Persona, diritti personalità - Onore, decoro, reputazione -  Sabrina Peron - 19/12/2017

L’hate speech e la sua valenza lesiva – Sabrina Peron

L’hate speech e la sua valenza lesiva – Sabrina Peron, avvocato in Milano

Commento a Trib. Milano, sez. I, 19.04.2016, G.U. dr.ssa Cattaneo

 

E’ noto che i mass-media rappresentano le principali forme di comunicazione sociale in grado di influenzare sia la conoscenza individuale che quella pubblica, che si evolve così in pubblica opinione. La pubblica opinione, più che un concetto monolitico, deve intendersi come una pluralità di “sfere pubbliche” in rapporto di costante tensione, competizione ed influenza reciproca[1]. A partire dal c.d. secolo breve[2], la rapida e costante evoluzione dei mezzi con cui circola l’informazione, ha rivoluzionato i mass-media ed il loro rapporto con le persone e la società: tant’è che oggi si ritiene che i mass-media più che rappresentare la realtà, siano la realtà stessa, o come, è stato osservato, «la realtà capovolta nell’irrealtà»[3]. La gran massa delle informazioni messe oggi in circolazione dai mezzi di informazione (che non sono più i “classici” mass-media, ma che si estendono a tutte le nuove forme di comunicazione di massa rese possibili dai continui sviluppi di internet) e la velocità con la quale queste circolano e si propagano, incide sul modo e sulla velocità con la quale si forma, si radica e si dissolve una pubblica opinione su un dato argomento[4]. Con tutto ciò che ne potrebbe conseguire anche in termini di tenuta democratica se è vero che in ogni democrazia è essenziale la presenza di una «opinione pubblica consapevole»[5].

Negli ultimi anni tuttavia, i mass-media hanno abituato l’opinione pubblica ad un imbarbarimento del linguaggio che è ormai diventato un fenomeno dilagante, a tutti i livelli.

In particolare, nei mass-media e soprattutto, ma non solo, on-line, si moltiplicano, e diffondono, “espressioni” estreme, d’odio (o hate speech per usare il termine inglese con il quale il fenomeno è da tempo noto e studiato)[6]. In particolare internet ha rappresentato un terreno «fertile per i promotori dell’odio, che hanno sfruttato l’anonimità e l’immediatezza di tale strumento per diffondere le proprie idee e manifestazioni estremiste offensive»[7]. Si noti che spesso le espressioni d’odio si pongono a commento di false notizie, o fake news o bufale, che dir si voglia, creando una sorta di circolo vizioso reciproco.

Gli studiosi del fenomeno affrontano il problema dell’odio circolante nella rete distinguendone due macro aree:

  • nella prima, rientrano tutti quei fenomeni che «prendono di mira un soggetto non solamente al fine di offenderlo verbalmente ma, anche, per condizionare, attraverso l’odio ed un uso malicius delle nuove tecnologie, la sua vita quotidiana e colpire il suo benessere fisico»[8]. Si tratta in particolare dei casi di cyber-bullismo[9], di cyber-stalking, o ancora, istigazione al suicidio via web, etc., etc.; ma si tratta anche tutte quelle attività utilizzate dagli estremisti per fare reclutamento o proselitismo. Per cui se prima – come si è accennato - si parlava di realtà capovolta nell’irrealtà, in questi casi è l’irreale, il virtuale, che ricade (pesantemente) nella realtà alterando il comportamento o l’equilibrio di una persona;
  • nella seconda, invece, rientrano tutti quei discorsi d’odio alimentati dalla c.d. «vis polemica che eccede i limiti di legge e che può coinvolgere temi razziali, argomenti politici, la paura del “diverso”, le minoranze etniche e, comunque, ogni altro elemento/argomento che, in un determinato contesto, diventi di per sé oggetto passibile di critica feroce»[10].

