Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 11/06/2019

La diagnosi - E.C.

Scoprire che la mia diagnosi è la schizofrenia è stata per me un’esperienza agghiacciante, terribile, invasiva. Prima di scoprirlo non immaginavo il dolore lancinante che questa scoperta per me implicasse: chi ero io, cosa mi stava succedendo, perché proprio a me. Paura, paura e ancora paura, di me, della situazione come tale, di ciò che potrebbe accadere. Dal mio medico di base, contestualmente a una visita cui mi ero sottoposta, ho scoperto questo termine diagnostico, da subito l’ho percepito come termine pregno di significato negativo, e purtroppo apparteneva a me. Nel momento in cui ho sentito esprimere dal medico questa mia diagnosi ho provato un terrore immenso, un’indescrivibile paura della situazione di malattia in sé avendo capito che io ero una schizofrenica e avevo fatta mia la convinzione che questa condizione avrebbe avuto un unico sviluppo, quello di un percorso esistenziale finito, negativo, un disagio perenne, un auto-annullamento e un auto-allontanamento dal contesto sociale. Mi sentivo diversa, mi sentivo a disagio. Ciò che volevo era scomparire, nascondermi; sentivo il peso insopportabile di questa definizione: ero una schizofrenica, tutto qua. Niente più di questo. Il carico di significati negativi, di preconcetti che il termine schizofrenia assume in relazione alla persona che soffre di questo disturbo mentale è talmente denso e pesante che cade su di te, sulla tua vita come un grosso macigno, come una vera e propria bomba atomica e ti esplode addosso sotterrando la tua esistenza come nell’isolamento di un bunker, oltre che nel disagio e nell’isolamento che già vivi a causa della malattia in sé. Le parole hanno vita propria all’interno della società, le parole sono giudizi, pregiudizi, pensieri, azioni e possono avere il potere distruttivo di una bomba atomica. Per me la parola schizofrenia lo aveva. Il mondo che mi apparteneva fino ad allora era d’improvviso completamente distrutto, ridotto a nullità. Nel territorio - il mio corpo e la mia mente - devastato da questo bombardamento atomico, la vittima ero io. Le mie esperienze culturali, di studio, di lavoro, di ricerca, la laurea in lingue, la mia voglia di fare, di vivere, erano state annullate dalla condizione di malattia in cui mi trovavo. Niente aveva più significato per me: io ero solo la malattia e avevo solo lei. La schizofrenia, la regina delle mie tenebre.