Amministrazione di sostegno - Interdizione, inabilitazione -  Manuele Pizzi - 26/12/2018

L' inefficacia dell'interdizione dinanzi all'emergenza di natura psichiatrica

Una problematica antica ed attuale: la gestione del soggetto fragile nel perdurare di un'emergenza di natura sociale e psichiatrica. Sul punto, può dirsi sussistente un positivo interscambio fra la scienza psichiatrica e le migliori dottrine giuridiche inerenti le misure di protezione delle persone fragili . Interessanti punti di contatto tra scienza giuridica e la materia psichiatrica sono individuabili anche nella giurisprudenza di merito inerente l'istituto dell'amministrazione di sostegno.

Orbene, in un'ipotesi di zona border-line, qualora sia istituita un'amministrazione di sostegno, in capo ad un soggetto afflitto da patologia psichiatrica, con gravi ripercussioni sul piano sociale, l'ADS incaricato cosa può fare?

Il Codice Civile, sul tema, resta silente, il che costituisce un primo vuoto normativo, il quale, collegato a talune (e stratificate) manchevolezze da parte dei servizi sociali e sanitari, porta alla concreta rappresentazione della nefasta immagine della solitudine istituzionale dell ' A.D.S , tuttavia, non sempre connotata da caratteri assoluti. L'unica via percorribile, da parte dell'ADS, risiede nella L. 833/1978, nella parte dedicata agli accertamenti/trattamenti sanitari obbligatori.

Un interessante caso concreto, che involge da un lato. il profilo della manifestazione del consenso ai trattamenti sanitari da parte dell'amministratore di sostegno, e dall'altro, il rifiuto da parte del beneficiario  (connotato anche da una resistenza fisica)  di intraprendere qualsivoglia scelta terapeutica è trattato dal decreto del 06.10.2017, emesso dal Giudice Tutelare del Tribunale di Chieti - Sezione distaccata di Ortona del 06.10.2017.

Il dispositivo del suddetto decreto, da un lato, rinvia all'ADS la valutazione se intraprendere un procedimento di interdizione per il sofferente, e dall'altro, rinvia agli Assistenti Sociali del Comune di residenza del beneficiario al fine di interessare le autorità competenti per un TSO o altra misura.

Orbene, sembra doveroso riportare la ricostruzione dei fatti che ha condotto al suddetto provvedimento del Giudice Tutelare:  - Veniva formulata una proposta di accertamento sanitario obbligatorio a  seguito di infruttuosi tentativi, esperiti dai servizi psichiatrici territoriali, di avvicinare la persona sofferente, già beneficiaria di amministrazione di sostegno. L'ADS, preventivamente consultato, preannunciava di non avanzare l'opposizione al suddetto "fermo di psichiatria". Veniva emessa l'ordinanza sindacale, e la persona destinataria del provvedimento veniva accompagnata presso il locale presidio ospedaliero. Nelle more della trasformazione dell'ASO in TSO, il sofferente scappava dall'Ospedale. Il Giudice Tutelare informato dei fatti, con un primo provvedimento, ordinava all'ADS il rintraccio del beneficiario. A  seguito di nuova informativa dell'ADS, circa il prosieguo delle attività di rintraccio, il Giudice Tutelare, nell'esercizio delle prerogative garantite al secondo comma. 344 Cod. Civ, provvedeva d'ufficio all'emissione di un decreto, interpretabile come atto di indirizzo per l'amministratore di sostegno e per i  servizi sanitari e sociali impegnati nella cura ed assistenza della persona -. 

Il suddetto provvedimento giurisdizionale, nella parte motiva, innanzitutto, ribadisce i poteri in capo all'ADS già conferiti nel decreto ex art. 405 Cod. Civ. circa la rappresentanza del beneficiario in tutto ciò che riguarda la cura della salute. Passato il primo capoverso, il Giudice Tutelare intraprende un breve percorso argomentativo fino alla formulazione di un dispositivo bicefalo, destinato alle figure riconducibili: dell'ADS ed a  quella afferente gli Assistenti Sociali (da ricondursi ai servizi sociali e sanitari di cui al terzo comma dell 'art. 406 Cod. Civ.).

Ebbene, nell'ultimo capoverso della parte motiva del provvedimento, trova incursione la menzione dell'istituto del Trattamento Sanitario Obbligatorio; il richiamo al suddetto istituto ha un'indubbia pertinenza, stante i riferiti fatti critici incidenti nell'acclarato non completamento delle operazioni di ASO

Mediante il suddetto decreto,  il Tribunale formula una richiesta di porre in essere quelle attività, previa valutazione  da parte dei soggetti suindicati, al fine di scongiurare la stagnazione della situazione individuale e sociale del sofferente psichiatrico. Da un esame letterale del PQM, appare chiara la dicotomia fra interdizione e TSO. Questi due differenti istituti sono menzionati in un unico provvedimento di volontaria giurisdizione; orbene, quali aspetti connotano l'interdizione rispetto al TSO?

Il Trattamento Sanitario Obbligatorio è una misura emergenziale di natura sanitaria, consistente in un ricovero coatto, che implica una limitazione della libertà personale per un ristretto lasso di tempo.

