Deboli, svantaggiati - Minori, donne, anziani -  Michela Labriola - 20/05/2020

La culpa in educando: il bullismo e il cyberbullismo*

Indice: § 1. La nuova rilevanza dei sentimenti e la percezione soggettiva del timore nell’attuale legislazione. § 2. Il bullismo e il cyberbullismo. § 3 La culpa in educando: l’art. 2048 c.c. e la responsabilità “diretta”. § 4. Rapporti tra giudizi civile e penale: dichiarazione di estinzione del reato per esito positivo della prova e risarcimento del danno. § 5 La querela dell’ultraquattordicenne.

Il lavoro affrontato mette in luce i diversi aspetti della sofferenze e della offensività che si producono a causa di comportamenti di soggetti adolescenti prevaricatori e aggressivi messi in atto contro i loro coetanei. In particolare, la recente legislazione italiana ha tenuto conto del rispetto della condizione soggettiva del dolore psichico. Non sono esenti da responsabilità i genitori e gli insegnanti, infatti, la giurisprudenza, sempre più frequentemente, condanna gli aduli tenuti alla educazione e alla vigilanza, a risarcire i danni provocati dai ragazzi, dovendo, diversamente, dimostrare di aver adottato tutto quanto nella loro possibilità per impartire una corretta educazione al rispetto degli altri ed al vivere civile. Infine, il saggio si sofferma sul rapporto tra reato e condanna civile al risarcimento del danno, che può essere anche svincolato dall’accertamento del reato o da pratiche di giustizia collaborativa o di perdono a seguito di “messa alla prova”, quindi una sorta di punitive damage che in rare ipotesi ha trovato spazio nel nostro ordinamento tar le ipotesi risarcitorie.

   

§ 1. La nuova rilevanza dei sentimenti e la percezione soggettiva del timore nell’attuale legislazione

La Corte di Cassazione, II sez. pen., con un recente provvedimento, è tornata a decidere su di un tema che da sempre affligge le famiglie. Il caso è quello di un imputato minorenne che, condannato per il reato di bullismo, ricorre in Cassazione sostenendo che non vi sia il “rischio di reiterazione” della condotta dal momento che il ragazzo senegalese da lui vittimizzato si è trasferito in altro istituto scolastico e “quindi avrebbe difettato il pericolo concreto della ripetizione delle medesime offese nei suoi confronti”; per il persecutore, comunque, si è di fronte al pericolo del ripresentarsi, del tutto eventuale, di una condotta futura. Ma, con un accorgimento etico, oltre che giuridico, la S.C. sottolinea come “tali modalità rinviano a un tratto criminale non occasionale, pronto a ripetersi nell’ipotesi non remota in cui C. avesse a che fare con altri giovani migranti”.

La difesa dell’imputato avrebbe dovuto, quindi, tener conto sia del patema e della sofferenza che il contegno del suo assistito aveva prodotto nei confronti di chi aveva subito le vessazioni, sia dell’origine culturale e dell’impulso discriminatorio nel cui ambito era stato commesso il reato che aveva danneggiato un ragazzo diverso perché extracomunitario. Il tecnicismo delle norme e le attenuanti del reato vanno necessariamente comparate con l’entità della sofferenza prodotta nella vittima. D’altronde, anche nel reato di stalking, art. 612 bis c.p., – talvolta cumulato con quello di bullismo - è tenuto in primaria considerazione il sentimento di esasperazione e prostrazione percepito che non viene esaminato attraverso le indagini cliniche, ma in relazione alla sensibilità soggettiva della vittima. La campagna sociale e legislativa di sensibilizzazione contro la svalutazione dei sentimenti e delle sensibilità delle vittime, che è al fondo dei reati su indicati, così come emerge dalla nuova normativa sulla violenza contro le donne o il femminicidio, ha reso protagoniste, in un certo senso, le emozioni negative e le paure. Si è diventati più attenti di fronte ad un animo ferito.

