Giustizia civile - Processo di cognizione -  Andrea Castiglioni - 05/07/2018

L'eziologia è il danno. Il nesso causale deve essere allegato dal danneggiato - Cass. 16828/2018

La Corte di Cassazione torna a ribadire il riparto dell’onere della prova in materia di risarcimento danni derivante da inadempimento contrattuale. Lo fa in un caso di responsabilità sanitaria, con domanda di risarcimento promossa nei confronti della struttura sanitaria; la quale risponde a titolo di responsabilità contrattuale in forza del c.d. contratto di spedalità, stipulato con il paziente all’atto dell’accettazione dello stesso per il ricovero.

La pronuncia appare pleonastica. La materia delle differenze tra il regime probatorio nella responsabilità contrattuale, rispetto a quella extracontrattuale, è ricca di pronunce e gli orientamenti attuali – allo stato – non sono messi in discussione (ex multis, Cass. n. 18392/2017; n. 975/2009; n. 17143/2012; n. 21177/2015; n. 20904/2013).

Tuttavia, va segnalata nella misura in cui afferma quali sono gli elementi comuni, ed essenziali, tra i due tipi di responsabilità. Materia sulla quale la chiarezza non sembra essere mai abbastanza, data la quantità di contenzioso che si registra.

Il punto in comune può essere così riassunto: il danno è elemento costitutivo della fattispecie dedotta in giudizio; ebbene, l’eziologia è immanente al danno. Sicché, deve essere allegato dall’attore-danneggiato anche il rapporto di causalità che sussiste tra il fatto e l’evento dannoso (causalità materiale), nonché le conseguenze dannose che l’evento dannoso ha prodotte (causalità giuridica).

È aspetto comune sia alla responsabilità in ambito contrattuale, sia a quella in ambito extracontrattuale, il fatto l’attore debba allegare il nesso eziologico che lega il fatto con l’evento, e l’evento con le conseguenze dannose.

Ciò posto, solo in ambito contrattuale sorge un secondo “ciclo” causale – e in ciò vi è la differenza con l’ambito extracontrattuale – che consiste nell’onere per il debitore, appurato che l’evento è conseguenza del fatto, di dimostrare che quell’evento non è dipendente dalla condotta in quanto determinato da una causa a lui non imputabile.

Il tutto trasposto in materia di responsabilità sanitaria, concentrandosi solo sulla causalità materiale: il paziente deve allegare, oltre all’esistenza del contratto di spedalità, l’aggravamento della propria situazione patologica e il nesso che lo rende dipendente dall’inadempimento della prestazione sanitaria. La possibilità, per la struttura sanitaria, di dimostrare che l’evento è stato determinato da causa non imputabile, è un frangente successivo, a cui non si può accedere se prima il paziente non abbia adempiuto al proprio onere, che logicamente si pone prima.

Giova riportare un passaggio dalla motivazione: “La causalità relativa all'evento ed al danno consequenziale è comune ad ogni fattispecie di responsabilità, contrattuale ed extracontrattuale, e caratterizza negli stessi termini, sia in ambito contrattuale che extracontrattuale, gli oneri di allegazione e di prova del danneggiato. Il danno è elemento costitutivo della fattispecie dedotta in giudizio ed essendo l'eziologia immanente alla nozione di danno anche l'eziologia è parte del fatto costitutivo dedotto che l'attore deve provare.

Ciò che piuttosto distingue, ai fini in discorso, la responsabilità contrattuale da quella extracontrattuale è l'emergenza, nella prima, di un secondo ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere.

Questo però acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore.

Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l'aggravamento della situazione patologica (o l'insorgenza di nuove patologie per effetto dell'intervento) è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l'onere di provare che l'inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall'attore, è stato determinato da causa non imputabile.

Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che la patologia sia riconducibile, ad esempio, all'intervento chirurgico, la struttura sanitaria deve dimostrare che l'intervento ha determinato la patologia per una causa, imprevedibile ed inevitabile, la quale ha reso impossibile l'esecuzione esperta dell'intervento chirurgico medesimo.

Conseguenzialmente la causa incognita resta a carico dell'attore relativamente all'evento dannoso, resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere”.

Il precipitato di quanto sopra porta a concludere che il paziente, per vedere accolta la domanda di risarcimento, non può limitarsi ad allegare il ricovero, le aspettative (fauste) sottese al trattamento sanitario (cioè come le cose sarebbero dovute andare), e il proprio stato di salute deteriore diverso da quanto sperato. Egli deve altresì dimostrare che quell’evento dannoso è stato determinato dall’inadempimento dei sanitari, aspetto, quest'ultimo, che non può essere accantonato, ma va sviscerato in modo idoneo in sede di istruttoria.

In altre parole, anche in ambito di responsabilità contrattuale, la posizione del danneggiato non è poi così agevolata; al di là dell’oggettivo vantaggio dovuto al più lungo termine prescrizionale (10 anni contro 5), l’onere probatorio non è così leggero come lo si pensi – soprattutto in ambito sanitario.