L'interdizione è misura di protezione per l'infermo di mente, che trova generica definizione del campo applicativo nell'art. 414 Cod. Civ., laddove veicola la previsione di un'incapacità di provvedere ai propri interessi. L'interdizione implica un autentico procedimento di contenzioso civile, ove l'interdicendo è il soggetto convenuto in giudizio. L'attivazione di un processo civile è ingiustificata rispetto ad una manifesta emergenza sanitaria di natura psichiatrica, ancorché venga nominato un tutore provvisorio, il quale, oltre a sollecitare interventi dei servizi psichiatrici territoriali, non può fare altro.

Fra le prerogative del Giudice Tutelare rientra anche la fattispecie all' 413, co 4, Cod. Civ, che prevede la possibilità di informare il PM , in caso in cui ritenga l'amministrazione di sostegno sia  inidonea alla piena tutela del beneficiario. Secondo la suddetta fattispecie astratta, il Giudice Tutelare nel mandare gli atti al PM,lo invita a farsi parte ricorrente in un giudizio di interdizione. Non si può tacere la circostanza che il solo espletamento della fase introduttiva, del processo di interdizione, dinanzi al Tribunale in composizione collegiale, richiede un lasso temporale non indifferente rispetto alle emergenze sociali e sanitarie.

Orbene, tornando al provvedimento in esame, si evidenzia come da un lato, esprima l'esigenza di un intervento interdittivo sulla persona, e dall'altro si manifesta un atteggiamento di implicita astensione della facoltà di mandare gli atti al Pubblico Ministero, ai sensi dell'Art. 413, Co 4, Cod. Civ.

Un altro dato va ricavato nell'interpretazione del decreto del Giudice Tutelare: il primo enunciato del dispositivo statuisce: " Manda all'ADS ed agli Assistenti Sociali di [...] affinchè il primo valuti, in base a quanto sopra specificato, se inserito il procedimento di interdizione ", in merito a tale statuizione, letta in relazione all'art. 417 Cod. Civ., È da rilevarsi che l'amministratore di sostegno non ha la legittimazione processuale per l'introduzione di un giudizio di interdizione. L'amministratore di sostegno non può essere il soggetto istante in un processo di interdizione, stante anche l'inevitabile sopravvenienza della cessazione dell'amministrazione di sostegno,

Orbene, tornando al contenuto del dispositivo, è necessario evidenziare un altro aspetto: il Giudice Tutelare sebbene edotto di una grave situazione sociale e sanitaria, non può ordinare l'attivazione di un TSO o di un ASO, la Legge 180 / 1978 non  prevede tale ipotesi.

Il provvedimento interlocutorio del Tribunale è un atto di impulso e sollecitazione, affinchè venga posta in essere un'operatività istituzionale tale da incidere in melius circa la gravità della situazione socio-sanitaria del sofferente in carico.

A tal punto, sulla implicita astensione del Giudice Tutelare dall'invio degli atti al Pubblico Ministero per il promuovimento di giudizio di interdizione, non resta altro che registrare l'avvedutezza del Tribunale nel non vincolare i soggetti preposti alla protezione dell'infermo di mente alle lungaggini della trattazione di un contenzioso civile, secondo l'archetipo codicistico di all'art. 413, co 4, Cod. Civ.

Il giudizio in esame, laddove si rinvia alla valutazione da parte dei soggetti istituzionali più vicini al beneficiario di un esperimento di diritto dal basso, che interviene nelle articolate gamme di fragilità, insuscettibili di essere gestite con lo strumento della sentenza di interdizione.

In conclusione, ponendo l'interrogativo se ad oggi l'interdizione garantisca un'efficace protezione del soggetto fragile, la risposta presenta un naturale orientamento negativo. L'interdizione, ad oggi, rischia di diventareuno strumento sostitutivo rispetto al Trattamento Sanitario Obbligatorio: per non attivare un TSO si invita a promuovere un'interdizione.

L'amministratore di sostegno della persona sottoposta a TSO, non è difensore di diritto del proprio beneficiario, ma non è neanche mero soggetto passivo rispetto alla procedura di ricovero coatto.

L'amministratore di sostegno, a parere dello scrivente, non può accettare, e deve contestare asseverazioni quali: " Tanto dopo 7 giorni tutto torna come prima, meglio fare l'interdizione", gli effetti di un TSO non possono essere sostituiti da un'interdizione inefficace (quindi inutile).

La vita quotidiana del soggetto fragile non può essere avulsa dalle norme che regolano la convivenza tra i consociati, e qui trova il contributo dell'ADS che si sviluppa secondo i parametri del principio generale di cui all'art. 410 co 1 Cod. Civ., Nonché nel promuovere, in via empirica, forme stabili di alleanza terapeutica, dopo la cessazione del TSO.

L'interdizione oramai è inutile ed a tratti gravosa, per il soggetto (interdetto) che si vuole tutelare, il quale finisce incastrato in un giudicato formale e sostanziale, che appone un marchio, e non disegna una prospettiva, una progettualità, presentando una inidoneità perseguire il  best interest.