Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Mario Iannucci - 06/01/2020

L’origine delle guerre e il pericolo di Joker

 Il generale iraniano Suleimani è stato ucciso su ordine del presidente degli USA Donald Trump. E’ stato ucciso in Iraq, ma poco sarebbe cambiato se fosse stato ucciso a Teheran. Trump, di fronte alle comprensibili minacce di ritorsione dell’Iran, ha risposto dicendo che 52 siti iraniani, alcuni dei quali molto importanti per la cultura iraniana, erano stati identificati e sarebbero stati colpiti dall’America in maniera “very fast and very hard”. Si può senz’altro pensare che Trump abbia molti motivi per riproporre al mondo, in questa circostanza, il suo volto duro, sprezzante e minaccioso. Ci sono ragioni “esterne” agli USA: l’Iran, nonostante la lunga stagione di avverse sanzioni, sta sollevando la testa, anche e soprattutto dal punto di vista economico (il turismo ad esempio rifiorisce, in quello splendido Paese); persino l’Iraq, invasa dagli USA del tutto pretestuosamente, sta chiedendo di decidere in maniera autonoma del suo destino, legittimamente appoggiata, in questa sua richiesta, dall’Iran che sembra essere ora assai più “vicino”; Iran e Iraq sono senza dubbio Paesi cruciali nello scacchiere mondiale delle risorse energetiche; l’Iran è stato ed è un baluardo nella lotta all’Isis, alla cui nascita ed espansione gli USA (e non solo gli USA) hanno palesemente contribuito. Ma soprattutto sul fronte interno Trump, che si ricandida per il secondo mandato presidenziale sotto la spada di Damocle dell’impeachment, ha bisogno di mostrare il volto duro del suprematismo americano, quel volto arcigno della zio Sam che richiama alla guerra nel quale si riconosce l’americano medio, come Trump sa benissimo.
    Non so quanto abbiano pesato le suddette ragioni nel condizionare l’operato omicida di Trump e le sue pericolose minacce. Non sono un esperto nel settore. Potrei invece, da psichiatra, associarmi al monito allarmato sulle condizioni mentali del presidente Trump, il quale, per la sua impulsività e per le caratteristiche personologiche, mi ha sempre inquietato (così come mi ha sempre inquietato la figura di altri famosi dittatori ‘suprematisti’ del secolo passato, che fossero di un ‘colore’ oppure di un altro). Ma non voglio parlare di questo.
    Voglio piuttosto parlare della specifica minaccia profferita da Trump nel suo caratteristico modo impulsivo: colpire la cultura iraniana (e anche quella irachena). Il carattere impulsivo (che almeno io attribuisco al suo Twitter) ci rivela la profondità dell’odio di Trump nei confronti di ‘quella’ cultura. La cultura che Trump (Drumpf nella originaria versione tedesca del cognome della sua famiglia, cognome poi anglicizzato in Trump, vale a dire ‘la matta’ o ‘il joker’) intende colpire è di sicuro una delle culture più antiche e più luminose di tutta la storia dei popoli di questa piccola terra. E’ anche la cultura che maggiormente ha influito su tutto lo sviluppo del pensiero occidentale. Perché non c’è dubbio che l’Europa non sarebbe quello che è senza il Sumer, l’Akkadia, l’Assiria, Babilonia e l’Elam di Susa, Ecbatana, Persepoli e la mitica Aratta. Senza quei popoli illuminati (che ancora oggi illuminano con i loro resti tutta la civiltà occidentale: basta visitare qualche museo, compreso il MET che dista poche centinaia di metri dalla Trump Tower a NYC) gli Etruschi (e quindi i Romani) non ci sarebbero stati; e nemmeno i Greci (anche quelli che sconfissero gli Achemenidi di Dario) ci sarebbero stati così come noi li conosciamo. Senza quei popoli non ci sarebbe stata l’Europa.
    Ma cos’è l’Europa? L’Europa cui tutti ci riferiamo, quando ne parliamo come di un modello, è quella che ha importato, nella sua mentalità e nella sua cultura, tutto l’antichissimo patrimonio di sapere e di organizzazione sociale che ci viene dai popoli della Mesopotamia e dell’Elam. E’ l’Europa che ha integrato nelle sue leggi le norme del codice di Hammurabi e del cilindro di Ciro. E’ l’Europa che ha cercato di resistere, attraverso la cultura, alla barbarie di un ‘suprematismo’ acritico di talune genti, un ‘suprematismo’ che alberga peraltro nel cuore di ognuno di noi e si palesa soprattutto negli atteggiamenti impulsivi (anche in quelli dei maestri per definizione votati alla santità, che quel ‘suprematismo’ impulsivo quotidianamente condannano). Non sto qui parlando della piccola Europa politico/economica dell’attualità. Sto parlando di quel modello ideale di Europa che si è affermato nei secoli e che ha condizionato lo sviluppo di culture e di ‘lingue’ locali che a quel modello si sono ispirate.
    All’inizio del secolo dei ‘lumi’ Montesquieu così scriveva, a proposito della Persia:
“Bisogna che io lo confessi, io provai un dolore segreto
“Quando perdetti di vista la Persia, e mi trovai
“In mezzo ai perfidi Ostmalini.
“A misura che mi inoltravo nel paese di questi barbari,
“mi sembrava che io stesso diventassi barbaro”.
    Due secoli più tardi anche l’Europa, poiché taluni avevano smarrito il profondo significato della loro lontana origine culturale, ha corso il serio rischio di riconsegnarsi a una barbarie che riduceva in cenere la cultura.
    Non è mai facile riconoscere i propri debiti, specie quelli culturali. Non fu facile per i Romani, che tentarono di fare tabula rasa delle loro profonde radici etrusche. Non è stato facile per gli Americani (sia del Nord che del Sud), che hanno dovuto tagliare, in modo radicale e traumatico, le loro origini locali e quelle dei paesi europei da cui molti, moltissimi, provenivano. Specie nel Nord America il peso di questa potente radice che affonda nell’Europa è avvertito con enorme fastidio. Quale mezzo migliore, allora, che colpire, in modo “very fast and furious”, con quell’impulsività che connota sempre l’azione di un inconscio revanscismo atavico, la radice culturale di quell’origine europea che si vuole denegare? I peggiori pericoli e le disgrazie maggiori, per l’uomo e per l’umanità, provengono sempre da cedimenti a istanze vendicative che hanno il sapore della morte. Ecco perché, con tutta la comprensione per Joker e la sua origine ‘matta’, non vorremmo che la sua distruttività prevalesse.