Giustizia civile - Generalità, varie -  Adolfo Tencati - 03/04/2020

L’utente protetto dal “disservizio giustizia”

Sommario
1. I rimedi utilizzabili contro il malfunzionamento della giustizia    2
2. Gli illeciti civili dello “Stato giudice”    5
2.1. La casistica da considerare    5
2.2. Tra dibattito giuridico e “manifesta violazione” del diritto     6
Bibliografia    9

1. I rimedi utilizzabili contro il malfunzionamento della giustizia
Quando il “servizio giustizia” non soddisfa le esigenze degli utenti si aprono diversi scenari. Innanzitutto, il processo [indipendentemente dalla materia controversa] può durare oltre tempi ragionevoli.
Questa è la fattispecie considerata dalla l. 24 marzo 2001, n. 89, cosiddetta Pinto, varie volte modificata ed integrata.
Il pregiudizio che deriverebbe dal “disservizio giustizia” può inoltre dipendere da comportamenti colpevoli dei magistrati.
In base alla teoria classica, ereditata dall’Illuminismo, per cui il magistrato è “la bocca della legge”, lo stesso esprimerebbe
“sempre la volontà della legge […] o, se si vuole, è la volontà della legge che si fa sua attraverso il giudizio. D'altra parte, essendo il diritto oggetto del giudizio, non è concepibile una violazione del diritto, che dovrebbe essere il presupposto di quella violazione. Di qui l'irrilevanza dell'errore, che non ostacola la formazione del giudicato, e viene da questo assorbito”.
Ne deriverebbe l’insindacabilità dall’esterno della decisione giudiziale o, secondo un’impostazione più benevola, il rischio del “processo sul processo”.
Siffatte opinioni si riflettono sugli oggi abrogati artt. 55-56 c.p.c., il cui carattere storico dispensa da ulteriori analisi.
Piuttosto, si considera la sola responsabilità civile del magistrato e dello Stato.
Integrando e modificando la l. 13 aprile 1988, n. 117 con la l. 27 febbraio 2015, n. 18, l’attuale disciplina raggiunge il soddisfacente
“equilibrio tra i principi costituzionali di autonomia e indipendenza nell'esercizio della funzione giurisdizionale e l'esigenza, anch'essa di rango costituzionale, di effettività della tutela del cittadino (che si assuma) danneggiato da un provvedimento giudiziario illegittimo” --> .
Per chiarire l’affermazione si svolgono le seguenti riflessioni, congiuntamente riguardanti l’aspetto sostanziale e processuale.
Sul versante sostanziale, si considerano le fattispecie generatrici della responsabilità civile del magistrato e dello Stato. La domanda nei suoi confronti si propone nei confronti del Presidente del Consiglio dei Ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura dello Stato in base ai criteri di competenza territoriale ex art. 4, 1º co., l. 113/1988, non modificato dalla l. 18/2015.
Sul piano processuale, la riforma del 2015 sopprime il giudizio sulla non manifesta infondatezza della domanda risarcitoria.
Le questioni processuali hanno peraltro rilievo secondario e servente rispetto al profilo sostanziale, oltre a non essere influenzate dal recente intervento della Consulta.
Perciò, si focalizza l’attenzione soltanto sugli aspetti sostanziali della responsabilità civile gravante sullo Stato e sul singolo giudice punto
2. Gli illeciti civili dello “Stato giudice”
2.1. La casistica da considerare
Aderendo alla “proposta” contenuta in CGUE, C-379/10, il legislatore del 2015 modifica la prospettiva adottata con la l. 113/1988.
Infatti, l’art. 2, 2º co., l. 113/1988 si apre facendo “salvi i commi 3 e 3-bis” dello stesso articolo, oltre ai “casi di dolo” del magistrato.
Dette disposizioni elencano le ipotesi dove sussiste la colpa grave, fornendo altresì alcuni “indici” per valutarla.
La “clausola di salvaguardia”] resta in vita, ma diventa residuale.
“Con la l. n. 18/2015, pertanto, l'attività giurisdizionale stricto sensu intesa, quale attività volta alla determinazione di una concreta volontà di legge mediante l'individuazione e l'interpretazione della norma astratta, la ricostruzione della fattispecie concreta e la successiva applicazione della norma al fatto, entra a pieno titolo trai possibili fatti illeciti generatori di danno risarcibile. Ed invero, le locuzioni ‘manifesta violazione della legge o del diritto dell'Unione europea’ e ‘travisamento del fatto e delle prove’ devono essere interpretate nel senso di ricomprendere tra le ipotesi di colpa grave (o quantomeno di non escludere a priori dal novero di tali ipotesi) anche veri e propri errores in iudicando relativi, rispettivamente, alla quaestio iuris e alla quaestio facti”.
Non è sempre facile concretizzare le espressioni usate dal legislatore. Lo dimostra il dibattito sulla questione che, a giudizio dello scrivente, è la più controversa tra quelle che si possono ipotizzare esaminando le fattispecie dove il magistrato incorre in colpa grave.
 2.2. Tra dibattito giuridico e “manifesta violazione” del diritto
La questione, cui si accennava concludendo la precedente fase espositiva, può essere riassunta così: qual è “il discrimine […] tra attività interpretativa insindacabile ed attività sussumibile nella fattispecie illecita”? Il problema si pone “con specifico riferimento alla ipotesi della violazione di norma di diritto in relazione al significato ad essa attribuito” dalla giurisprudenza univoca di legittimità, che nella specie è costante da oltre sessant’anni.
Risolvendo la questione, le Sezioni Unite qualificano
“errore generatore di responsabilità civile del magistrato […]  quello che cade sull'individuazione della norma applicabile, sull'associazione alla fattispecie di una disciplina diversa da quella legislativamente prevista e che si sostanzia nell'attribuzione alla norma di ‘un significante che va oltre ogni possibile significato traibile dalla disposizione’. Di contro, l'inosservanza da parte del giudice di un indirizzo interpretativo, finanche consolidato, mai può configurare la responsabilità civile del magistrato dal momento che — salvo l’art. 374, 3º co., c.p.c. [N.d.a.] — nell'ordinamento italiano il precedente giurisprudenziale è privo di forza vincolante”.
Nel rinviare agli autorevoli commenti ormai dedicati alla sentenza, il riferito insegnamento rispetta la normativa e la “democrazia giuridica”.
l’art. 4, 2º co., l. 113/1988, non modificato dalla l. 18/2015, consente infatti di chiamare in giudizio lo Stato per il risarcimento del danno, anche non patrimoniale, causato dal magistrato nell’esercizio delle sue funzioni quando sono esaurite tutte le possibili “impugnazioni ordinarie”.
Rispettando l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura, questa deve innanzitutto correggere dall’interno [ed a questo servono le impugnazioni] anche le più gravi violazioni di legge.
Quando ciò non è possibile, si apre la via all’azione risarcitoria, che peraltro giustamente non censura il distacco del singolo giudice, anche di vertice, dall’interpretazione dominante e talora consolidata da decenni.
Stimolare il dibattito con il dissenso puntuale e costruttivo è tuttavia diverso dal far dire alla norma ciò che in essa non rientra, neppure seguendo la più ardita interpretazione.
La distinzione tra la legittima critica ad opinioni tralatizie, e forse superate dai tempi, dall’illecito del magistrato è nitida soltanto in astratto, ma scendere nel concreto porterebbe troppo lontano.

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