Diritto, procedura, esecuzione penale - Procedura penale -  Redazione P&D - 30/01/2018

L’invalidità lavorativa non corrisponde di per sé ad incapacità processuale - Cass. pen. n. 57236/17 - C.C.

Quando non si debba prosciogliere ovvero pronunciare sentenza di non luogo a procedere e vi è ragione di ritenere che l’imputato non è in grado di partecipare coscientemente al processo, il giudice, se occorre, dispone perizia.

In giurisprudenza si è peraltro precisato che il giudice non sia tenuto a disporre la perizia ove gli elementi già a sua disposizione siano sufficienti ai fini dell’accertamento dello stato mentale dell’imputato (cass. pen. 23. 1. 97, proc. T. ). Tale accertamento può, dunque, essere effettuato dallo stesso organo giudicante.

In relazione allo stato mentale si richiede, in particolare, che l’interessato non sia in grado di partecipare coscientemente al processo a causa di infermità mentale (anche non coincidente con una malattia psichica) che “incida, rendendole non adeguatamente utilizzabili, su facoltà mentali quali coscienza, pensiero, percezione o espressione” (Corte Cost. n. 39/04).

Si è soliti parlare, in questo caso, di incapacità processuale, stato che può dare luogo alla sospensione del procedimento.

Nella pronuncia che si riporta si ribadisce che il giudice ha, per accertare la capacità dell’imputato, il potere discrezionale di disporre o meno la perizia, con l’obbligo motivare congruamente tale scelta e, inoltre, che l’essere portatore di invalidità lavorativa unitamente ad altri disturbi, non è sufficiente, in assenza di ulteriori elementi o spunti, a far derivare logicamente dal dedotto stato un’incapacità a partecipare coscientemente al procedimento.