E’ proprio a questa seconda categoria che attiene il provvedimento del Tribunale di Milano, che qui si pubblica, che è stato chiamato a giudicare la valenza offensiva dell’espressione “i rom sono la feccia della società”, pronunciata, più volte, nel corso di una trasmissione televisiva da parte di un membro del Parlamento Europeo.

Al riguardo il Tribunale ha anzitutto affrontato in via preliminare la questione della legittimazione attiva dei ricorrenti (una persona fisica e due associazioni) e quella dell’immunità parlamentare del convenuto.

Con riguardo alla legittimazione attiva, il Tribunale ha osservato che in relazione a comportamenti in ipotesi discriminatori, questa spetta al soggetto passivo della discriminazione, il quale “può agire in proprio o rilasciare delega alle associazioni o agli enti che siano iscritti in apposito elenco approvato con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro per le pari opportunità” (cfr. art. 5, co. 1, D.Lgs. 215/2003), oppure, ai predetti enti o associazioni, nei casi di “discriminazione collettiva qualora non siano individuabili in modo diretto ed immediato le persone lese dalla discriminazione” (cfr. art. 5, co. 3 D.Lgs. 215/2003).

Tanto premesso, il Tribunale, considerato che l’espressione non era riferita alla ricorrente persona fisica (peraltro neppure presente alla trasmissione), ma “genericamente alla collettività rom” si configurava quindi un'ipotesi di discriminazione collettiva ex art. 5 co. 3 d.lgs. 215/2003, non essendo individuabili in modo diretto ed immediato le persone lese dalla discriminazione. Il Tribunale ha quindi osservare come in ipotesi di questo genere la “legittimazione ad agire nell'interesse della collettività rom non spetta a qualsiasi soggetto appartenente a tale categoria, pur questi ritenendosi offeso quale membro della categoria in assunto discriminata, bensì è rimessa dalla legge alle associazioni o agli enti individuati sulla base delle finalità programmatiche perseguite ed inseriti in un apposito elenco approvato con decreto Ministeriale (art. 5 cc. 1 e 3 d.lgs. n. 215/2003)”.

Sulla base di tale presupposto, nell’escludere la legittimazione attiva della ricorrente persona fisica, il Tribunale ha invece affermato la legittimazione attiva delle due associazioni, dato che:

  • il loro scopo statutario è, rispettivamente, la “promozione e la tutela nella società civile dell'affermazione dei principi di pari dignità sociale, di uguaglianza delle persone senza distinzioni di razza, di lingua, di religione, di sesso di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali e di pari opportunità e di contrastare ogni fenomeno di odio o di violenza o di incitamento alla violenza per motivi razziali, etnici” nonché il “perseguimento di finalità di solidarietà sociale attraverso la promozione dell'impegno umano e sociale dei cittadini democratici senza alcuna discriminazione su base etnica, religiosa, politica”;
  • entrambe risultavano iscritte negli elenchi di cui all'art. 5 c. 1 del decreto n, 215/2003 (cfr. doc. n. 1 di parte ricorrente) e, conseguentemente, erano pienamente legittimate ad agire autonomamente in relazione ad un'ipotesi di discriminazione collettiva.

Con riguardo invece all’immunità parlamentare dei deputati europei, il Tribunale ha anzitutto osservato come non sia “necessario che il giudice sottoponga la questione al Parlamento europeo e sospenda il giudizio”, tutte le volte in cui il deputato non abbia comunicato al Giudice di aver presentato al Parlamento europeo richiesta per ottenere la difesa della immunità di cui all’artt. 8 e 9 del Protocollo n. 7 sui privilegi e sulle immunità dell'Unione europea[11]. In proposito, va ricordato che la giurisprudenza della Corte di Giustizia, ha offerto un’interpretazione della nozione di “opinione” di cui all'art. 8 Prot., che include:

  • da un lato, “i discorsi e le dichiarazioni che, per il loro contenuto, corrispondono ad asserzioni costituenti valutazioni soggettive”;
  • dall’altro lato, anche le dichiarazioni rese al di fuori delle aule parlamentari.