Infatti, come già evidenziato, l’art. 612 bis c.p. dà rilievo a quel comportamento che cagiona “un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l'incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita”. Il 18 giugno 2017, è entrata in vigore la legge n. 71. Sul bullismo ed il cyberbullismo è passata alla Camera la proposta di legge modificativa che indica le misure per le vittime e si pone l’obiettivo di educare al rispetto e alle emozioni per contrastare il fenomeno. 

È evidente che, come per il reato di stalking, è la percezione soggettiva di offensività che va valutata ed analizzata, perché è di certo più invasiva e devastante in persone con particolare fragilità psicofisica. Sul punto, il Tribunale di Rovereto ha previsto la cumulabilità dei due reati, stalking e bullismo, commessi in danno di un ragazzino che, dopo aver subito violenza da parte dei compagni, ha manifestato una fragilità psichica attraverso uno scompenso psicotico, forse connaturato alla sua particolare struttura psicologica. In tale ipotesi, il giudice ha ben saputo interpretare la condizione di sofferenza soggettiva tenendo conto della importanza della singola percezione personale ed ha condannato i responsabili secondo gli usuali criteri del danno biologico. 

Si prenda, ad ulteriore esempio, la recente normativa sulla prevenzione della violenza alle donne, il c.d. codice rosso, che presta particolare attenzione alla formazione sia della collettività, partendo dalla scuola, sia delle forze dell’ordine per modificare il passo sul rispetto della dignità e dei sentimenti delle persone fragili.

Infine, non va trascurato quel rilevante movimento di pensiero che ha condotto, inizialmente in altri Stati europei, poi in Italia, a rileggere la pena non più come afflittiva ma in termini riparativi.

La proposta della riparazione della lesione prodotta, introdotta da mediatori e giuristi, ha un connotato filosofico, si intreccia alla coscienza del perdono ed al superamento della sofferenza. Anche nella pratica della giustizia riparativa, quindi, si parla di sentimenti.

§ 2. Il bullismo e il cyberbullismo

L’aspetto più interessante della sentenza penale citata nel precedente paragrafo è che attribuisce, al pericolo della reiterazione della condotta, non già il rischio che possa attuarsi nello stesso contesto e nei confronti della medesima vittima, bensì il fatto che si sia in presenza di “una condotta di tale obiettiva gravità quale quella seguita da C., tanto più odiosa in quanto realizzata unitamente ad altri, fra cui un maggiorenne, nei confronti di un adolescente in difficoltà a causa dell’età e di una integrazione non compiuta, sia in concreto ripetibile nei confronti di chi si trovi in condizioni analoghe, ricavandosi tale presunzione dalla durata e dalla insidiosità di quella oggetto del procedimento. Quindi, rileva il taglio della personalità, della cultura e della educazione impartita dalla famiglia.

Il bullismo, infatti, è un reato associato ai minorenni. Indubbiamente, in ambito scolastico, il fenomeno appare più prepotente, tuttavia non si può sottovalutare quanto possa essere presente anche in contesti determinati più o meno estesi quali i quartieri, le comitive di adolescenti, le comunità che ospitano i ragazzi ed altri ambiti in cui sono presenti i giovani. Di recente, è stato ritenuto, altresì, più preoccupante il connesso fenomeno denominato cyberbullismo, attesa l’inafferrabilità delle conseguenze che può comportare una diffusione web. La indagine conoscitiva su bullismo e cyberbullismo ha condotto alle seguenti conclusioni: nel caso del bullismo si è di fronte a prepotenze subite da coetanei, sia bambini sia adolescenti, con modalità intenzionale, reiterata e in condizione di subalternità psicologica. Per quanto riguarda, invece, il cyberbullismo, l’uso dei nuovi mezzi di comunicazione, telefoni cellulari – incluse le varie possibili applicazioni per essere “sempre connessi” - e i computer possono integrare una forma di offensività, ancor più pericolosa perché subdola, dietro cui celarsi. Anche questo si manifesta attraverso: invio di messaggi offensivi, insulti o foto umilianti tramite sms, e-mail, diffuse in chat o sui social network, allo scopo di molestare una persona per un periodo più o meno lungo. Si noti come, a differenza del reato di bullismo, che presuppone la pericolosità di un comportamento di violenza e persecuzione perpetuato nel confronto fisico e personale, per cui la reiterazione è uno degli elementi identificativi del fenomeno, nel cyberbullismo la misura della lesione risiede nella amplificazione e dilatazione che scaturisce dalla diffusione in rete attraverso cui la divulgazione della offesa non ha né spazio né tempo. 

