Malpractice medica - Generalità, varie -  Redazione P&D - 15/09/2017

L. Balduzzi sulla responsabilità professionale civile del medico e degli altri esercenti la professione sanitaria: sviluppi interpretativi e risvolti applicativi

Si pubblica un’interessante e approfondita annotazione della Dott.ssa Caterina Giovanetti, giudice del Tribunale di Monza, alla sentenza del Tribunale Milano, sez. I civ., sentenza 17 luglio 2014 (Est. Patrizio Gattari) che trae nuovo vigore alla luce della Legge n. 24/10 (cd. Legge Gelli)  

L’intervento della Legge Balduzzi sulla responsabilità professionale civile del medico e degli altri esercenti la professione sanitaria:  sviluppi interpretativi e risvolti applicativi   

SOMMARIO: 1. L’attualità della sentenza del Tribunale di Milano 17.7.2014. 2. La responsabilità sanitaria, i valori costituzionali coinvolti ed il “diritto vivente”. 3. L’intervento della Legge Balduzzi: le diverse interpretazioni dell’art. 3, comma 1. 4. Le relative conseguenze applicative.

1. La fattispecie posta all’attenzione del Tribunale di Milano nella sentenza in commento attiene ad un intervento chirurgico di tiroidectomia eseguito nell’ottobre del 2008 con un immediato decorso post-operatorio caratterizzato da grave dispnea da paralisi bilaterale delle corde vocali necessitante il ricovero in terapia intensiva, dispnea non risoltasi neppure dopo le dimissioni e che indusse l’attore a rivolgersi l’8.11.2008 ad altro nosocomio, ove veniva sottoposto a tracheotomia, parzialmente risolutiva degli esiti invalidanti (paralisi non più recuperabile della corda vocale destra e diagnosi di lieve miglioramento di quella sinistra), risultati riconducibili, a seguito di controlli specialistici e parere medico-legale, all’errato intervento chirurgico eseguito nell’ottobre.
Il Tribunale chiamato a giudicare della responsabilità civile della struttura e del medico ha applicato retroattivamente l’art. 3 della L. 189/2012 (meglio nota come legge Balduzzi) e predicato la responsabilità del medico strutturato come extracontrattuale in ossequio al dato testuale ivi contenuto, anziché come contrattuale da contatto sociale, ponendosi così in aperto contrasto con il “diritto vivente” e le decisioni della Corte di Cassazione successive all’entrata in vigore della norma citata.
L’accesa querelle  dottrinale e giurisprudenziale che ha accolto l’entrata in vigore della legge Balduzzi origina dal valore assoluto degli interessi coinvolti, la cui tutela piena, sostanziale e processuale, impone il delicato bilanciamento tra esigenze generali e contingenti esigenze individuali.
La sentenza del Tribunale di Milano, tra le prime ad aver previlegiato testualmente il richiamo all’art. 2043 c.c. ed ad averne fatto applicazione nei termini che probabilmente accoglierà il legislatore nell’annunciato nuovo intervento, offre lo spunto più che per affermare sotto il profilo del rigore sistematico e metodologico la preferenza per l’una o per l’altra scelta ermeneutica –analisi che potrebbero risolversi in un mero esercizio di stile all’esito dell’intervento legislativo-, quanto per vagliarne l’effettiva incidenza nella regolamentazione della fattispecie concreta senza che ciò comporti quel temuto vulnus alla tutela dei diritti fondamentali coinvolti.
In tale prospettiva imprescindibile è l’excursus dei principi giurisprudenziali e dottrinali elaborati in materia.      
2. Il tema del contenuto e della tutela, dei diritti fondamentali dell’uomo, positivizzati nell’art. 2 della Costituzione, dopo un periodo di latenza interpretativa determinata nei rapporti tra Stato e cittadino dal valore programmatico attribuito alle norme costituzionali e nei rapporti tra consociati dall’approccio ancora prevalentemente reddituale, verso gli anni settanta del secolo scorso si impone all’attenzione della dottrina e della giurisprudenza anche a seguito del sorgere di diverse e nuove fonti di aggressione dell’individuo inteso nelle sue complesse e variegate estrinsecazioni personalistiche (salute, vita di relazione, identità personale, religione, serenità, sfera ludico ricreativa).
