Cultura, società - Cultura, società -  Valeria Cianciolo - 02/04/2018

La bestemmia nuoce ai minori. E la TV lo sa. Nota a TAR Lazio, Sent. 21 febbraio 2018, n. 1978

Con lo spirito forte, anticonformista e lucidamente premonitorio, Pier Paolo Pasolini in un fondo del Corriere della Sera del dicembre 1973 così parlava della televisione: "Nel tempo stesso, il ragazzo piccolo borghese, nell'adeguarsi al modello "televisivo" - che, essendo la sua stessa classe a creare e a volere, gli è sostanzialmente naturale - diviene stranamente rozzo e infelice. Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio "uomo" che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali. La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto "mezzo tecnico", ma in quanto strumento del potere e potere essa stessa. Essa non è soltanto un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare."

E deliberatamente, si lasciò che la televisione vivesse senza regole. Tutto nell'anarchia più totale. Un vero e proprio «caso italiano».
Fino al 1990, quando la tanto auspicata legge regolatrice del sistema radiotelevisivo, venne emanata: si tratta della legge 6 agosto 1990, n. 223, cosiddetta «legge Mammì», dal nome del ministro delle Poste allora in carica, recante «Disciplina del sistema radiotelevisivo pubblico e privato».
Le peculiarità del nostro sistema politico avevano fatto sì che alla percezione dell'importanza fondamentale dei mass-media, tra cui la radiotelevisione, all'interno della società, facesse seguito un silenzio normativo che, nel 1990, era divenuto del tutto anacronistico, e quindi «condannato», soprattutto dalle vicende straniere e internazionali. Nemmeno la fantasia ci soccorre nell'immaginare quali avrebbero potuto essere stati gli sviluppi della anarcoide radiotelevisione italiana, se il legislatore comunitario non fosse sopraggiunto a segnalare a quello italiano la fine del tempo massimo.
Si sono messe delle regole. Nel caso che qui interessa, anche di natura morale e penale.
E veniamo al caso (che non è il primo arrivato davanti ai Giudici). Una bestemmia nel corso di un programma Mediaset.
Secondo l'art. 15 comma 10 della Legge Mammì, “è vietata la trasmissione di programmi che possano nuocere allo sviluppo psichico o morale dei minori, che contengano scene di violenza gratuita o pornografiche, che inducano ad atteggiamenti di intolleranza basati su differenze di razza, sesso, religione o nazionalità”.
Il Tar del Lazio con una recente sentenza del febbraio 2018, ha confermato la sanzione da 20mila euro a RTI per una bestemmia andata in onda in diretta tv durante l’edizione del 2005 del reality “La Fattoria”.
L'episodio in contestazione, pur essendo andato in onda poco prima della mezzanotte, era accaduto nel corso di un programma di largo ascolto e ad interesse crescente che aveva avuto inizio in prima serata di modo da non potersi escludere che il pubblico di minori non vi potesse normalmente assistere.
La pronuncia di una bestemmia è idonea a suscitare nei minori la legittimazione all'uso di un linguaggio aggressivo e blasfemo, configurandosi, nel suo insieme, come nociva degli interessi morali, etici e di corretto sviluppo psichico degli stessi nonché, comunque, offensiva del sentimento religioso
Le disposizioni di cui all’art. 15 comma 10 l. n. 223/90, ha più volte affermato la Cassazione: "sono chiaramente volte alla tutela dello “sviluppo fisico, psichico e morale” del minore nei suoi rapporti con il medium radiotelevisivo ed alla protezione dello stesso da qualsiasi trasmissione o programma che sia idoneo ad arrecarvi pregiudizio. In altri termini, anche a fondamento delle disposizioni in esame…sta il riconoscimento del legislatore che questa, in ragione della sua "mancanza di maturità fisica ed intellettuale", ha bisogno "di una protezione e di cure particolari", al fine "dello sviluppo armonioso e completo della sua personalità" (tali espressioni sono contenute nel "preambolo" della Convenzione sui diritti del fanciullo dianzi richiamata); e che il particolare medium radiotelevisivo, per le sue note caratteristiche e per i suoi effetti, costituisce, da tempo e sempre più, insieme ad altri mezzi di comunicazione interpersonale e di massa (quale "Internet" in tutte le sue applicazioni), una delle componenti più importanti ("accanto", ad esempio, alla famiglia ed alla scuola) nello "sviluppo psichico e morale" del minore" (Cass. n. 6760/2004).
