ricorrono alle tecniche della fertilizzazione in vitro (FIV); «tutti i bambini meritano un buon inizio per la loro Vita, soprattutto quelli nati da FIV, che sono più vulnerabili alle decisioni politiche e alle pressioni economiche del mercato, che entrano in gioco prima ancora del loro concepimento».
Negli esempi appena riportati, infatti, non possiamo certo dire che sussista  una sincera predisposizione, da parte degli adulti,  all’ascolto della persona-concepito.
Ci affanniamo per tutelare l’uomo sotto ogni profilo, da quello personale-individuale sino alle relazioni sociali (si pensi, ad esempio, alla tutela civilistica delle obbligazioni, della proprietà privata, della difesa personale, della libertà sotto le più diverse declinazioni) e non siamo capaci (alias, forse non abbiamo il coraggio) di tutelare e proteggere l’essere umano nei momenti più fragili e delicati come quello  del concepimento, semplicemente iniziando ad ascoltarlo.
Parrebbe icto oculi un problema di definizioni e di linguaggio; si è  deciso di non tutelare con pienezza l’embrione-concepito, alla pari di ogni uomo adulto, perché non lo si considera (alias, definisce) «persona» e quindi meritevole di  rispetto, di assistenza e di protezione.
Ma in tal modo, la tutela della dignità umana rischia di essere  discriminata  dall’età e dalle capacità razionali e funzionali dell’essere umano, con conseguente vulnus nella protezione morale e giuridica del concepito, quale persona debole e fragile e perciò bisognosa di maggiore protezione e di forme diverse di ascolto.
Si pensi, ad esempio, al grado di percezione del dolore – e quindi di sofferenza - che l’embrione può avere; nel maggio 2013 in una testimonianza giurata alla Commissione di Giustizia degli Stati Uniti, Maureen L. Condic, neurologo del dipartimento di Neurologia e Medicina della University of Utah, ha affermato: «c’è una forte evidenza scientifica che la comunicazione tra i neuroni del cervello è stabilito nella settima settimana. I circuiti neurali responsabili della risposta più primitivo al dolore, il riflesso spinale, sono in posizione dopo 8 settimane di sviluppo. Questo è il primo momento in cui il feto sperimenta il dolore», tant’è che risponde ad esso spostandosi dallo stimolo doloroso. E’ del tutto pacifico che un feto sperimenta il dolore in qualche modo, già a partire dalle 8 settimane di sviluppo».

6. L’uguaglianza tra gli esseri umani ed il paradigma della relazione: il rispetto e la tutela ab origine  dell’identità e della dignità umana.
In ossequio al principio di uguaglianza tra gli esseri umani, ritengo  che i minori e gli adulti debbano avere gli stessi diritti fondamentali, in primis il diritto a vivere ed il diritto alla tutela della propria identità, il diritto a sviluppare e portare avanti il proprio progetto di Vita, un life program che comincia indubbiamente dal grembo materno.
E’ lo stesso paradigma della relazione a supportare quanto appena asserito: « se l’uomo è dal momento in cui è concepito sino alla sua morte un soggetto in relazione ( la Vita gli è data dagli altri, vive accanto e con altri nel contesto familiare, sociale e culturale)  e la relazione è la condizione  indispensabile della sua identificazione ontologica, il diritto ( e dunque anche il biodiritto) è chiamato strutturalmente a difendere e a proteggere la relazione secondo giustizia ( uguaglianza, simmetria e reciprocità ) ».
Quindi, seguendo il paradigma relazionale descritto da Laura Palazzani, dovrebbe ritenersi illecita ogni relazione che determini disuguaglianze e asimmetrie, giustificando indebitamente il privilegio di alcuni su altri come, ad esempio, la priorità dell’autodeterminazione della donna-madre rispetto  alla Vita del concepito ed al suo diritto di vivere e di entrare in relazione con i suoi simili.
Il diritto, le norme ( interne ed internazionali)  dovrebbero riempire i vuoti della soggettività giuridica del minore, mediante l’applicazione del paradigma relazionale.
 La bioetica - soprattutto quella laica che, in quanto tale si arroga la presunzione di essere maggiormente democratica ed aperta alla tutela di tutti, indipendentemente dal credo politico e/o religioso -  dovrebbe cercare di promuovere con maggiore efficacia e determinazione la relazionalità secondo giustizia tra minori ed adulti,  «riconoscendo i minori come già persone, in quanto ( pur non essendo ancora pienamente autonomi – ma quanti adulti, per svariate ragioni, non lo sono…) partecipano a complesse dinamiche intersoggettive  ».