L’approccio interpretativo ai temi della persona si incentra sulla valorizzazione degli aspetti a-reddituali, trae nuova linfa dalle fonti sovranazionali quali la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948 approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10.11.1948, la carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea del 7.12.2000 successivamente ricompresa nella Costituzione Europea, la Convenzione di Oviedo (4.4.1997), il trattato di Lisbona (13.12.2007) ed approda all’affermazione del principio personalistico espressione della riconosciuta centralità della persona come valore assoluto “…in una prospettiva non individuale, ma nell’ambito delle formazioni sociali cui estrinseca la propria identità e l’insieme dei valori cui è espressione……quale portatrice di interessi non solo patrimoniali, ma anche personali per quanto esplicitamente previsto, tra l’altro nello stesso testo costituzionale, con particolare riferimento agli artt. 2 e 32 Cost.” anche in fase prenatale e tanatologica.
Il diritto alla salute, riconosciuto dall’art. 32 Cost., è protagonista di tale (ri) evoluzione interpretativa: volta da un lato a superare il limite della risarcibilità del danno non patrimoniale imposta dall’art. 2059 c.c. e dall’altro ad ampliarne il contenuto, in modo da ricomprendervi non solo l’aspetto negativo di assenza di malattia, ma anche quello di “stato di benessere fisico e psichico”, che coinvolge “anche gli aspetti interiori della vita come avvertiti e vissuti dal soggetto nella sua esperienza” .
Il contenuto del diritto specularmente segna il perimetro della sua lesione. Il danno biologico è, infatti, così definito dall’art. 138 D.Lg 7.9.2005 n. 209 (Codice delle Assicurazioni): “..per  danno biologico si intende la lesione temporanea o permanente all’integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un’incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito”.
La centralità del principio personalistico nella sua primaria espressione del diritto fondamentale alla salute, la cui tutela è oggetto del trattamento sanitario terapeutico, ha indotto la Corte di Cassazione a ripensare, ispirandosi alle dottrine giuseconomiche ed alla Interessenjurisprudenz, la responsabilità civile come tecnica di efficiente allocazione dei rischi e con tale finalità a ridisegnare presupposti e limiti della responsabilità sanitaria.
L’individuazione delle risposte interpretative volte ad una maggiore tutela del paziente danneggiato ha indotto dottrina e giurisprudenza, da un lato, a plasmare gli istituti tradizionali, trovando soluzioni interpretative, che pur nel solco della tradizione, hanno ampliato i confini dei principi, così come tradizionalmente intesi, dall’altro, a differenziare l’ambito della responsabilità civilistica da quella penalistica, in ragione delle diverse finalità perseguite.
Si assiste così alla nascita del contratto atipico a prestazioni corrispettive con effetti protettivi dei terzi “di spedalità”, che si conclude tra il paziente e la struttura pubblica o privata a cui il primo si affida per le cure, in forza del quale la struttura si obbliga a fornire oltre alla prestazione principale di cura anche una serie di prestazioni di protezione ed accessorie, rispondendo ex art. 1218 c.c. per inadempimenti che attengono a prestazioni proprie di tipo imprenditoriale e non professionale (c.d. danno da disorganizzazione) senza le limitazioni di cui all’art. 2226 c.c. ed ex art. 1228 c.c. per inadempimenti che attengono al personale medico ed ausiliario.
La “liason” tra paziente e medico strutturato, in assenza di un rapporto contrattuale diretto, un tempo ricondotta nell’alveo dell’illecito extracontrattuale ex art. 2043 c.c., viene costruita come responsabilità da inadempimento senza obblighi di prestazione che ha fonte nel “contatto sociale” e natura contrattuale con le conseguenze sul piano della disciplina dell’onere della prova, non più gravante sul paziente in relazione a tutti gli elementi dell’illecito e del termine di prescrizione ordinario (10 anni) ex art. 2946 c.c., anziché breve (5 anni) ex art. 2947 c.c., ad evidente vantaggiosa tutela dell’attore danneggiato.