Da parte di alcuni studiosi si è riscontrato come la vittima, che non fa nulla per provocare la reazione dell’altro, possa avere anch’essa delle risposte di aggressività superiori rispetto a chi agisce la sopraffazione, in ciò il bambino o il ragazzo persecutore controlla meglio le proprie pulsioni, quasi con cinismo, con più freddezza.“È ormai certo che i problemi nelle relazioni tra pari sono strettamente associati ad un’ampia gamma di disturbi psichiatrici”. Orbene, come già sottolineato, nel cyberbullismo questo scontro vis a vis non c’è. 

Per comprendere la diversità del fenomeno, tra bullismo e cyberbullismo, è necessario darne delle definizioni, partendo dal dato dell’avvento del web. Il bullismo si manifesta in due modalità comportamentali: la prima mette in moto la fisicità e la parola (modalità c.d. diretta), mentre la seconda si esprime attraverso maldicenze, isolamento sociale e manipolazione dei rapporti di amicizia della vittima (modalità c.d. indiretta). Il cyberbullismo, invece, consente di agire senza esporsi in prima persona, senza correre i rischi a ciò connessi, per tale motivo è un fenomeno ampiamente diffuso. Entrambe le illecite condotte hanno in comune l’adolescenza, in quanto, in tale fase della vita, ciascuno passa dalla relazione con i genitori a quella, molto significativa, con i coetanei.. 

Il confine tra i reati di bullismo, di cyberbullismo e di stalking, talvolta è assai labile. La Corte di Cassazione ha affermato come fosse applicabile, anche in ambito scolastico, una condanna ai sensi dell’art. 612 bis c.p. in un caso in cui alcuni ragazzi minorenni avevano perseguitato un compagno di scuola, per oltre due anni, con violenze e feroci insulti, tanto da costringerlo ad un ricovero in ospedale, a causa di un grave stato depressivo, e a cambiare regione di residenza. 

Le amicizie adolescenziali sono rilevanti e agevolano o bloccano il benessere psicologico dei ragazzi. L’adolescenza è caratterizzata da compiti evolutivi impegnativi, primo tra tutti la definizione della propria identità sociale e personale, accompagnato dal bisogno di maturare una nuova e più autonoma consapevolezza di sé fondata su un graduale processo di autodefinizione, dal bisogno di sperimentare se stessi in un ambiente fisico e sociale più ampio rispetto ai limitati spazi dell’infanzia.

Va ricordata una delle più celebri frasi sull’amarezza vissuta nell’adolescenza contenuta nelle pagine più intense della letteratura del Novecento: “Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita. Tutto congiura per mandare il giovane alla rovina: l’amore, le idee, la perdita della famiglia, l’ingresso tra gli adulti. È duro imparare la propria parte nel mondo”.

§ 3. La culpa in educando: l’art. 2048 c.c. e la responsabilità “diretta”

Tra i compiti genitoriali, oltre che agli impegni derivanti dalla funzione di accudimento morale e materiale, si affianca, in tema di responsabilità civile, l’onere di educare alla convivenza sociale ed al rispetto. I danni procurati ad altri, che saranno risarciti dai genitori o dai tutori, sono la diretta conseguenza della incapacità di corretti insegnamenti pedagogici verso i giovani ai sensi dell’art. 2048 c.c.. Pertanto, non si è in presenza di responsabilità “indiretta” per fatto del terzo su cui vi è un obbligo di vigilanza, bensì di responsabilità “diretta” per non aver tenuto la diligenza adeguata nell’educazione dei figli. 