Quanto appena descritto, con riguardo alla relazione in essere ab origine tra madre e figlio, ritengo che debba valere, a maggior ragione, per l’embrione-concepito, in quanto persona in fieri auto-direttiva: è necessario garantire uguaglianza, simmetria e reciprocità in questa primordiale quanto delicatissima relazione, evitando qualsiasi atto di prevaricazione o di pseudo libertà (alias, autodeterminazione) che possa pregiudicare ( sotto più profili) la Vita del concepito.
Un filosofo italiano contemporaneo,  ha descritto la moderna forma di sacralizzazione del concepito con una formula stringente: «l’esclusione inclusiva».  
Richiamando proprio il pensiero del filosofo Agamben appena citato, così scrive il giurista Cricenti che da anni si occupa con passione ai temi delicati della bioetica e del biodiritto: «il concepito, questa Vita nuda, attestata dal corpo del feto, ma non ancora dalla sua parola, assume rilevanza giuridica attraverso un movimento congiunto di esclusione dal novero dei soggetti e delle persone, e contemporaneamente di inclusione nella sfera degli esseri umani oggetto di protezione».
Considero ai limiti dell’ipocrisia, questo modo di sacralizzare l’embrione umano escludendone, nello stesso tempo, l’identità e la personalità: se davvero l’embrione è sacro e degno di tutela, questo dovrebbe valere sin dal concepimento, non fosse altro per rispettare quella che è la «legge naturale»  che, da sempre, caratterizza e governa l’evoluzione dell’uomo.
Il concepito, quale minore fragile e privo di tutele, è ostaggio di una politica sociale e culturale ormai alla deriva, oltre che  di un legislatore miope e privo di valori nonché in pericolosa balia  di  una giurisprudenza che si alterna nel ritenere il concepito un  «soggetto di diritto»  oppure un  «oggetto degno di protezione»  da parte dell’ordinamento giuridico, senza mai approdare ad una definizione certa e, soprattutto, coerente con i valori che la collettività sociale – sotto più profili – riconosce ( o dovrebbe riconoscere tendenzialmente)  alla persona.
Ad esempio, nella sentenza della Corte costituzionale n.84 del 13 aprile 2016, i giudici hanno considerato il concepito come «un’entità in sé che ha il principio della Vita» e che in quanto tale «costituisce un valore di rilievo costituzionale», affermando nello stesso tempo  che il concepito non è un soggetto che possa vantare «pretese verso terzi».
Proprio perché il concepito porta in sé «il principio  della Vita», a maggior ragione dovrebbe essergli riconosciuto tout court  il diritto a vivere questa stessa Vita, unica ed irripetibile!

7. La Vita, sin dal suo inizio, è un diritto inviolabile: la legge naturale iscritta nell’uomo.
Il diritto alla Vita della persona, sin dal suo concepimento,  non è forse un diritto inviolabile e quindi, ai sensi e per gli effetti dell’art.2 della Costituzione italiana, avente rango costituzionale e, per tal motivo, qualificabile come diritto   indisponibile ed opponibile a chiunque, persino agli stessi genitori del concepito ?
La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, all’art.3 stabilisce che «ogni individuo ha diritto alla Vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona»: pertanto, quello alla Vita è il primo, il  fondamentale e, nello stesso tempo,  il più naturale dei diritti di ogni uomo.
Una  legge naturale, come ricordava Karol Woytjla,  iscritta dentro ogni essere umano sin dal momento iniziale della Vita e quindi dal concepimento della persona;  il riconoscimento unanime di questa  legge naturale non dovrebbe ristabilire, ex tunc,  una sorta di equilibrio armonico e di pace  tra la naturalezza della Vita e l’uomo,  senza alcuna prevaricazione di quest’ultimo sulla prima ?
Forse la scienza, la religione, così come la filosofia e l’antropologia, devono cercare di confrontarsi in maniera seria ed approfondita sulla questione dell’effettiva esistenza di un diritto naturale a salvaguardia della natura umana.
Viceversa, le questioni più delicate, soprattutto quelle  che concernono la tutela della dignità umana  all’inizio ed alla fine della Vita della persona saranno, sempre di più,  oggetto del potere decisionale dei magistrati; Gaetano Silvestri, ha osservato come «concetti fondamentali quali quelli di vita e persona sono suscettibili di opzioni giuridico/morali così contrastanti, da portare a conseguenze giuridico/pratiche molto diverse, fonti di grave imbarazzo sia per il legislatore che per il giudice».