Le istanze di tutela del paziente, rectius, del diritto fondamentale della salute, ridondano anche sulla teoria della colpa tanto da indurre la Corte di Cassazione a mutarne la struttura: così testualmente si legge in Cassazione  n. 9471/2004 “Ne deriva l'individuazione di standards di condotta alla luce dei quali l'intera teoria della colpa, del nesso causale e dello stesso danno, sotto il profilo tanto sostanziale quanto probatorio, ne esce, in definitiva, profondamente mutata rispetto agli archetipi tradizionali, ed è in particolare la colpa, elemento soggettivo dell'illecito, a connotarsi sempre più non come insieme di fatti, ma come qualificazione giuridica di tale insieme”.     
Lo spunto interpretativo insito nelle parole riportate, colto dalla giurisprudenza successiva del Supremo Collegio, conduce ad adottare parametri di diligenza, prudenza e perizia professionale ex art. 1176, secondo comma, c.c individuati in concreto mediante un “giudizio relazionale di valore, in ragione delle circostanze del caso concreto”, tanto più elevati quanto più è specializzata non solo la prestazione offerta, ma anche quanto più è organizzata e dotata di mezzi la struttura all’interno della quale la cura è prestata, la cui adeguatezza rispetto all’intervento da compiere o la patologia da curare è oggetto di uno specifico dovere di informazione del medico. L’oggettivazione del profilo soggettivo, che suona come ossimoro e si correla al concetto di professionalità ed imprenditorialità derivato dalla legislazione europea, si compie altresì limitando l’ambito di applicazione dell’art. 2236 c.c. e regolando la distribuzione dell’onere probatorio.   
La rivisitazione dogmatica, almeno sul piano del contenuto dell’onere della prova, investe anche il nesso di causalità materiale, i cui approfondimenti teorici ed applicazioni pratiche costituivano retaggio quasi esclusivamente della dottrina e della giurisprudenza penale. Di recente tuttavia il tema, proprio in relazione alla responsabilità medica, ha catalizzato l’attenzione anche dei giudici civili, i quali pur partendo dal principio della condicio sine qua non espresso dagli artt. 40 e 41 c.p. temperato dal criterio della “regolarità causale” secondo gli insegnamenti della giurisprudenza penale, hanno precisato, tuttavia, che in ambito civilistico è sufficiente per l’affermazione della sussistenza del nesso causale la prova, non dell’oltre ogni ragionevole dubbio, bensì della preponderanza dell’evidenza ovvero del più probabile che non.  Il minore rigore è giustificato dai diversi interessi in gioco.
Anche l’individuazione del dies a quo della prescrizione, indicato dall’art. 2935 c.c. dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere o dal comma primo dell’art. 2947 dal giorno in cui si è verificato il fatto, è oggetto dell’interpretazione di favore per il paziente danneggiato, laddove si sono ritenute verificate le condizioni suddette  quando vi è riconoscibilità del danno e del rapporto di causalità.    
Il quadro si completa con il regime dell’onere della prova rigidamente improntato a quello che governa la responsabilità contrattuale secondo l’insegnamento delle sezioni unite della Corte di Cassazione (sentenza n. 13533/2001) e così sintetizzato: il paziente che agisce in giudizio deve, anche quando deduce l’inesatto adempimento dell’obbligazione sanitaria, provare il contratto o il contatto sociale, e allegare l’insorgenza o l’aggravamento della patologia e l’inadempimento qualificato del debitore, quale inadempimento astrattamente idoneo a provocare (quale causa o concausa efficiente) il danno lamentato, rimanendo poi a carico del debitore dimostrare o che l’inadempimento non vi è stato, ovvero che pur esistendo, esso non è stato causa del danno ovvero non è stato eziologicamente rilevante.
Il modello di responsabilità sanitaria poc’anzi delineato costituisce “diritto vivente” ed è sintetizzato nelle dodici sentenze delle sezioni unite della Corte di Cassazione dell’11.1.2008 pronunciatesi sul particolare danno da emotrasfusioni e dei danni lungolatenti, la cui particolarità aveva indotto la dottrina a temerne l’applicazione diffusa.
La giurisprudenza successiva, invece, si consolida su tali principi di indiscusso favor per il danneggiato, giustificato dai valori di rango costituzionale in gioco, dando vita a quell’eccesso di responsabilità che innesca il circolo vizioso dell’aggravio del bilancio pubblico e della c.d. medicina difensiva, atteggiamento che spinge gli operatori sanitari a prendere decisioni orientate non al bene del paziente, bensì ad evitare di essere coinvolti in contenziosi civili o procedimenti penali a loro carico, prescrivendo da un lato esami diagnostici, trattamenti terapeutici in eccesso, e dall’altro rifiutando di prendere in carico pazienti ad alto rischio.
