Famiglia, relazioni affettive - Adozione, affitto etero-familiare -  Alessandra Sarri - 09/03/2018

La Cassazione e la Cedu sulla dichiarazione di stato di abbandono.

Come oramai noto la Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n. 3594 del 14 febbraio 2018 ha confermato la dichiarazione di adottabilità della figlia minore di una coppia di genitori dopo un lungo iter processuale, poi conclusosi con un accertamento di inadeguatezza genitoriale e una prognosi di non recuperabilità in relazione ai tempi e alle esigenze della figlia minore.
Il complesso accertamento svolto sulla situazione di abbandono materiale e morale della minore quale presupposto per la dichiarazione di adottabilità è durato ben otto anni, nel corso dei quali è intervenuta anche la sentenza di adottabilità della minore.
I ricorrenti oltre ad aver azionato tutti i rimedi possibili avverso le decisioni di merito hanno anche impugnato la prima sentenza della Cassazione del 2013 per revocazione e il ricorso è stato accolto (sentenza n. 13435 del 2016) sul presupposto che la dichiarazione di adottabilità si era fondata su di una circostanza di fatto, ritenuta decisiva, ma rivelatasi non corrispondente alla verità (l’episodio dell’abbandono è stato escluso in sede penale e il rilievo dell’età anagrafica è da ritenersi illegittimo non sussistendo alcun limite di età per la genitorialità).
Quanto alla mancata costituzione di un autentico rapporto di filiazione, secondo la Corte che ha deciso sulla revocazione, è da imputare all’allontanamento della minore a un solo mese di vita dai genitori biologici.
La pronuncia rescissoria si è poi conclusa con il rinvio alla Corte d’Appello perché fosse svolto un nuovo esame sulla situazione di abbandono che tenesse in conto i principi indicati dalla Corte che  accoglieva due motivi del ricorso presentato dai genitori biologici, e precisamente:  la violazione o errata applicazione dell’art. 1 l. n. 184 del 1983 e dell’art. 3 della Cost., sul presupposto che l’età avanzata dei genitori non è elemento cui si debba tener conto ai fini dell’accertamento dello stato di abbandono materiale e morale della minore, e la violazione dell’art. 8 l. n. 184 del 1983, per esser la sentenza fondata solo su delle enunciazioni generiche e senza elementi specifici del presupposto dell’abbandono morale e materiale della minore.
La Corte di Appello confermava la dichiarazione di adottabilità e la Corte di Cassazione - non avendo la sentenza sulla revocazione trattato gli effetti della sentenza di adozione intervenuta nelle more - pur ritenendo in linea di principio incompatibile la coesistenza di un giudizio pendente sullo stato di abbandono con una sentenza di adozione,  ha ritenuto di dover emettere una decisione sulla adottabilità per effetto dell’operato rinvio “ancorché inidonea ad incidere sulla sostanza di una sentenza costitutiva di status, passata in giudicato e, conseguentemente, non revocabile”.
La sentenza della Corte di Cassazione del 2018 conferma la dichiarazione di adottabilità precisando che l’accertamento sullo stato di abbandono si fonda su carenze genitoriali gravi, peraltro riscontrate a seguito di espletate indagini tecniche, non suscettibili di cambiamenti in tempi ragionevoli con la crescita della minore, il cui accertamento avrebbe quindi ampiamente giustificato l’immediato allontanamento della minore dalla famiglia di origine ad un solo mese di vita, anche se la circostanza posta a fondamento dell’abbandono materiale e morale non è stata poi giudicata di rilevanza penale.
I ricorrenti inoltre, sempre secondo la Corte, avrebbero dovuto allegare e provare di possedere risorse “riparative” straordinarie per garantire un corretto sviluppo psico – fisico  in modo da ribaltare il giudizio dei CTU.
Sicuramente anche l’accertata inidoneità dichiarata dal Tribunale sulla domanda di adozione presentata dai genitori biologici prima di praticare la fecondazione assistita eterologa, ha pesato sulla decisione, così come le criticità evidenziate da subito dai Servizi Sociali sulle difficoltà di accudimento, oltre che pratico anche emotivo – affettivo, da parte della madre, tali da indurre il P.M.M. a richiedere l’apertura di una procedura a tutela della minore, alla quale seguiva nel 2010 un ordine di allontanamento ex art. 403.c.c..
