Deboli, svantaggiati - Generalità, varie -  Maria Rita Mottola - 17/09/2019

La Collina degli Elfi

Relazione al convegno Woodstock 2019, Persone in movimento

Appena mi viene data la parola dal prof. Paolo Cendon osservo la platea e computo nella mente 1, 2, 3 sino a 10 molto lentamente in assoluto silenzio. E solo dopo inizio a parlare.
La mia relazione comprendeva 8 minuti di assoluto silenzio per mettere a prova le Vostre fragilità, o meglio, le nostre fragilità. Un po’ come 4,33 presentata al pubblico nel 1952 dal compositore Cage che destò così tante reazioni. Silenzio assoluto degli strumenti. Ma il silenzio non è mai assoluto. Terminati i lunghissimi 8 minuti avrei parlato per il breve tempo che mi restava della Collina degli Elfi.
Ma ieri è accaduta, come mi succede sempre quando debbo fare una relazione, un fatto che mi ha suscitato alcune riflessioni e che voglio condividere con Voi. Durante il viaggio che ci portava a Trieste venivo contattata perché Piera, una mia amministrata, era caduta e si era fratturata il femore, non voleva assolutamente farsi ricoverare e stava facendo le bizze al pronto soccorso. Mi passarono al telefono la dottoressa di turno che mi spiegò la situazione e mi disse che certamente io sarei riuscita a convincerla perché, anche se non mi conosceva, lei pensava che io fossi dolcissima. Rimasi alquanto stupita ma parlai con Piera che si calmò e mi disse subito: va bene faccio come mi dice.
Chiesi a mio marito: ma sarà vero che sono dolcissima come ha detto la dottoressa? L’avrò convinta per questo? Mi rispose: O forse sa che hai la testa più dura della sua e quindi sarebbe stato inutile discutere.
Mi venne in mente che tanti anni fa quanto io e mio marito erravano solo amici gli chiesi: ma cosa Ti ha colpito in me? Sei dolcissima fu la risposta. Io dolcissima? Pensai ma cosa sta dicendo non mi conosce affatto.
E se invece fosse veramente così? Se io là ove sono fatta a immagine e somiglianza fossi dolcissima e poi le superfetazioni della vita abbiano ricacciato le profondo quel mio essere a immagine e somiglianza, là in un angolino recondito così che appaio diversa. E solo chi ha occhi e sensibilità per vedere quella parte, fatta a immagine e somiglianza che mi è propria, mi scopre dolcissima. E allora siamo tutti, ognuno di noi, là nel profondo, fatti a immagine e somiglianza: assomigliamo alla Sapienza, alla Giustizia, alla Misericordia. Ognuno a proprio modo perché tutti siamo differenti anche se fatti a immagine e somiglianza. Ed è proprio lì in quel luogo recondito, in quella caratteristica di noi a immagine e somiglianza che siamo uguali perché attingiamo tutti dalla stessa Fonte, che è Una e Innumerevole, Variegata e intimamente Unitaria. E tutti siamo fragili in quella parte di noi che la vita ci ha cucito addosso e che ci lontana da quell’essere noi, veramente noi a immagine e somiglianza, fragili se non riusciamo ad attingere in quella parte di noi che è forte e potente, anzi direi onnipotente.
E allora se riuscissimo a vincere la parte esteriore se riuscissimo a scordarci della nostra superfice ed entrassimo in profondità nel nostro essere a immagine e somiglianza perderemo la nostra fragilità, diventeremo forti, potenti anzi onnipotenti.
A questo pensavo durante il viaggio e tutto si collegava a quanto dovevo dire oggi. E mi veniva in mente la parola “volontariato”, parola sconosciuta ai miei tempi quando le cose necessarie le faceva lo Stato, quello stato sociale, direi socialista, che a me piaceva tanto. Ma lo Stato non arrivava sempre dappertutto e allora c’erano persone di buona volontà, c’erano le parrocchie per le esigenze degli ultimi, e nella mia città c’era anche una vivace chiesa evangelica molto attiva. E poi c’erano alcune associazioni culturali, la prima in ordine di costituzione Italia Nostra, alla quale mio marito ed io siamo associati da tanti anni. E c’erano i partiti che lavoravano per la Polis. E poi è prevalso il principio della sussidiarietà tanto caro all’Europa: lo Stato deve risparmiare e, quindi, tutto deve essere delegato e chi meglio del privato, del no profit? E la gente che lavora “volontariamente” non deve essere pagata e quindi non “costa”. Io penso che l’unico termine appropriato per chiamare un lavoratore che non viene pagato è schiavo. Solo lo schiavo è obbligato a lavorare senza retribuzione. Ognuno lavora offrendo qualcosa in più, una parte di sé, di professionalità, di disponibilità, di creatività non rientrante nei suoi specifici compiti. E’ lì, in “quel di più” che si esprime il volontariato, ma il resto tutto il resto deve essere retribuito.
Quale è vero volontariato? Trovare chi accompagni a fare la spesa la mia Alfia che non pesa sulle finanze dello Stato se non per quella misera pensione di invalidità ma che non può andare a fare la spesa da sola. Dove vedo il volontariato? Lo vedo, per esempio, nei clown che fanno divertire i piccoli degenti dei reparti di pediatria e di pediatria oncologica. E così arriviamo al fine sulla Collina degli Elfi. Che è volontariato vero perché fa quello che lo Stato non avrebbe mai immaginato di fare, che ha scoperto un luogo precipuo di fragilità e ha inventato un meraviglioso modo per risolverlo. La famiglia quando deve affrontare la malattia oncologica di un bambino si ricompatta, si unisce, i singoli componenti accettano di rinunciare al lavoro, alla carriera, di trasferirsi in città differenti per le cure, di fare enormi sacrifici. Diventano una forza tutta coesa per ottenere la guarigione. E poi per fortuna, talvolta, la guarigione arriva e la famiglia torna a casa, alla routine, e si accorge di quello che ha perso e che spesso si disgrega, senza più quel vincolo terribile che l’aveva unita. E allora alla Collina degli Elfi dicono venite qui da noi, vi ospitiamo per qualche giorno non pensate a nulla se non alla vostra famiglia, bene immenso da salvaguardare che avete reso così forte, che ha vinto il male e ora riposate vi aiuteremo a trovare la felicità del quotidiano. Questa è la Collina degli Elfi.