3. In tale consolidato contesto giurisprudenziale e con il proclamato intento di arrestare il circolo vizioso richiamato interviene la c.d. Legge Balduzzi: D.L. 13.9.2012 n. 158 recante “Disposizioni urgenti per promuovere lo sviluppo nel paese mediante un più alto livello di tutela della salute” convertito con la L. 8.11.2012 n. 189. L’art. 3, alle cui norme è affidato il compito di arginare il fenomeno della medicina difensiva, così recita: “L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene alle linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’art. 2043 del codice civile. Il giudice anche nella determinazione del risarcimento, tiene debitamente conto delle condotte di cui al primo periodo….Il danno biologico conseguente all’attività dell’esercente della professione sanitaria è risarcito sulla base delle tabelle di cui agli articoli 138 e 139 del decreto legislativo 7 settembre 2005 n. 209, eventualmente integrate con la procedura di cui al comma 1 del predetto articolo 138 e sulla base dei criteri di cui ai citati articoli, per tenere conto delle fattispecie da essi non previsti, afferenti all’attività di cui al presente articolo.”
L’articolo citato, rispetto al quadro del “diritto vivente” delineato ed alla stesura contenuta nel D.L. 13.9.2012 n. 158, sugellando sotto il profilo soggettivo la necessità del rispetto delle linee guida e buone pratiche accreditate, rileva sulla responsabilità penale, sul criterio di imputazione della responsabilità civile, sull’entità del risarcimento sia commisurandolo all’intensità dell’elemento soggettivo sia ancorandolo a parametri normativi come già avviene per i danni derivanti dalla circolazione stradale.
Dottrina e giurisprudenza, a parte la corale unanime critica della tecnica redazionale non proprio puntuale, nell’interpretare la norma relativa ai criteri di imputazione della responsabilità civile hanno dato vita a tre scelte ermenuetiche.
La prima, peraltro percorsa dalla stessa Corte di Cassazione, continua a qualificare sia la responsabilità della struttura che quella del medico che in essa opera come responsabilità contrattuale, mantenendo così immutata la disciplina precedente. Questi gli argomenti del Supremo Collegio: “L'art. 3, comma 1, del d.l. 13 settembre 2012, n. 158, come modificato dalla legge di conversione 8 novembre 2012, n. 189, nel prevedere che" l' esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve", fermo restando, in tali casi," l'obbligo di cui all'articolo 2043 del codice civile", non esprime alcuna opzione da parte del legislatore per la configurazione della responsabilità civile del sanitario come responsabilità necessariamente extracontrattuale, ma intende solo escludere, in tale ambito, l'irrilevanza della colpa lieve. L'art. 3, comma 1, l. n. 189/2012, là dove omette di precisare in che termini si riferisca all'esercente la professione sanitaria e concerne nel suo primo inciso la responsabilità penale, comporta che la norma dell'inciso successivo, quando dice che resta comunque fermo l'obbligo di cui all'art. 2043 c.c., poiché "in lege aquilia et levissima culpa venit", vuole solo significare che il legislatore si è soltanto preoccupato di escludere l'irrilevanza della colpa lieve in ambito di responsabilità extracontrattuale, ma non ha inteso prendere alcuna posizione sulla qualificazione della responsabilità medica necessariamente come responsabilità di quella natura. La norma, dunque, non induce il superamento dell'orientamento tradizionale sulla responsabilità da contatto e sulle sue implicazioni”. Il richiamo all’art. 2043 c.c. opera come norma secondaria ed è pertanto relegato alla affermazione dell’obbligo risarcitorio.
La seconda lettura antitetica alla prima assegna al richiamo all’art. 2043 c.c. valenza omnicomprensiva e tale da ricondurre all’archetipo della lex aquilia sia la responsabilità della struttura che quella del medico, salva l’ipotesi di stipulazione di contratto direttamente tra medico e paziente. Quest’ultima interpretazione contrasta con il dato letterale, dovendosi ritenere che la correlazione con il valore penale del primo inciso dell’art. 3 L. 189/2012 imponga di ravvisare il destinatario del precetto nella persona fisica che esercita l’attività, e non pare trovare humus fertile nel diritto vivente.