Tuttavia, per poter beneficiare dell'immunità, occorre che l'opinione sia stata pronunciata “nell'esercizio delle sue funzioni” di deputato europeo, il che ciò comporta l’esistenza di un nesso tra l'opinione formulata e le funzioni parlamentari, nesso che – come insegna la giurisprudenza comunitaria - “essere diretto e imporsi con evidenza[12]. In sostanza, osserva il Giudice ambrosiano, l’invocata immunità può operare, se sussiste una sostanziale corrispondenza ed una diretta connessione funzionale tra le opinioni espresse e le attività parlamentari concretamente svolte dal parlamentare, non essendo sufficiente una semplice comunanza di argomenti, né un mero “contesto politico” entro cui le dichiarazioni possano collocarsi e neppure, il riferimento alla generica attività parlamentare. Nesso che nella fattispecie decisa dal Tribunale di Milano è stata esclusa constatato che il deputato si era limitato a sostenere la sua presenza alla trasmissione televisiva in veste di esponente di un partito politico e membro del Parlamento Europeo, senza nulla allegare “in merito ai contenuti dell'attività parlamentare da questi svolta né all'esistenza di una qualsivoglia connessione tra le affermazioni di cui è causa e l'attività parlamentare de qua”.

 

Nel merito, è stata ritenuta fondata la domanda risarcitoria proposta dalle associazioni ricorrenti: il Tribunale ha giudicato l’affermazione “i rom sono la feccia della società” comportamento discriminatorio ex art. 2. co. 3, D.lgs. 215/2003, in forza del quale costituiscono discriminazioni tutte le “molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi di razza o di origine etnica, aventi lo scopo o l'effetto di violare la dignità di una persona e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante od offensivo”.

In passato, già la Corte di Cassazione, aveva ritenuto «configurabile il reato di propaganda di idee discriminatorie, previsto dall'art. 3 comma 1 lett. a), l. n. 654 del 1975, nell'affissione di manifesti sui muri della città del seguente tenore: “No ai campi nomadi. Firma anche tu per mandare via gli zingari[13]. Mentre il Tribunale di Milano, aveva già giudicato come discriminatoria la frase “Milano non può, alla vigilia dell'expo 2015, diventare una città islamica, una zingaropoli piena di campi rom ed assediata dagli stranieri a cui la sinistra da anche il diritto di voto (…) non credo che per noi milanesi sia una priorità veder costruire una bella moschea nella nostra città...”[14].

Parimenti, il pregiudizio manifesto di inferiorità di una razza, è stato ritenuto nella fattispecie relativa a ingiuria era stato rivolto all'indirizzo della persona offesa le parole “cinghiale bastardo, sporco arabo[15], nonché l’espressione “sporco negro” come integrante gli estremi dell'aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso (ex art. 3, D.L. 122/1993), in quanto idonea a coinvolgere un giudizio di disvalore sulla razza della persona offesa[16]. Più recentemente, il Tribunale di Padova ha ritenuto sussistere l’aggravante della discriminazione razziale, in tutti i casi in cui l’azione si manifesti esteriormente come sentimento di avversione o di discriminazione fondato sulla razza, l'origine etnica o il colore della pelle, esprimendo un deciso pregiudizio razziale a prescindere dall'eventuale pericolo di suscitare presso altre persone comportamenti discriminatori[17]. E sempre la Cassazione ha ribadito che la frase “mai nessuno che se la stupri”, riferita al Ministro Cecile Kyenge, in occasione di un commento alla notizia di un’aggressione sessuale da parte di un cittadino somalo, non possa oggettivamente rappresentare espressione di manifestazione del pensiero, garantita dall’art. 21 Cost.», poiché la «libertà di manifestazione del pensiero cessa quando travalica in istigazione alla discriminazione ed alla violenza di tipo razzista, non avendo valore assoluto e dovendo essere coordinata con altri valori costituzionali di pari rango, quali quelli fissati dall’art. 3 Costo e dall’art. 117 Cost., comma 1»[18]