In sostanza, il TAR capitolino afferma che la responsabilità colpevole della ricorrente, quale specie di culpa in vigilando, era da ravvisarsi nella mancata adozione di idonee cautele rispetto ad un programma di largo ascolto che, a prescindere dalle fasce di orario, avrebbe potuto raggiungere anche i minori; la prioritaria esigenza di salvaguardia del bene tutelato (sviluppo psichico e morale del minore ovvero il sentimento religioso) sarebbe così risultata pretermessa in ragione di scelte organizzative della impresa televisiva che si sono dimostrate inidonee ad impedire la lesione del bene tutelato: "(...) l’ “idoneità” della condotta a porre, in concreto, in pericolo il bene tutelato dall’art. 15 comma 10 l. n. 223/90 deve tenere conto della particolare rilevanza del bene stesso, quale desumibile anche dalle numerose fonti normative interne ed internazionali citate dalla sentenza della Cassazione (tra cui la Convenzione internazionale per i diritti del fanciullo, ratificata con legge n. 176/91, la Convenzione europea sulla televisione transfrontaliera, approvata con legge n. 327/91, e le direttive 89/552/CEE e 97/36/CE).
Infatti, le disposizioni di cui all’art. 15 comma 10 l. n. 223/90 <sono chiaramente volte alla tutela dello “sviluppo fisico, psichico e morale” del minore nei suoi rapporti con il medium radiotelevisivo ed alla protezione dello stesso da qualsiasi trasmissione o programma che sia idoneo ad arrecarvi pregiudizio. In altri termini, anche a fondamento delle disposizioni in esame…sta il riconoscimento del legislatore che questa, in ragione della sua "mancanza di maturità fisica ed intellettuale", ha bisogno "di una protezione e di cure particolari", al fine "dello sviluppo armonioso e completo della sua personalità" (tali espressioni sono contenute nel "preambolo" della Convenzione sui diritti del fanciullo dianzi richiamata); e che il particolare medium radiotelevisivo, per le sue note caratteristiche e per i suoi effetti, costituisce, da tempo e sempre più, insieme ad altri mezzi di comunicazione interpersonale e di massa (quale "Internet" in tutte le sue applicazioni), una delle componenti più importanti ("accanto", ad esempio, alla famiglia ed alla scuola) nello "sviluppo psichico e morale" del minore> (Cass. n. 6760/2004).
Proprio l’esigenza di particolare protezione del minore e la rilevanza del mezzo televisivo in relazione allo sviluppo dello stesso inducono il Tribunale a ritenere che il giudizio avente ad oggetto l’esistenza del pericolo, in concreto, per il bene (“sviluppo psichico o morale dei minori”) tutelato dalla prima parte dell’art. 15 comma 10 l. n. 223/90, debba essere improntato ad un particolare rigore.
Ciò posto, la pronuncia di una bestemmia risulta, per il suo contenuto, di per sé evidentemente idonea a pregiudicare lo sviluppo morale e psichico dei minori in ragione dell’offesa al sentimento religioso insita in essa."
Una riflessione a questo punto è doverosa.
A non rendere del tutto libera la bestemmia in tv è il Codice di autoregolamentazione media e minori che prescrive il divieto di offesa alle convinzioni religiose. Divieto che vale però solo per le trasmissioni d’intrattenimento e solo nella fascia oraria 7/22. In pratica una bestemmia in un programma alle ore 23 o di notte non è sanzionabile. E non sono mai sanzionabili, a qualunque ore del giorno e della notte vadano in onda, spot, film, fiction e quanto la tv è capace di trasmettere al di fuori dei programmi d’intrattenimento.
Viene da chiedersi: ma è mai possibile che in un Paese civile la bestemmia, il turpiloquio o le offese siano di fatto consentite in tv e, comunque, non sanzionate? Eppure gli effetti devastanti della tv sulla società italiana, sulle persone, in particolare sui giovani,  sono talmente evidenti, al punto che ormai nessuno più ha dubbi sul fatto che la televisione sia una delle principali responsabili del degrado morale, culturale e sociale dell’Italia.

Ma questo già lo aveva anticipato Pasolini, oltre quarant'anni fa. Perchè ci meravigliamo e non siamo corsi ai ripari prima?