La disposizione di cui al co.3 del medesimo articolo «le persone indicate nei commi precedenti sono liberate dalla responsabilità soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto» induce a ritenere che l’ipotesi di cui trattasi sia qualificabile quale danno in re ipsa, attesa la difficoltà di dimostrare di aver educato la prole in modo tale da evitare un comportamento dannoso. Escludendo gli eventi fortuiti, quali un incidente che ha prodotto una lesione a danno del terzo, ma accidentali, che vedano coinvolto il minore in un’unica occasione, si esamini il caso di un comportamento da prepotente, quindi costante, la cui offensività è reiterata nel tempo. Tuttavia, i giudici di legittimità ci ricordano, come sia labile il confine tra evento occasionale e possibile reiterazione della condotta lesiva in ragione della cattiva educazione ricevuta ovvero della mancanza di vigilanza adeguata. A titolo esemplificativo, la S.C., applicando l'art. 2048 c.c., ha ammesso la responsabilità dei genitori per i danni cagionati dal figlio minore che abitava con loro, a causa di oggettive carenze nell'attività educativa, che si manifestavano nel mancato rispetto “delle regole della civile coesistenza, vigenti nei diversi ambiti del contesto sociale in cui il soggetto si trovi ad operare”, ancorché l’episodio lesivo fosse stato uno solo. Orbene, in tal caso, la responsabilità dell’educatore è presunta. È difficoltoso sostenere senza téma di essere stato un bravo genitore o un bravo tutore ed essere, quindi, in grado di utilizzare questo argomento per sentirsi esonerato dalla responsabilità nei confronti dei propri figli adolescenti. Sul tipo di responsabilità civile, così come previsto dall’art. 2048 c.c., permane da tempo la vexata quaestio sull’accertamento dell’esistenza o meno del nesso di causalità tra la condotta del figlio e la capacità educativa dei genitori; continua, sembra, far capolino una presunzione di colpa. Parte della dottrina sostiene come, non essendo desumibile la culpa in educando dal testo normativo dell’art. 2048 c.c., questa sia, in realtà, una mera costruzione giurisprudenziale. 

Come dicevano i latini, la prova dell’esclusione del nesso di causalità è diabolica. Nella vasta giurisprudenza di merito e di legittimità vi sono provvedimenti che indicano una strada a dir poco impervia, sostenendo che, poiché impossibile la prova negativa – non aver potuto impedire il fatto illecito – è necessario dimostrare di aver impartito al figlio una buona educazione e di aver esercitato su di lui una “vigilanza adeguata il tutto in conformità alle condizioni sociali, familiari, all'età, al carattere e all'indole del minore”. La inadeguatezza dei principî educativi impartiti, ci dice la S.C., si ricava dal tipo di comportamento tenuto dal minore e dal grado di offensività che potrebbero far desumere un mancato adempimento dei doveri di cui all’art. 147 c.c. . 

Tra i casi di esonero di responsabilità c’è quel genitore che dimostri di non convivere col minore.

Lo stesso principio vale per quanto riguarda gli educatori, quali gli insegnanti. In tema di accertamento della colpa in vigilando da parte della scuola, tuttavia, il Trib. Bari ha dichiarato la responsabilità del Ministero della Pubblica Istruzione e non già dell’insegnante negligente - non legittimata passiva nel giudizio di responsabilità – poiché quest’ultima potrà essere chiamata alle proprie responsabilità nel momento in cui, eventualmente, la p.a. dovesse rivalersi nei suoi confronti in caso di condanna. Al contempo, il tribunale barese ha escluso la responsabilità dei genitori che hanno dimostrato, attraverso la testimonianza delle precedenti insegnanti della figlia, quanto i loro metodi educativi fossero adeguati e come la reazione violenta della ragazza, che aveva creato un danno fisico ad un compagno di scuola, fosse dovuta ad un fatto occasionale, cioè l’esasperazione per essere stata costantemente presa in giro da lui. 