Per tornare alla sentenza in commento, il giudice ambrosiano ha osservato come il termine “feccia”, assuma nella lingua italiana il significato di “gentaglia, marmaglia, plebaglia, popolaglia” e venga utilizzato con valenza negativa per indicare “la parte peggiore e più spregevole, con particolare riferimento a una comunità o a un gruppo sociale”. Ne consegue che l’utilizzo di tale espressione con riferimento all'etnia rom:

  • è grandemente offensivo e lesivo della dignità dei destinatari”;
  • assuma anche “valenza discriminatoria ai sensi di quanto disposto dal suddetto art. 2. e. 3 d.lgs. n. 215/2003: in primo luogo, tale espressione è offensiva e umiliante, poiché il paragone con un elemento spregevole quale la feccia è tale da mortificare, e dunque offendere, la dignità dell'etnia rom; in secondo luogo, tale affermazione è idonea a creare un clima ostile e intimidatorio nei confronti della collettività rom, veicolando l'idea negativa che tale collettività costituisca la "parte peggiore della società" e che, in quanto tale, rappresenti una minaccia per la società medesima”;
  • presenta, infine, “valenza degradante poiché, gettando discredito sul popolo rom, è idonea a ingenerare infondate distinzioni su base sociale del tutto estranee e contrarie ai precetti di eguaglianza e di pari dignità sociale di cui all'art. 3 della Carta Costituzionale, ostacolando la libera e serena partecipazione degli stessi alla vita sociale”;

Il Tribunale, infine, ha ritenuto inidoneo ad elidere o attenuare la valenza discriminatoria dell’espressione sopra indicata la precisazione – pronunciata nel corso della medesima trasmissione – “io non ce l'ho con gli zingari in quanto tali, se uno si comporta bene è il benvenuto”, dato che l’asserita volontà di “non generalizzare ma di rifarsi solo a quella parte dell'etnia rom irrispettosa della legittimità”, risultava nei fatti smentita dalla “successiva affermazione de qua la quale peraltro, come si è detto, è stata ripetuta ben quattro volte nel corso della trasmissione, del tutto sganciata dal collegamento con coloro che commettono reati e non” e dal rifiuto di scusarsi.

 

Quanto al danno non patrimoniale riconosciuto e liquidato una volta accertato l’illecito, il Tribunale ha tenuto in considerazione le seguenti circostanze:

  • le concrete modalità attraverso le quali la discriminazione era stata attuata: “affermazione espressa in un programma televisivo e quindi essendosi manifestata con un unico atto istantaneo, il rimedio della adozione di un piano di rimozione volto ad evitare il ripetersi della discriminazione non può trovare luogo”;
  • la possibilità di offrire un “parziale ristoro alla categoria offesa e discriminata mediante la pubblicazione ai sensi dell'art. 28, c. 7 D.lgs. 150/2011 della intestazione e del dispositivo della presente ordinanza con le modalità meglio indicate in dispositivo”;
  • i “principi comunitari che, anche nelle ipotesi in cui, trattandosi di discriminazione collettiva, non vi siano vittime specificamente identificabili - impongono sanzioni effettive, proporzionate e dissuasive (art. 15 direttiva 2000/43/CE del 29.6.2000) e, secondo l'orientamento della Corte di Giustizia, una sanzione meramente simbolica non può essere considerata compatibile con un'attuazione corretta ed efficace delle direttive stesse (cfr., in tal senso, sent. Asociatia Accept della Corte di Giustizia del 25.4.2013 e sent. Centrum voor gelijkheid della Corte di Giustizia del 10.7.2008)”;
  • la mera pubblicazione del provvedimento non rappresenti una sanzione sufficiente né sia adeguatamente dissuasivo;
  • le associazioni legittimate ad agire in “quanto portatrici degli interessi e dei diritti della collettività dei soggetti appartenenti alla etnica diffamata e discriminata hanno subito in proprio un danno non patrimoniale per aver visto frustrato l'oggetto della propria attività e le finalità perseguite”;
  •  