RITENUTO IN FATTO
1. Con sentenza in data 22/11/2016 la Corte d'Appello di Catanzaro, in riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Rossano, previa concessione delle attenuanti generiche, rideterminava la pena inflitta a omissis, pari a mesi quattro di reclusione, confermando nel resto la pronuncia di primo grado, in relazione al reato ex art. 337 cod. pen.
2. Proponeva ricorso in cassazione il ricorrente, per il tramite del suo difensore, per i seguenti motivi:
1)violazione di legge in relazione all'ordinanza di rigetto di perizia psichiatrica sulla capacità di stare in giudizio per l'imputato, resa all'udienza del 22/11/2016, violazione degli artt. 70 e 71 e artt. 178 co.1 lettera c) cod. proc. pen.: il Collegio non aveva tenuto conto della documentazione medica depositata, in particolare dell'esito della commissione medico-legale di omissis da cui emergeva che il omissis era portatore di inabilità lavorativa al 100%, nonché affetto da depressione maggiore e in trattamento farmacologico continuativo. Chiedeva pertanto, l'annullamento dell'ordinanza di rigetto;
2) violazione di legge, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata per omessa declaratoria della non punibilità per particolare tenuità del fatto ai sensi dell'art 131 bis cod. pen.;
3)erronea applicazione della legge penale, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione in relazione alle dichiarazioni rese nel giudizio di primo grado da tre testimoni le cui sommarie informazioni sono state allegate al ricorso, a sostegno di una diversa ricostruzione del fatto delineata dalla difesa.
CONSIDERATO IN DIRITTO
1. Il ricorso ripropone censure già avanzate in sede di appello e puntualmente respinte dai giudici di merito con motivazione corretta e coerente, priva di vizi logici e pertanto va dichiarato inammissibile.
2. La sentenza della Corte d'appello di Catanzaro ha individuato la corretta ricostruzione dei fatti in rispondenza alla descrizione offerta dal capo di imputazione, fatti per i quali l'imputato era stato tratto in arresto in flagranza di reato. Infatti, dal verbale di arresto in flagranza in data 22 ottobre 2011 si ricava il reale e storico svolgimento dei fatti che ha portato all'arresto. In particolare, il maresciallo dell'Arma aveva notato diverse persone che litigavano animatamente e durante la identificazione dei presenti notava giungere il omissis che stringeva nella mano sinistra un bastone di legno, che il militare intimava di consegnargli, venendone strattonato quando cercava di sottrargli il randello. Ne nasceva una colluttazione, durante la quale il ricorrente cercava di colpire il maresciallo e successivamente, divincolatosi, si dava a precipitosa fuga gettando il bastone all'interno di un campo. Essendo ritornato e avventatosi contro uno dei litiganti, veniva infine bloccato dal sottufficiale e tratto in arresto.
La diversa prospettazione offerta in appello dall'imputato non era stata ritenuta credibile dalla Corte, che faceva esplicito riferimento al verbale di arresto in atti, sussumendo la qualificazione giuridica del fatto sotto il paradigma dell'art. 337 cod. pen., essendo la condotta violenta chiaramente orientata contro il militare per opporsi al compimento di un atto dell'ufficio con la coscienza e volontà di ostacolare l'atto medesimo, con lo scopo ultimo (da parte dell'autore) di riuscire a colpire l'avversario. La Corte d'appello, comunque, aveva concesso le circostanze attenuanti generiche, riducendo la pena.
3. Va disatteso il primo motivo con cui si lamenta che la Corte d'appello non abbia disposto accertamenti medico-legali ex art. 70 cod. proc. pen., tendenti a verificare la capacità di stare in giudizio del ricorrente.
L'invocato art. 70 cod. proc. pen., richiede per la sua applicazione la ricorrenza di due presupposti: 1) vi sia ragione di ritenere che il soggetto versi in stato di infermità mentale sopravvenuta al fatto, 2) l'imputato non sia in grado di partecipare scientemente al processo: elementi che rendono un soggetto "processualmente incapace", comportante la conseguenza della sospensione del processo. Si fa riferimento ad uno stato mentale, che non coincide con l'imputabilità, e che anche se non connesso ad uno stato di malattia cui consegua l'infermità mentale, ne impedisca la cosciente partecipazione al processo. Per accertare tale capacità il giudice ha il potere discrezionale di disporre o meno la perizia, con obbligo di congruamente motivare su tale scelta (Sez. 5, sentenza 2004 n. 46310 del 27/10/2004 Rv 230420; Sez.6, sentenza n.31662 del 26.22008 Rv 241105). In tema di accertamenti sulla capacità dell'imputato di partecipazione cosciente al processo, il giudice non è tenuto a disporre perizia perché può formare il suo convincimento anche sulla base degli elementi già acquisiti agli atti.
Orbene, la documentazione medica versata in atti, circa lo stato mentale dell'odierno ricorrente, evidenzia che lo stesso è portatore di invalidità lavorativa, essendo stato riconosciuto invalido civile al 100%, ed affetto da disturbo omissis e omissis degli impulsi, con spunti psicotici con deliri indotti da alcool, sottoposizione a TSO: giudizio espresso dalla Commissione Medica per l'accertamento della l'invalidità civile, in data 16.12.15 e 27.1.16.
Non risulta tuttavia, dalla documentazione prodotta, che sia stata diagnosticata vera e propria patologia psichiatrica o un declino della capacità intellettiva e percettiva al recepimento delle informazioni. La diagnosi formulata in sede di Commissione per l'invalidità civile, è di "omissis".
Nessun altro elemento è stato prospettato dalla difesa, indicativo di uno stato di decadenza o regresso delle facoltà razionali, in capo al ricorrente, rimasto contumace, tale da impedirgli la cosciente partecipazione al processo e non è stato offerto alcuno spunto per derivare logicamente dal dedotto stato di invalidità al lavoro una corrispondente incapacità processuale a prendere parte consapevolmente all'attività giudiziaria che lo riguardi. Il motivo, già presentato in appello, è stato riprodotto in sede di legittimità con la stessa documentazione esibita dinanzi il giudice di secondo grado: in difetto di alcuna correlazione tra la invalidità civile riconosciuta, e la eventuale incapacità dell'imputato di farsi parte attiva in ambito giudiziale, esercitando il diritto di difesa che ne impedisca la cosciente partecipazione al processo, esso non può che essere respinto.
4. Quanto al secondo motivo di impugnazione, relativo al mancato riconoscimento della particolare tenuità del fatto, certamente le concrete modalità dell'episodio in esame impediscono di accogliere la censura mossa. La condotta è consistita nell'ostacolare l'attività legittima del p.u., impegnato a disarmare del bastone l'individuo, che si opponeva a che il militare riportasse la calma nella contesa in corso, al punto che dopo la colluttazione ha riprovato ad aggredire un avversario, quando già il maresciallo era riuscito a placare gli animi. Vanamente si denuncia un'apparente contraddizione tra la concessione delle circostanze attenuanti generiche, a motivazione delle quali la Corte ha parlato di "non gravità della condotta e stato d'ira" in cui è maturata la condotta delittuosa. Invero, l'offesa di particolare tenuità va valutata ai sensi dell'art. 131 bis cod. pen. e dell'art. 133 cod. pen., in applicazione del principio di proporzionalità: la "lieve entità del fatto" è diversa dalla "natura esigua del danno e del pericolo" di cui art. 62 bis cod. pen., senza escludere l'offensività (Sez. 3, sentenza n. 25434 Sez. 3, sentenza n. 17184 del 14/10/2015): l'esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131-bis cod. pen. non può essere dichiarata, dal giudice dell'impugnazione, in presenza di una sentenza di condanna che si sia limitata ad operare una valutazione di lieve entità del reato, nemmeno se valorizzata dal giudice per quantificare la pena in modo da avvicinarla più ai valori minimi che a quelli massimi. Riconosce infatti la Corte che la natura esigua del danno, o del pericolo, concorre, ai sensi dell'art. 131-bis cod. pen., a rendere non punibile un fatto, sicchè non può essere confusa con le ipotesi di "speciale" o "particolare" o "lieve" entità del fatto che attenuano il reato, senza escluderne l'offensività.
5. Con riferimento al terzo motivo di impugnazione (attinente alla omessa valutazione di tre dichiarazioni testimoniali), esso è inammissibile atteso che propone, attraverso il riferimento a parziali acquisizioni dibattimentali, una ricostruzione del fatto divergente dalla concreta verificazione dell'episodio, alla stregua del verbale di arresto in atti di cui sotto diversi profili, il ricorrente dimostra di non tenere conto, e comunque inducente una rivalutazione probatoria non consentita.
6. L'inammissibilità del ricorso impone la condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila in favore della cassa delle ammende.
P.Q.M.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila in favore della cassa delle ammende