Persona, diritti personalità - Onore, decoro, reputazione -  Redazione P&D - 02/08/2017

La condotta diffamatoria non va valutata quam suis - Cass. civ., sez. I, 9 giugno 2017, n. 14447 – Sabrina Peron

Nella sentenza in commento la Cassazione ulteriormente consolida principi già noti per le ipotesi diffamatorie, con riguardo alla decorrenza del termine prescrizionale ed alla circostanza che per la lesione della reputazione personale, la diffamazione non va valutata quam suis.

Quanto alla prescrizione, è noto che la diffamazione, è un illecito che si perfeziona istantaneamente, ne segue che il danno alla reputazione si verifica nel momento in cui la comunicazione lesiva dell'altrui reputazione raggiunga un secondo soggetto, in tale momento sorgendo il diritto di querela per il reato. Tuttavia, nell’ipotesi di risarcimento dei danni per l’illecito civile, viene in gioco la questione dell'interpretazione del concetto di “verificazione del danno” ai sensi dell'art. 2947 c.c. in rapporto alla decorrenza del termine di prescrizione del diritto al risarcimento dei danni patrimoniali. In argomento, ha affermato che è vero che l’art. 2947 c.c., comma 1, prevede che il “diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito, si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il fatto si è verificato”, per cui, in base al tenore letterale di detta norma il dies a quo della prescrizione dovrebbe decorrere dalla data del fatto. Tuttavia, detta norma va coordinata con le norme cardini sulla responsabilità aquiliana (artt. 2043 e 2059 c.c.) e sulla decorrenza della prescrizione in generale (art. 2935 c.c.) e viene interpretato nel senso che il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno morale decorre non dal momento in cui l’agente compie il fatto illecito, ma dal momento in cui il danneggiato abbia avuto - o avrebbe dovuto avere, usando l'ordinaria diligenza - sufficiente conoscenza della rapportabilità causale del danno lamentato alla condotta diffamatoria  la parte lesa ne viene a conoscenza (in questo senso, oltre alla sentenza in commento si vedano anche: Cass. civ., n. 20609/2011; Cass. civ., n. 12699/2010; Cass. civ., n. 5913/2000).
Dunque, non rileva il momento consumativo dell’illecito, rilevando, invece, conoscenza della diffamazione acquisita dalla persona offesa, in quanto, prima di detto momento, il diritto al risarcimento non poteva essere esercitato, dato che nel nostro ordinamento il diritto al risarcimento del danno sorge non per effetto della sola esistenza del fatto illecito, e quindi della condotta (commissiva o omissiva) dell'agente, ma per l’effetto del danno che questa condotta ha causato.

Con riferimento al secondo principio enunciato dalla Cassazione, vediamo che la sentenza in commento ribadisce il principio che il requisito della verità sostanziale dei fatti oggetto della notizia deve sì investire l’intero contenuto informativo della comunicazione, ma non viene comunque inficiato da inesattezze secondarie o marginali, inidonee a determinarne o ad aggravarne la valenza diffamatoria (ex multis Cass. pen., n. 41099/2016; Cass. civ., n. 17197/2015). Detto principio applicato ai provvedimenti giudiziari è stato declinato nel senso di ritenere che la verità della notizia mutuata da un provvedimento giudiziario sussiste allorché essa sia fedele al contenuto del provvedimento, senza alterazioni o traviamenti, con la conseguenza che inesattezze secondarie o marginali possono considerarsi irrilevanti solo se attinenti a particolari di scarso rilievo (Cass. civ., n. 18264/2014; Cass. civ., n. 5657/2010).  La lesione della reputazione altrui non può quindi ricercarsi né individuarsi in dati marginali o di puro contorno (ad esempio perché superflui o insignificanti), andando accertata facendo riferimento al nucleo centrale della notizia stessa, ossia a quegli elementi che costituiscono l’essenza e la sostanza dell’intero contenuto informativo dello scritto incriminato.
Quanto alla nozione di reputazione, questa viene non viene intesa come uno “stato o un sentimento individuale, indipendente dal mondo esteriore, né tanto meno nel semplice amor proprio”. La reputazione è il “senso della dignità personale nell’origine degli altri, un sentimento limitato dall’idea di ciò che, per la comune opinione, è socialmente esigibile da tutti in un dato momento storico” (Cass. pen., n. 3247/1995; Cass. pen., n. 35548/2007). In applicazione a tale principio si è ritenuta lesiva della reputazione altrui non soltanto l'attribuzione di un fatto illecito, perché posto in essere contro il divieto imposto da norme giuridiche (assistite o meno da sanzione) o da patti riconosciuti vincolanti dal diritto civile; ma anche la divulgazione di un comportamento che incontri la riprovazione della communis opinio, alla stregua dei canoni etici condivisi dalla generalità dei consociati (Cass. pen., n. 40358/2008). In applicazione a tali principi, ad esempio, una recente sentenza della Corte di Cassazione ha ritenuto che “l'attribuzione alla persona offesa della deliberata volontà di sposare un uomo di cui conosceva la condizione di malato quasi terminale, allo scopo di ereditarne i beni, avendo in precedenza ottenuto lo status di moglie, è significativa di un comportamento contrario al comune sentire ed ai canoni etici condivisi dalla generalità dei consociati”, non dovendosi trascurare anche “l'importanza che il matrimonio riveste dal punto di vista religioso, culturale, sociale e morale per la maggior parte dei cittadini italiani, né sottovalutarsi il suo riconoscimento nella Costituzione quale fondamento della società naturale costituita dalla famiglia, della quale la Repubblica riconosce i diritti”. Dunque, ipotizzare un altrui strumentalizzazione del matrimonio a scopo di lucro, presente una potenzialità lesiva non solo del personale amor proprio della persona criticata ma soprattutto della sua dignità e dalla considerazione da parte della comunità sociale in cui è inserita, che, di regola, disapprova tali comportamenti (Cass. civ., n. 31434/2017).
Ne segue che, in tema di risarcimento del danno ex art. 2043 c.c., per lesione della reputazione personale, la diffamazione non va valutata quam suis, e cioè in riferimento alla considerazione che ciascuno ha della sua reputazione, bensì come lesione dell'onore e della reputazione che la persona goda tra i consociati (in questo senso oltre alla sentenza in esame ex multis si vedano: Cass. civ., n. 12813/2016; Cass. civ., n. 21740/2010). Occorre, difatti, l’idoneità della condotta diffamatoria ad aggredire la reputazione altrui, mettendola effettivamente e concretamente in pericolo (Polvani, 1998). Conseguentemente, la diffamazione non si realizza quando le espressioni utilizzate siano inidonee a ledere il bene protetto e vengono avvertite come lesive dell’onore e della reputazione solo dal soggetto interessato (Polvani, 1998) e per le medesime ragioni occorre che il destinatario della diffamazione sia un soggetto identificato o, quantomeno, univocamente identificabile (Cass. civ., n. 6965/2017; Cass. civ. n. 16543/2012).