Secondo la Cassazione non ci sarebbe violazione dell’art. 8 della Cedu (oggetto del quarto motivo di impugnazione da parte dei ricorrenti) in quanto nel caso di specie: “Il miglior interesse del minore, anche alla luce dei principi della Cedu, deve ravvisarsi nella conservazione della situazione stabile e positiva di cui gode”, tenuto conto che la minore ormai da molti anni non ha più rapporti significativi e frequentazioni con i genitori biologici.
Diversamente la rescissione dell’attuale legame tra la minore e i genitori adottivi, secondo gli ermellini, determinerebbe un forte trauma e un disagio evolutivo grave per la stessa  che dovrebbe lasciare gli attuali punti di riferimento affettivi costruiti nel tempo.
Sebbene la Cassazione abbia escluso la violazione dell’art. 8 della Cedu, ritenendo che in questa fattispecie l’interesse della minore non coinciderebbe con la conservazione del legame familiare con i genitori biologici, bensì con il nuovo e oramai saldo legame creatosi con la nuova famiglia adottiva, non è preclusa ai genitori biologici la possibilità di adire la Corte di Strasburgo per violazione dell’art. 8 della Cedu, invocando il sancito diritto del genitore a ottenere misure idonee al riavvicinamento al proprio figlio e l’obbligo per le autorità nazionali di dotarsi di strumenti concreti per la realizzazione di questa finalità, fatta salva la necessità di verificare nella situazione specifica quale sia l’interesse principale da salvaguardare tra quelli in conflitto.
Considerato anche che per la giurisprudenza Cedu ogni Stato deve dotarsi di strumenti giuridici idonei ad assicurare il rispetto delle obbligazioni positive imposte dall’art. 8 della Convenzione e che spetta alla Corte verificare se nell’applicazione della normativa interna le autorità abbiano tenuto conto delle garanzie previste dall’art. 8, con attenzione specifica all’interesse del minore attraverso l’applicazione di misure tempestive e di durata contenuta (cfr. Roda e Bonfatti contro Italia, decisione del 26.03.07).
Brevemente si rammenta che l’art. 8 della Convenzione protegge l’individuo dalle ingerenze arbitrarie dello Stato (c.d. obblighi negativi), ma allo stesso tempo impone all’autorità statale l’adozione di obblighi positivi volti a realizzare concretamente e fattivamente il rispetto della vita familiare.
In particolare, in ogni questione relativa la dichiarazione dello stato di adottabilità, secondo i giudici Edu, bisogna sapere se, prima di interrompere un legame di filiazione, le autorità nazionali abbiano adottato tutte le misure necessarie e adeguate che si potevano ragionevolmente pretendere da esse, affinché ai minori sia data condurre una vita familiare normale, all'interno della loro famiglia.
Nel caso de quo e secondo la difesa dei ricorrenti la violazione dell’art 8 è ravvisabile nel fatto che la Corte di Appello avrebbe tutelato il legame tra la minore e la famiglia adottiva invece che quello tra la minore e la famiglia biologica, ciò a seguito del repentino ed illegittimo allontanamento della minore dalla famiglia di origine ad un mese dalla nascita e senza la preventiva attivazione di efficaci forme di sostegno alla genitorialità quando, secondo la disposizione di cui all’art. 8, lo Stato avrebbe invece dovuto tutelare la conservazione dei legami familiari attraverso mirate politiche di sostegno.
Sempre secondo i ricorrenti la dichiarazione di adottabilità della minore in assenza di una situazione di pericolo, perché esclusa dal giudicato penale e fondata solo sull’età dei genitori ovverosia su di un mero pregiudizio non supportato da alcun divieto, costituisce un’ingerenza particolarmente incisiva del diritto alla vita familiare tutelata dalla norma convenzionale.
A tal riguardo preme evidenziare che è la stessa Corte di Cassazione investita del giudizio di revocazione a citare l’orientamento della Corte Edu con l’indicazione di precedenti importanti, alcuni riguardanti proprio l’Italia, rilevando che in tali casi la situazione era molto più grave di quella che ha fondato la causa posta alla sua attenzione, e a ricordare l’obbligo del giudice nazionale di conformarsi agli orientamenti Cedu, e soprattutto di come la stessa Corte di Strasburgo abbia progressivamente affermato l’esigenza di presupposti assai stringenti, nell’interesse del figlio, per poter sopprimere il legame di filiazione.
