Persona, diritti personalità - Persona, diritti personalità -  Valeria Cianciolo - 26/10/2018

La Corte Costituzionale e il caso Cappato. Un monito al legislatore latitante.  

Questo il comunicato stampa del 24 ottobre 2018 con cui la Corte costituzionale informa della decisione assunta nell'ambito del "caso Cappato" all'esito dell'udienza del 23 ottobre 2018.

“Nella camera di consiglio di oggi, la Corte costituzionale ha rilevato che l’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti.​

Per consentire in primo luogo al Parlamento di intervenire con un’appropriata disciplina, la Corte ha deciso di rinviare la trattazione della questione di costituzionalità dell’articolo 580 codice penale all’udienza del 24 settembre 2019.

La relativa ordinanza sarà depositata a breve. Resta ovviamente sospeso il processo a quo.”

Il diritto a morire, rifiutando i trattamenti sanitari, è stato di recente riconosciuto dal legislatore italiano con la legge n. 219 del 22 dicembre 2017, nella quale vi sono espliciti richiami ai principi sanciti agli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione e agli artt. 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea. La legge non ha introdotto solo la possibilità per ciascun individuo di disporre anticipatamente in ordine ai trattamenti sanitari a cui essere sottoposto, ma ha anche riconosciuto espressamente il diritto di rifiutare l'idratazione o l'alimentazione artificiale, ha vietato trattamenti terapeutici finalizzati a prolungare la vita ad ogni costo e ha riconosciuto al malato il diritto di scegliere di porre fine alla propria vita in stato di sedazione profonda nel caso di "sofferenze refrattarie alle cure". Tuttavia, non ha riconosciuto il diritto al "suicidio assistito" secondo le modalità scelte dai singoli.

Né la Corte costituzionale né la Corte di Strasburgo hanno finora riconosciuto il rango di diritto fondamentale al diritto a porre fine alla propria vita in modo dignitoso, sebbene, si possa individuare, nella giurisprudenza europea dei diritti dell’uomo, un trend di ampliamento del riconoscimento all’autodeterminazione in relazione a pratiche in senso lato eutanasiche. Ma la Corte non si è mai spinta sinora fino al punto di imporre a tutti gli Stati parti della Convenzione, la liceizzazione di tali pratiche.

Detto questo, la nostra Corte Costituzionale ha preferito rimettere la questione al legislatore, rinviando così la decisione di un anno. Perché?

Dall’ordinanza della Corte di Asside del Tribunale di Milano che ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p. nella parte in cui incrimina l’aiuto al suicidio, emerge come gli argomenti per dichiarare l’incostituzionalità della  fattispecie siano molto limitati: il giudici rimettenti fondano il loro ragionamento, sul valore dell’autodeterminazione e sull’ assimilazione dell’aiuto al suicidio con l’interruzione di cure salva vita.

Questa sovrapposizione dei concetti presenta delle criticità.

Ci si deve chiedere se la dipendenza del soggetto sottoposto a terapie necessarie quoad vitam permetta di superare la differenza che sussiste tra il cagionare la morte che contraddistingue l’omicidio del consenziente e l’agevolare il suicidio dall’aiuto al suicidio. Se ci si muove dalla prospettiva del consenziente, le due situazioni possono essere assimilate. Tuttavia, se si guarda al destinatario del precetto è evidente che si tratta di due ipotesi fattualmente e giuridicamente diverse.

Dalle asciutte parole espresse nel comunicato stampa, sembra di capire che la Corte, pur affermando di non condividere o di condividere solo in parte, la linea fissata dal legislatore, afferma di non avere la possibilità di rimediarvi o perchè diverse sono le soluzioni adottabili o perchè la soluzione è ancorata, a sua volta, ad un quadro di riferimento più ampio o per il pericolo che un vuoto legislativo produca nell’ordinamento una nuova incostituzionalità o per tutte queste cose insieme.

Cosa può succedere in questi casi?

La consapevolezza da parte della Corte della possibilità che una pronuncia di accoglimento produca effetti che vadano oltre la mera dichiarazione di incostituzionalità della norma impugnata, con un impatto notevole all’interno dell’ordinamento, induce prudenzialmente il Giudice delle leggi a ritardare l’accoglimento della questione, per dare tempo al Parlamento di intervenire attraverso un monito. Monito al quale la Consulta ricorre quando, per varie ragioni, pur riscontrando l’esistenza di situazioni di problematica compatibilità (se non di radicale incompatibilità) della legislazione con il dettato costituzionale, ritiene di non poter giungere ad una dichiarazione di incostituzionalità, invitando il legislatore ad intervenire per sanare il vizio di costituzionalità ed a modificare la disciplina oggetto del sindacato, in modo tale da renderla conforme a Costituzione.

Giocoforza, sulle vicende fine vita, a ben vedere, più che il controllo giurisdizionale può il legislatore e in una prospettiva di riforma si possono delineare due direttrici di fondo: quella basata sulla tutela della vita come regola e la prevalenza dell’autodeterminazione, in ipotesi specifiche, come eccezione; e quella fondata, viceversa, sulla tutela dell’autodeterminazione sostenuta però, da procedure volte a verificare l’autenticità della libera scelta.