Con riferimento all’individuazione del quantum invece il Giudice di prime cure ha tenuto in considerazione:

  • l’elevato contenuto discriminatorio delle affermazioni pronunciate;
  • la loro portata diffamatoria e denigratoria;
  • la reiterazione per ben quattro volte della frase offensiva;
  • l’assoluta convinzione con la quale erano state pronunciate tanto da non indurre alle scuse (malgrado la possibilità offerta dal conduttore);
  • l’ampia diffusione mediatica, dato che la pronuncia delle offese è avvenuta in una trasmissione televisiva trasmessa: i) su una importante emittente televisiva; ii) con un buon indice di ascolto (4-5% di share); iii) in prima serata;
  • il ruolo politico e pubblico dell’offensore e della sua notorietà.

In considerazione di tali parametri, l’ammontare dei danni non patrimoniali è stato liquidato in € 6.000,00 a favore di ciascuna associazione.

 

 

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[1] M. Cuniberti, Il contrasto alla disinformazione in rete tra logiche del mercato e (vecchie e nuove) velleità di controllo, in Rivista di diritto dei media, 2017, 1, p. 29.

[2] Il secolo breve è il felice titolo di un saggio dello storico inglese Eric Hobsbawm, Il secolo breve, BUR, 2007.

[3] Si veda I. Bachmann, Tre sentieri per il lago, Adelphi, 1972, p. 158 ss.: «Credi proprio di dovermi mostrare le fotografie dei cadaveri e dei villaggi distrutti perché io mi figuri la guerra, o che debba vedere le immagini di quei bambini indiani per sapere cos’è la fame? Che enorme stupida presunzione (…). Del resto non sono mai riuscito a capire come la gente possa guardare queste riproduzioni, o meglio questa realtà capovolta nella irrealtà più mostruosa».

[4] M. Cuniberti, Il contrasto alla disinformazione, cit.

[5] G. Zagrabelsky, Imparare la democrazia, Roma, 2005, p. 23; secondo il quale in democrazia la pubblica opinione «è una conditio sine qua non».  Si veda anche: R. Bodei, La disputa e il discorso polemico, in www.emsf.rai.it, secondo cui la democrazia è «un’educazione al dialogo, al sentire le ragioni degli altri, anche se può cadere nel “relativismo delle opinioni”, ovvero in quel meccanismo per cui ciascuno tollera qualcosa delle opinioni dell’altro, ma non modifica le proprie di una sola virgola».

[6] Fermo restando che il termine “espressioni” non è limitato alle sole frasi (scritte o “parlate”) con le quali si manifestano pensieri estremi di ostilità verso una persona o gruppi/categorie di persone, estendendosi anche alle immagini (statiche o in movimento) che spesso le accompagnano, cfr. G. Ziccardi, L’odio e la rete: un’introduzione e alcune possibili linee di ricerca, in Ciberstazio e diritto, 2015, p. 21.

[7] F. Di Tano, Hate Speech online, Hate speech online: scenari, prospettive e criticità giuridiche del fenomeno, in Ciberstazio e diritto, 2014, p. 418.

[8] G. Ziccardi, L’odio e la rete, cit., p. 21.

