Persona, diritti personalità - Realizzazione personale -  Riccardo Mazzon - 11/09/2019

La causa di giustificazione del consenso: rischio consentito e lealtà nel calcio e nelle altre competizioni sportive

Anche in relazione all’attività sportiva, vi è chi ha sostenuto l’operatività della scriminante in oggetto: così, è stato deciso che, negli sport a violenza eventuale, come il calcio, i regolamenti determinano il “quantum” di violenza tollerabile, ossia il limite in cui le conseguenze della violenza, anche in termini di eventuali lesioni personali, sono scriminate dal consenso; ove se ne esorbiti, per le lesioni personali subite da uno dei partecipanti ad opera di altro partecipante alla gara, la scriminante non è ravvisabile e va affermata la responsabilità penale, ancorché l’azione lesiva avvenga nello svolgimento della competizione e questa non ne costituisca soltanto l’occasione colta per l’aggressione, ben potendosi rispondere anche a titolo di dolo eventuale quando nel gioco sia adottato un contegno vietato dalle regole, del quale sia coscientemente accettato il rischio di provocare lesioni all’avversario: nella specie, è stato ravvisato il delitto di lesioni gravissime consistite nella perdita della milza a carico d’un giocatore che nel corso d’una azione di gioco aveva inferto una gomitata a un giocatore della squadra avversaria - dettagli, anche relativamente alle pronunce infra richiamate, in "Le cause di giustificazione nella responsabilità per illecito", Riccardo Mazzon, Milano 2017 -.

Più recentemente, la giurisprudenza esclude esplicitamente l’operatività delle scriminanti di cui agli artt. 50 e 51 c.p,  preferendo dissertare in relazione al concetto di c.d. rischio consentito: così, i fattispecie in cui, in una partita di calcio, l’imputato poneva in essere un intervento a gambatesa colpendo un ragazzo coetaneo e cagionandogli lesioni guaribili in 40 giorni, è stato deciso che, in tema di lesioni cagionate nel contesto di un’attività sportiva non opera la scriminante di cui agli art. 50 e 51 c.p. e si verte, invece in una ipotesi di superamento del c.d. “rischio consentito” ogni qualvolta l’agente realizzi l’evento lesivo mediante una violazione volontaria delle regole di gioco, tali da superare appunto i limiti della lealtà sportiva.

La cd. scriminante del rischio consentito, in effetti, è operativa nell'ambito delle competizioni sportive, che si svolgono secondo regole stabilite dagli organismi di categoria - se ed in quanto quelle regole vengono rispettate - e ricevono protezione statuale in considerazione dei benefici che la pratica sportiva è suscettibile di arrecare a coloro che la praticano; la scriminante non opera invece nell'ambito di manifestazioni, più o meno folkloristiche, imperniate su comportamenti violenti che mettono a rischio l'incolumità dei partecipanti e degli spettatori; così, proprio in applicazione di questo principio, la Suprema Corte ha recentemente negato la sussistenza della scriminante in una fattispecie di "tradizionale" partita di calcio svolta in orario notturno, all'interno di piazza cittadina, sfornita di qualsiasi regola di gioco e di riguardo nei confronti dei giocatori e degli spettatori.

Ad ogni buon conto, pare oramai consolidato che in tema di lesioni personali cagionate durante una competizione sportiva che implichi l'uso della forza fisica e il contrasto anche duro tra avversari, l'area del rischio consentito è delimitata dal rispetto delle regole tecniche del gioco, la violazione delle quali, peraltro, va valutata in concreto, con riferimento all'elemento psicologico dell'agente il cui comportamento può essere - pur nel travalicamento di quelle regole - la colposa, involontaria evoluzione dell'azione fisica legittimamente esplicata o, al contrario, la consapevole e dolosa intenzione di ledere l'avversario approfittando della circostanza del gioco; ad esempio, la Suprema Corte, escludendo la configurabilità di un'aggressione fisica per ragioni avulse dalla dinamica sportiva, ha recentemente ritenuto applicabile la scriminante del rischio consentito nella condotta del giocatore che, in un incontro di calcio di particolare rilevanza agonistica, durante un'azione volta a interrompere il contropiede della squadra avversaria, aveva colpito uno degli avversari con un calcio, causandogli una frattura, pur intendendo intervenire sulla palla.

Si arriva, in altri termini, ad ipotizzare l’esistenza di una vera e propria causa di giustificazione non codificata, qualificata con diverse terminologie, discutendo infatti, progressivamente, di “causa di giustificazione atipica non codificata” che trova fondamento nell’incoraggiamento dato dal legislatore alle competizioni sportive, di “causa di giustificazione atipica dell’esercizio della c.d. violenza sportiva”, di “causa di giustificazione dell’attività sportiva” tout court,  della scriminante non codificata del c.d. rischio consentito; esemplificando, è stato deciso: che rientrano nella categoria dell’illecito sportivo, e non configurano pertanto condotte penalmente perseguibili in virtù di una causa di giustificazione atipica o non codificata che trova fondamento nel fatto che le competizioni sportive sono dal legislatore incoraggiate per gli effetti positivi svolti sulle condizioni fisiche della popolazione, quelle azioni che, seppure contrastanti con le specifiche regole del gioco, non superano la soglia del cd. “rischio consentito”; che, durante una competizione sportiva, la condotta lesiva tenuta da un giocatore ai danni dell’avversario in violazione delle specifiche regole del gioco, disattendendo quei doveri di lealtà verso gli altri competitori che dovrebbero essere la caratteristica di qualsiasi sportivo, non rientra nell’ambito applicativo della causa di giustificazione atipica o non codificata dell’esercizio della cd. violenza sportiva, ed è penalmente perseguibile a titolo di colpa grave o dolo a seconda che il fatto si verifichi nel corso dei una azione di gioco per finalità attinenti alla competizione e la violazione delle regole sia dovuta all’ansia di risultato ovvero che la gara sia soltanto l’occasione dell’azione lesiva o quest’ultima sia immediatamente diretta ad intimorire l’avversario ed a dissuaderlo dall’opporre qualsiasi contrasto oppure a punirlo per un fallo involontario subito; che la causa di giustificazione dell’attività sportiva, nel gioco del calcio, non scrimina le lesioni inferte al giocatore avversario esorbitando a fini punitivi dagli schemi tipici della competizione, e così violando i doveri di lealtà in confronto di ogni partecipante alla gara (nella specie un giocatore aveva colpito con un pugno il portiere dell’altra squadra, dopo che quello aveva respinto il pallone scagliandolo fuori area); in tal caso non è applicabile la scriminante e il reato di lesioni deve considerarsi doloso; che la causa di giustificazione, non codificata, della attività sportiva, ove nello svolgimento della competizione si cagionino lesioni ad altro partecipante, deve esser ravvisata anche nell’ipotesi di violazione delle regole del gioco, poiché la c.d. violenza consentita non esaurisce l’area scriminata, che s’estende a ogni comportamento rudemente agonistico purché animato da finalità proprie di quel tipo di competizione (nella specie, la lesione inferta all’avversario, in una partita di calcio, è stata giustificata, e si è escluso il reato ex art. 582 c.p., essendosi ravvisato il “fallo da ultimo uomo”, commesso dall’ultimo difensore per evitare il goal).