Di recente la Cort. App. Catanzaro, ha rigettato il ricorso avanzato da due giovani e dai genitori del primo avverso le pronunce di primo grado che li avevano condannati al risarcimento del danno in favore di una ragazza, minorenne all’epoca dei fatti, rimasta vittima di un grave episodio di violenza sessuale perpetrato da un altro minore. I giudici territoriali, ritenute utilizzabili al riguardo le prove testimoniali e le dichiarazioni rese nel corso del processo penale in precedenza instaurato innanzi al Tribunale per i Minorenni, hanno confermato la responsabilità ex art. 2043 del Codice Civile dei due giovani ricorrenti, come pure quella, concorrente, dei genitori del primo ai sensi dell’art. 2048 c.c., per non avere essi fornito nel corso del giudizio la prova positiva di avere impartito al figlio una buona educazione e di avere esercitato su di lui una vigilanza adeguata, con  la condanna a risarcire alla vittima i danni tutti, patrimoniali e non, da essa patiti.

Vi è un altro aspetto, più esasperato nella culpa in vigilando ed in educando, ed è quello che riguarda l’autolesionismo dei ragazzi. I campanelli di allarme sono segnali che dovrebbero essere interpretati dalla famiglia e dalla scuola. Gli adulti vivono tristi emozioni di incredulità ed ansia di fronte al mistero, difficilmente decodificabile, della suggestione del male e dell’autolesionismo; elementi che possono produrre una forte fascinazione, in particolar modo, nella fase della prima adolescenza. Il drammatico ed incontrollabile fenomeno denominato Blue Whale Challenge , ha indotto i più giovani al suicidio quale forma di richiesta di attenzione da parte del gruppo dei pari sfidando prove sempre più dolorose ed estreme per giungere alla morte. In alcuni di questi casi è proprio la spinta al gioco da parte dei coetanei, o di alcuni adolescenti più grandi, che induce una tale sofferenza e vuoti di autostima, come per il reato di stalking, che conducono al gesto estremo del suicidio. L’esempio qui riportato, in realtà, rappresenta l’altra faccia della medaglia della assenza e disattenzione di un genitore in casa e di un insegnante a scuola. Nel caso della Balena Blu sono gli amici ed i compagni che allertano le famiglie e i genitori di chi è caduto in questa rete che, talvolta, è senza ritorno. Questa riflessione è strumentale a sottolineare quanto l’inattività di un adulto possa diventare trascuratezza penalmente rilevante, anche l’omissione in alcuni casi è reato. La disattenzione o l’inadeguatezza genitoriale possono essere paradigmatici di un comportamento omissivo di cura ed educazione, tanto da incidere, in termini giudiziari, sull’allontanamento del figlio dalla famiglia o dal genitore incapace.  

§ 4. Rapporti tra giudizio civile e giudizio penale: dichiarazione di estinzione del reato per esito positivo della prova e risarcimento del danno