[9] Il cyber-bullismo, è una «forma del tutto recente, sviluppatasi grazie alle nuove tecnologie, chiamata anche bullismo hi-tech, che trova le sue radici nell'uso di internet e dei cellulari. Essa è molto più invasiva delle precedenti: la vittima è continuamente perseguitata non trovando un rifugio sicuro in nessun posto, è infatti facilmente raggiungibile in qualsiasi luogo e neanche la sua casa può offrirle protezione. Inoltre, il tempo di esposizione alle situazioni stressanti aumenta notevolmente, incrementandosi anche il rischio di incorrere in disturbi psicopatologici. Il cyberbullismo è caratterizzato dall'invio di sms minacciosi, di e-mail denigranti, dalla pubblicazione di fotografie personali, da commenti volgari ed offensivi in rete, da forum di discussione e da altri episodi simili. Si può riscontrare anche qui una forma indiretta che comporta un isolamento della vittima, ad esempio se le viene preclusa la possibilità di partecipare a forum di discussione, le viene negata la possibilità di far parte delle chat, ecc. Il cyberbullismo può colpire chiunque, ma sembrerebbe che le vittime predilette siano in questo caso bambine e ragazze. È una forma molto grave anche per il fatto che l'autore si nasconde spesso dietro l'anonimato, rendendo così difficile la sua identificazione e facendo venire meno le possibilità di difesa della vittima» (così E. Mariani – D. Scaglione, I comportamenti prevaricatori e violenti tra coetanei: dalla rappresentazione all’intervento, in Cass. pen., 2008, p. 4378).

In giurisprudenza si veda il famoso caso di cyber-bullismo realizzato tramite il caricamento su Google di un video che mostrava un ragazzino affetto da sindrome di down malmenato ed ingiuriato da alcuni coetanei, deciso dal T. Milano, sez. pen., 12.04.2010, n. 1972 e finito poi in cassazione, chiamata a decidere sull’applicabilità - a carico dei vertici aziendali di Google - delle disposizioni penali del Codice Privacy, le quali presuppongono — vertendosi in tema di reati “propri” — che vi sia un trattamento di dati personali da parte del gestore del servizio e che questi possa essere qualificato come “titolare del trattamento”. Circostanza questa esclusa dalla Corte, sul presupposto che il c.d. hosting provider (qual è Google) non ha alcun controllo sui dati memorizzati, né contribuisce in alcun modo alla loro scelta, alla loro ricerca o alla formazione del file che li contiene, essendo tali dati interamente ascrivibili all'utente destinatario del servizio che li carica sulla piattaforma messa a disposizione, tanto è vero che diviene responsabile per eventuali informazioni illecite alle quali fornisca ospitalità solo successivamente al momento in cui ne abbia conoscenza (nelle modalità di cui all'art. 16, d.lgs. n. 70/2003) e non si attivi per la immediata rimozione. (Cass. pen., 03.02.2014, n. 5107, in Giur. it., 2014, 2016).

[10] G. Ziccardi, L’odio e la rete, cit., p. 21.

 

[11] Al riguardo il Giudice di prime cure correttamente richiama i seguenti precedenti: Corte di Giustizia, Grande Sezione, 21.10.2008 (sent. Marra); Corte di Giustizia, Grande Sezione del 06.09.2011 (sent. Patriciello), in IusExplorer Giuffrè.

 

[12] Corte di Giustizia, Grande Sezione del 06.09.2011 (sent. Patriciello), cit., in IusExplorer Giuffrè.

[13] Cass. pen., sez. IV, 10.07.2009, n. 41819, B., in Ced Cass., 2009.

[14] Trib. Milano, sez. I, 28.05.2012, in IusExplorer Giuffrè.

[15] Cass., sez. V, 09.07.2009, n. 38597, F., in Cass. pen., 2010, 383

[16] Cass. pen., sez. V, 28.01.2010, n. 22570, in Ced Cass. 2010.

[17] Trib. Padova, 17.02.2012, n. 206, in IusExplorer Giuffrè, in una fattispecie in cui è stata utilizzata l'espressione “negro di merda, sporco negro”.

[18] Cass. pen., sez. I, 22.05.2015 n. 42727 in IusExplorer Giuffrè.