 E’ attraverso un concreto percorso di confronto culturale e di adeguata informazione (sensibilizzazione) che il valore della Vita e della dignità della persona possono essere riconosciuti ( e quindi rispettati) dalla collettività; senza questo percorso comune, alla riscoperta di una regola naturale iscritta nella nostra stessa persona, non potrà esserci una norma o una sentenza atta a tutelare pienamente la Vita sin dal concepimento.

8. Conclusioni.
Tra il riconoscere l’essere persona nell’embrione ed il riconoscere la persona attraverso un meccanismo socio-culturale, forse, potrebbero esserci dei punti di incontro o, comunque, di possibile confronto.
Da una parte abbiamo l’autodeterminazione dell’adulto, dall’altra vi è quella   che è stata definita e descritta come l’auto-direttività del concepito, persona minore più minore, fragile ed indifeso ma pienamente determinato nel suo progetto di Vita ed in questo suo viaggio verso la sua prima casa, quella del grembo materno.
La scienza ha dimostrato, anche attraverso recenti studi, l’effettiva sussistenza di una relazione informativa tra il concepito e la madre, anche nella c.d. fase pre-impianto relativa alle prime due settimane successive alla fecondazione.
Oggi più che mai è necessario un locum facere dentro di noi, soprattutto distogliendo lo sguardo dai pregiudizi o dalle false informazioni che condizionano ( e limitano) la libertà e l’auto-determinazione delle persone adulte e, quindi, di diverse donne in attesa di un figlio.
E’ altresì necessaria una maggiore sensibilità in merito al linguaggio utilizzato nonché attorno alla definizione dei termini ( soprattutto quelli in ambito medico-scientifico); è urgente confrontarsi sui valori umani fondamentali, come quello della Vita, della maternità, dell’essere genitori, dell’educare…Dell’ascoltare il concepito che non è dotato del logos ma sta comunque comunicando in altre forme con la madre.
Iniziando a  raccontare ( alias, narrare) al paziente – ma anche alla madre in attesa di un figlio - ciò che è obiettivamente presente, visibile e percepibile è possibile cercare di ristabilire un nuovo equilibrio naturale tra gli uomini e lo stato naturale e, quindi, anche con la Vita che nasce.
Ciò richiede un senso di reale e quotidiana responsabilità da parte di tutte le persone che si definiscono adulte, una capacità di lasciarsi mettere in discussione, un locum facere appunto, che consenta a ciascuno di noi di lasciar spazio alla voce del nostro essere embrione ( in quanto ognuno di noi, appunto,  è stato concepito) , per metterci in ascolto di questo minore più minore che ci ha permesso di crescere e di divenire, ad un certo punto della nostra Vita,  persone adulte.
Quelle persone adulte, appunto, che hanno sempre deciso e continuano a decidere, soprattutto sulle delicate questioni che riguardano i bambini e le persone fragili la cui capacità di auto-determinazione è compromessa se non addirittura assente.
A tal proposito, meritano qui un richiamo le parole del già segretario dell’ONU, Kofi Annan:  «tutti vogliamo un mondo migliore per i bambini. Fino ad oggi, sono stati gli adulti a prendere le decisioni, ma è arrivato il momento di migliorare il mondo con i bambini.  Vi prometto che la vostra opinione sarà ascoltata»; ecco, ritengo che questa fase di ascolto debba cominciare dagli stessi attimi  del concepimento del bambino !
Concludo questa mia relazione con un auspicio, indicando una possibile via per l’attuazione del diritto all’ascolto del minore più minore (del concepito che vive e che è determinato a vivere!), e lo faccio attraverso il pensiero del  già Rettor Maggiore dei Salesiani nel Mondo:  «fondamento dei diritti umani è il dato ontologico della dignità di ogni persona, insito nella natura umana (…). La sfida è per noi incentrata sulla prevenzione, sull’educazione preventiva, sul rompere il circolo vizioso che perpetua le continue violazioni dei diritti umani e della dignità della persona, sul promuoverne una cultura diffusa, capace di uscire dalle stanze dei giuristi e dei filosofi del diritto per farsi patrimonio dell’umanità» .
Credo infatti che l’educazione e l’informazione approfondita in merito a quelli che  rappresentano i  valori fondanti di  ogni persona - soprattutto nelle questioni  bioetiche - costituiscono il substrato culturale, politico, giuridico, etico e scientifico che se  «sufficientemente coeso e condiviso», attraverso un sensibile ascolto, potrebbe davvero esprimere e  fondare la legittimazione di regole comuni,  atte alla tutela della Vita e della dignità della persona.

In allegato il testo integrale dell'articolo completo di note.