E di come la Corte Edu non abbia mancato di evidenziare, in varie occasioni, che: “in questo tipo di cause l’adeguatezza di una misura si valuta a seconda della rapidità della sua attuazione, in quanto lo scorrere del tempo può avere conseguenze irrimediabili sui rapporti tra il minore e il genitore che non vive con lui “, perché l’effettivo rispetto della vita familiare richiede che non si lasci al mero trascorrere del tempo la soluzione delle relazioni familiari, come nel caso Errico contro Italia, ove i Giudici Edu hanno condannato l’Italia ravvisando la violazione dell’art. 8 della convenzione per il grave ritardo con il quale l’autorità giudiziaria aveva proceduto alla conclusione delle indagini preliminari, nel corso delle quali erano stati interrotti i rapporti tra la minore e i genitori, con conseguente limitazione della vita del familiare.
In un altro caso, sempre contro l’Italia (sentenza 23.2.2017- ricorso n. 64297 del 2012) la Corte Edu ha condannato l’Italia per la violazione dell’art. 8, sempre sul presupposto che i provvedimenti volti alla riunificazione dei genitori con i figli devono essere adottati rapidamente, perché il trascorrere del tempo può avere conseguenze irreparabili per i rapporti tra il figlio ed il genitore che non vive con lui.
Tra i casi citati nella sentenza di revocazione, si rammenta l'affare Zhou contro Italia, nella quale i giudici Edu hanno ritenuto che gli scarsi mezzi o la vulnerabilità del genitore non possono giustificare la recisione del legame familiare.
Nella fattispecie in particolare la ricorrente lamentava di fronte alla Corte Edu che la dichiarazione di adozione costituisse una violazione del suo diritto al rispetto per la vita familiare, così come l’incidenza negativa che aveva avuto la decisione di sospendere per dieci mesi i contatti col suo bambino in pendenza della procedura di adottabilità.
Aggiungeva che in ogni caso il Tribunale aveva dichiarato lo stato di adottabilità del minore senza che sussistessero i requisiti dello stato di abbandono ovvero in assenza di maltrattamenti e nonostante le manifestazioni di impegno fornite dalla ricorrente volte a garantire maggiore stabilità affettiva e materiale al suo bambino.
La domanda decisiva che si è posta la Corte Edu è se le autorità nazionali prima di decidere di sopprimere il legame di filiazione materna abbiano effettivamente preso tutti i provvedimenti necessari affinché il minore potesse condurre una vita familiare normale nella famiglia di origine, per poi rilevare come la collocazione del minore in un centro d'accoglienza integri una forma di "ingerenza" nell'esercizio del diritto al rispetto della vita familiare della ricorrente; sulla base dei principi generali espressi dalla Convenzione, infatti, tale ingerenza non sarebbe compatibile con l’art. 8, salvo non siano rispettate tre condizioni: l’ingerenza sia prevista dalla legge, persegua un fine lecito e si postuli come necessaria nella società democratica, fondandosi su un bisogno sociale pressante e che sia proporzionato al fine da realizzare (vedi Gnahore’ c. France n.40031/98, C et S. c. Rouyame-Uni 56547/00).
In un altro caso, che ha visto coinvolto sempre lo stato italiano, l’affare S.H. contro Italia, la Corte Edu ha condannato l’Italia a risarcire il danno morale alla parte ricorrente per violazione dell'art. 8 della Convenzione Europea per non aver assicurato, quale genitore in difficoltà, la pienezza del diritto alla tutela della vita familiare con i propri figli e anzi, al contrario, avendo disposto lo stato di abbandono e quindi l'adottabilità dei figli "senza alcuna analisi attenta dell'incidenza della misura dell'adozione, sulle persone interessate e in violazione delle disposizioni di legge, secondo le quali la dichiarazione di adottabilità, deve rimanere l'extrema ratio".
Concludendo mentre la Corte di Cassazione nella fattispecie de qua ha affermato che l’ingerenza dello Stato sarebbe stata largamente giustificata anche sotto il profilo della proporzionalità del mezzo allo scopo,  e che l’interesse del minore nella fattispecie è da rinvenire  nella conservazione della situazione stabile e positiva di cui già gode, piuttosto che nella conservazione dei legami con la famiglia di origine, ci si chiede quanto abbia influito in questo caso, come in altri, la estrema lunghezza dell’accertamento giudiziale, sicuramente non in linea con le indicazioni di Strasburgo.