Recentemente la S.C. ha affrontato il tema, fra pena e risarcibilità del danno, del rapporto tra giudizio penale e giudizio civile in presenza di atti di bullismo. Il caso è quello di due minori, 13 e 15 anni all’epoca dei fatti, entrambi portatori di handicap. Il più grande, figlio adottivo, aveva abusato sessualmente del più piccolo e, a seguito di “messa alla prova”, il reato si era estinto. Tuttavia, la famiglia del minore abusato – padre, madre e fratello – qualche anno dopo, aveva convenuto in giudizio i genitori esercenti la responsabilità sul minore abusante, affinché fossero condannati al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale ai sensi dell’art. 2059 c.c.. Nel costituirsi, i convenuti avevano chiamato in causa la ASL per essere manlevati ed avevano dichiarato la propria estraneità ai fatti. Il tribunale di prime cure aveva accolto l’istanza risarcitoria, ex art. 2048 c.c. – quale responsabilità indiretta e danno morale - ed aveva escluso la garanzia della ASL atteso che il compito educativo spetta soltanto ai genitori e non può essere delegato a terzi privati o a istituzioni pubbliche. La Corte d’Appello confermava la condanna. I soccombenti in secondo grado depositavano reclamo in Cassazione. I giudici di legittimità, definendo, preliminarmente, quale responsabilità diretta per fatto proprio il danno risarcibile ai sensi dell’art. 2048 c.c., avvaloravano la tesi secondo la quale, mentre chi richiede il risarcimento è tenuto solo a provare il fatto compiuto dal minore, il genitore di quest’ultimo deve, di contro, dimostrare di non aver potuto impedire il fatto, attraverso la prova di aver tenuto un comportamento conforme a quanto previsto dall’art. 147 c.c.. Riemerge, quindi, anche in tal caso nelle parole della Corte la necessità di uno studio, da parte del giudice, sulla antropologia della famiglia.  Prima di affrontare la qualità della capacità genitoriale la riflessione, a priori, deve soffermarsi sulla natura del provvedimento di estinzione del reato per esito positivo della “messa alla prova”. Un’ordinanza estintiva del reato per l’avvenuto assolvimento dei compiti assegnati al reo, che abbia dimostrato la propria volontà riabilitativa, non entra nel merito della lesività commessa, né della responsabilità del minore, di talché il giudice civile deve procedere all’accertamento, nel merito, della sussistenza degli estremi di legge per erogare una sanzione risarcitoria e ristorativa del danno.  Sulla base di tali argomentazioni la S.C. rinviava alla Corte d’Appello affinché accertasse, senza preconcetto, l’effettivo nesso di causalità tra la condotta del minore e la responsabilità genitoriale. Sulla stessa linea di pensiero, la precedente sentenza di legittimità che ha svincolato la relazione tra gli strumenti di composizione preventiva e pregiudiziale del conflitto penale ed accertamento della responsabilità. Di segno contrario il GIP milanese che ha condizionato l’esito positivo della messa alla prova dell’imputato – in tal caso maggiorenne – solo in ipotesi di eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato, attraverso lo svolgimento di attività di pubblica utilità ed il risarcimento monetario del danno subito dalla alla persona offesa. 

§ 5. La querela dell’ultraquattordicenne

Non di poco momento si palesa l’argomento sulla autodeterminazione del minore ultraquattordicenne vittima di stalking, bullismo e cyberbullismo in ragione del suo diritto alla titolarità dell’azione penale. Quindi, la possibilità di un diritto di querela. La S.C. ha ben configurato tale ipotesi effettuando dei distinguo, ancorché ammetta il diritto di querela da parte della persona offesa ultraquattordicenne, concede, tuttavia, la possibilità di scelta autonoma dei genitori di fronte al rifiuto del figlio di procedere. In una fattispecie simile, la Corte di appello di Bologna - sezione minorenni – ha dichiarato non doversi procedere nei confronti di una minorenne indagata del reato ex art. 595 c.p. per concessione di perdono giudiziale. Nel caso di specie una ragazza oggetto di vessazioni era stata ritratta, modificando una sua foto con il corpo di scimmia nell’atto di subire, piegata in avanti, un rapporto sessuale con la compagna di scuola bullizzante. La documentazione fotografica era circolata accompagnata da frasi oltraggiose. La Corte di Cassazione, ha ribadito, in tale questione, che, ancorché la ragazza minorenne non fosse consapevole che vi fosse un reato perpetratosi ai suoi danni, cionondimeno fosse sempre possibile l’intervento propulsivo dei genitori nell’introdurre la relativa querela. Il legislatore ha previsto una doppia legittimazione, in capo allo stesso minorenne e all'esercente della potestà genitoriale. 

*articolo pubblicato sulla rivista L’osservatorio sul diritto di famiglia. Diritto e processo. N.1/2020

In allegato l'articolo integrale con note.