La terza, percorsa anche dalla sentenza in commento, muovendo dalla considerazione che il richiamo all’art. 2043 c.c. –viste le annunciate finalità della legge e la chiara volontà del legislatore di limitare la responsabilità degli operatori sanitari- non possa essere ignorato, precisa che la responsabilità della struttura, sia pubblica che privata, resta di natura contrattuale ex art. 1218 c.c. per le obbligazioni proprie ed ex art. 1228 c.c. per l’operato dei suoi dipendenti, mentre quella del medico strutturato, in assenza di contratto, va ora qualificata come extracontrattuale, decretando così il definitivo superamento della teorica del “contatto sociale” e le note conseguenze sulla disciplina della distribuzione dell’onere della prova e del temine di prescrizione.
4. Delimitato l’ambito di indagine alla prima ed alla terza soluzione, come anticipato più proficua, rispetto all’analisi critica di ciascun percorso interpretativo, pare quella delle effettive ricadute applicative.
Sul presupposto che la responsabilità della struttura pubblica o privata è di natura contrattuale per prestazione imprenditoriale, e tale rimane, e che l’elemento soggettivo resta ancorato ai parametri oggettivizzati e qualificati dell’art. 1176, secondo comma, c.c. con il limite di cui all’art. 2236 c.c., nella prospettiva della responsabilità da contatto sociale la giurisprudenza così sintetizza la distribuzione dell’onere probatorio: il paziente ha il solo onere di dedurre qualificate inadempienze, in tesi idonee a porsi come causa o concausa del danno, restando poi a carico del debitore convenuto l’onere di dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o imperizia possa essergli mosso, o che, pur essendovi stato inesatto adempimento questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.
Nella prospettiva della responsabilità extracontrattuale il paziente, che agisce per vedere affermata la responsabilità del medico strutturato, è gravato dell’onere di provare tutti gli elementi dell’illecito: fatto illecito, nesso causale tra fatto ed evento, elemento soggettivo, danno lamentato.
Tuttavia in entrambe le ipotesi, trattandosi di aspetti squisitamente tecnici il Giudice per verificare processualmente la sussistenza di condotte soggettivamente imputabili per profili di negligenza, imprudenza, imperizia, anche per mancato rispetto delle linee guida e delle buone pratiche, e del nesso di causalità dovrà necessariamente far ricorso alla Consulenza Tecnica d’ufficio, c.d. percipiente, esonerando così le parti dall’accertamento dei fatti connotati da tecnicismo.
Questi testualmente in tema i passaggi del Supremo Collegio: “Il giudice del merito può affidare al consulente non solo l'incarico di valutare i fatti accertati o dati per esistenti (consulente deducente) ma anche quello di accertare i fatti stessi (consulente percipiente). In tale ultimo caso la consulenza costituisce essa stessa fonte oggettiva di prova. Perché il giudice possa disporre una siffatta consulenza è necessario e sufficiente, da un lato, che la parte deduca il fatto che pone a fondamento del suo diritto, dall'altro, che il giudice ritenga che l'accertamento richieda specifiche cognizioni tecniche. Deve farsi in particolare ricorso a tale tipo di consulenza in caso di accertamento della responsabilità medica, attesa l'innegabilità delle conoscenze tecniche specialistiche necessarie non solo alla comprensione dei fatti ma alla rilevabilità stessa di fatti che, per essere individuati, abbisognano di specifiche cognizioni e/o strumentazioni tecniche. In tale materia, del resto, proprio gli accertamenti in sede di consulenza offrono al giudice il quadro dei fattori causali entro il quale fare operare la regola probatoria della certezza probabilistica per la ricostruzione del nesso causale”.
Affidato l’accertamento dei fatti alla Consulenza tecnica d’ufficio, al soggetto gravato dal relativo onere, incomberà soltanto la prospettazione (allegazione) di fatti astrattamente efficienti a produrre i danni subiti ed imputabili sotto il profilo soggettivo, mentre l’accertamento della sussistenza del nesso causale e dei profili soggettivi dell’illecito sarebbe affidato alla C.T.U. percipiente.
Sicché sul paziente danneggiato, se onerato anche della prova della sussistenza del nesso di causalità, anche in tale più svantaggiosa prospettiva processuale graverebbe soltanto il rischio della causa ignota, rischio che tuttavia appare limitato ad ipotesi percentualmente residue, in considerazione della regola probatoria del “più probabile che non”. Regola che così si atteggia: “E' oramai pacifico, che la certezza probabilistica in materia civile non può essere ancorata esclusivamente alla determinazione quantitativa/statistica delle frequenze di classi di eventi (cosiddetta probabilità quantitativa o pascaliana), che potrebbe mancare o essere inconferente. Così come è pacifico che la certezza probabilistica, rispetto all'ipotesi di nesso causale da accertare, risulta dall'applicazione della regola della probabilità, come relazione logica, rispetto a tutti gli elementi che confermano il nesso causale e all'esclusione di altri elementi alternativi che lo escludano (cosiddetta probabilità logica o baconiana). Allora, la consulenza svolge un ruolo centrale, e nell'individuare i fattori causali, positivi e negativi, in gioco, e nel dare spessore e contenuto alla probabilità sulla base delle conoscenze scientifiche. Mentre, al giudice spetta di esaminare i contenuti della consulenza e pervenire alla riferibilità causale dell'evento all'ipotetico responsabile solo se il primo sia più probabile (che non) che sia attribuibile al secondo, per la presenza di fattori che probabilisticamente ad esso lo riconducono e per l'assenza di fattori che lo riconducano ad altra causa”, e si completa con il principio in forza del quale eventi di cui è onerato il professionista non possono costituire validi motivi di esclusione del nesso di causalità nei casi dubbi: “la difettosa tenuta della cartella clinica naturalmente non vale ad escludere la sussistenza del nesso eziologico tra la colposa condotta dei medici in relazione alla patologia accertata e la morte, ove risulti provata la idoneità di tale condotta a provocarla, ma consente anzi il ricorso alle presunzioni, come avviene in ogni caso in cui la prova non possa essere data per un comportamento ascrivibile alla stessa parte contro la quale il fatto da provare avrebbe potuto essere invocato, nel quadro dei principi in ordine alla distribuzione dell'onere della prova ed al rilievo che assume a tal fine la "vicinanza alla prova", e cioè la effettiva possibilità per l'una o per l'altra parte di offrirla”.
Nella sentenza in commento, infatti, la responsabilità extracontrattuale del medico e contrattuale della struttura sono affermate sulle sole risultanze della C.T.U., in presenza di allegazioni identiche rispetto al medico ed alla struttura come chiaramente emerge dal paragrafo 3 della sentenza.
L’affermata diversità del titolo di responsabilità non ha condotto a decisioni difformi neppure nel caso risolto dal Tribunale di Milano 3.12.2014 e neppure dal Tribunale di Enna 18.5.2013 ove icasticamente si legge: “Invece , la domanda svolta dall’attrice nei confronti del Dott. C., deve essere qualificata come domanda di risarcimento da responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c. Entrambe le domande, come detto, vertono attorno alla dimostrazione della violazione dolosa o colposa, da parte del medico addetto al trattamento terapeutico, delle leges artis. L’attrice depositando in atti la documentazione necessaria a ricostruire la dinamica dei fatti, ha assolto l’onere della prova su di sé gravante, sia ex art. 2043 c.c. che ex art. 1218 c.c., compreso quello relativo alla sussistenza del nesso eziologico fra inadempimento e o da lui danni subiti..”
L’incidenza pregiudizievole della prescrizione quinquennale, anziché ordinaria, è attutita dall’individuazione del termine mobile del dies a quo.
Se tale resta lo sviluppo applicativo conseguente all’interpretazione rispettosa della qualificazione letterale dell’art. 3 della legge Balduzzi allora il timore di un pericoloso vulnus alla tutela dei diritti fondamentali in presenza della responsabilità contrattuale, ora affermata quale autonoma e pertanto scindibile da quella del medico e/ altro ausiliario, e ex art. 1228 c.c. della struttura si palesa più teorico che pratico.

Caterina Giovanetti
(Giudice del Tribunale di Monza)