Deboli, svantaggiati - Generalità, varie -  Sara Costanzo - 05/08/2017

La diagnosi e la (relativa) importanza del contesto

L’esperienza della psicoterapia implica, sia per il terapeuta sia per il paziente (ed è questo un aspetto molto interessante), una “valutazione” di ciò che accade. Per indicare questo elemento usiamo normalmente il termine “diagnosi”. Il termine valutazione è dunque usato nel suo significato più generale e quindi “semplicemente” come un’attività che ha a che fare con la possibilità di comprendere, di stabilire o appropriarsi di un criterio in base al quale esaminare gli elementi in gioco e di prospettare delle scelte.

Come è facile immaginare, nel processo terapeutico, questa valutazione ha a che fare (e anche questa volta, sia per il paziente e sia per il terapeuta), in modo più o meno diretto, con ciò che è, e deve essere, la salute mentale. Tale “parametro” nasce dall’incontro di una serie eterogenea di elementi: le teorie apprese o le nostre conoscenze sull’argomento, i modelli di riferimento, le esperienze nostre e di altri e quella parte “creativa” di noi che tende a innovare i concetti appresi o vissuti sulla base di una generale esperienza delle cose. In ogni caso, che ne siamo o meno consapevoli, esso implica (ed è questo un punto importante quando parliamo di salute mentale) una determinata idea su quali esigenze dell’uomo essa soddisfa e che caratteristiche assumono in campo terapeutico.

All’interno di ogni nostra mossa, valutazione, ipotesi, noi portiamo dunque inevitabilmente la nostra “personale” visione del mondo, il nostro senso della vita, di quali siano i bisogni essenziali dell’essere umano e dunque di ciò che è in un certo senso giusto o sbagliato, “normale” o segno di patologia. E tale scelta è relativa non solo all’individuazione dei criteri ma anche alla loro natura, alle proprietà che essi devono avere, al modo con cui si determinano e dunque a ciò che ostacola o favorisce il loro sviluppo. Questo processo di “scelta” e con esso la nostra valutazione di ciò che accade, avviene, in modo più o meno consapevole, nell’arco di tutto il processo e ogni volta, riguarda ogni elemento dell’incontro.

Ma quali caratteristiche hanno questi criteri? Partiamo da una costatazione: nessuno psicologo europeo definirebbe “completamente sano di mente” un paziente che decidesse “liberamente” di uccidere tutte le persone portatrici di handicap. Perché? Perché la sua libertà si scelta si dirige verso obiettivi comunemente considerati non rispondenti al concetto di salute mentale “normalmente” inteso, al punto che essa stessa (la libertà) si considera frutto di un disagio più o meno grave. E questo sebbene lui spiegasse di avere un motivo valido per farlo e una sua teoria sull’argomento. Questa diagnosi ha dunque alla base una certa idea di salute mentale che, a grosse linee, considera la capacità di “rispettare la vita” un aspetto essenziale dell’uomo sano; cosi essenziale che una scelta del genere si considera mossa prevalentemente da problemi psichici piuttosto che frutto di una normale possibilità di essere.

Tale idea di salute mentale è frutto di una particolare combinazione tra vari elementi tra loro collegati e interdipendenti: a) le teorie psicologiche utilizzate nel nostro paese (e dunque con le idee prevalenti sul benessere, la salute, la mente ecc. da queste veicolate) cosi come si specificano nella sua personale formazione professionale; b) quelle proprie del contesto storico, giuridico, sociale; c) le nostre personali convinzioni sull’argomento, quella parte di esperienza personale e professionale che ci porta a rendere unico il nostro modo di rapportarci alle varie situazioni.

Va da se che, secondo la tipologia di disagio che ci troviamo dinanzi e del contesto in cui operiamo, questi elementi hanno un peso diverso. Cosi ad esempio, poiché il caso suddetto riguarda un valore molto essenziale e per certi versi estremo (la vita), il peso specifico è talmente sbilanciato verso il secondo fattore (la situazione storica, sociale, giuridica) che eventuali teorie psicologiche o convinzioni personali che considerassero “completamente sano” uccidere persone portatrici di handicap sarebbero considerate esse stesse “malate” se non illegali.
Ma il discorso non finisce qua. Immaginiamo per un attimo di trovarci ai tempi di Hitler e di dover fare la stessa valutazione. Quale sarebbe la nostra scelta? Il discorso (apparentemente estremo, ma ha il suo senso) ha a che fare con questa domanda: esistono elementi che “in sé” sono sintomo di salute della mente o è tutto stabilito dal contesto? E di conseguenza: ci sono contesti in cui pur essendo giustificabile un certo comportamento, sono essi stessi “malati” perché non rispondono a tali valori?

Ma il discorso non tiene all’evidenza del nostro sentire: un conto è considerare che ogni comportamento ha un significato all’interno di un certo ambiente (e che dunque per la sua comprensione non possiamo prescindere da questo), un conto è mettere tutto sullo stesso piano, come (ed è questo il punto) se non ci fosse nulla di “assoluto” cui paragonare ciò che accade, ciò che l’uomo è o ciò verso cui tende.
Perché i due esempi sono dunque diversi?

Semplicemente: perché c’è qualcosa nei valori promossi dal regime nazista, che per quanto possano essere giustificati all’interno di un certo contesto, sono sentiti come “contro natura”, come se andassero contro l’essenza dell’uomo e con essa di un certo bagaglio di esigenze di cui l’umanità è portatrice. Al punto che (esattamente come nell’esempio precedente) siamo portati a voler cercare delle ragioni al fatto che la libertà di tanti esseri umani possa essersi orientata verso tali convinzioni. Esigenze dunque “assolute” che, benché possano specificarsi in modo diverso da luogo a luogo e da epoca a epoca, sono le stesse per tutti: la vita, l’amore, l’uguaglianza, la libertà, la ricchezza della diversità solo per citarne qualcuno. Al punto che tutta l’umanità, benché si ammetta la possibilità che eventi come il nazismo possano riaccadere, sembra tendere (almeno come valore tendenziale) verso regimi politici e sociali che tali valori assoluti promuovono, tutelano, perseguono.
Detto in altri termini, benché si considerino entrambe diagnosi possibili (ciascuna all’interno di un certo ambiente) una è sentita come più aderente all’uomo in quanto tale e dunque più “sana in sé.

La considerazione, vi sarete accorti, ha implicazioni che vanno molto oltre la salute mentale. Ammettere che ci sono valori “assoluti” verso cui l’uomo per stare bene deve tendere, vuol dire dare un certo spazio alle seguenti ipotesi: 1) ci sono degli elementi che definiscono l’uomo in quanto tale: essi non sono solo “sintomo” di salute mentale ma esigenze fondamentali dell’essere umano; 2) tali esigenze sono per cosi dire “evidenti”, come qualcosa che l’uomo deve limitarsi a riconoscere. L’essere umano dunque (ed è questo un punto importate) non definisce quali siano le esigenze di cui parliamo, ma è “predisposto” a riconoscerle in quanto tali e a definirle di conseguenza. Come se fosse chiamato a scoprire, in un modo originale e assolutamente personale, qualcosa che è insito nella struttura stressa dell’uomo e del mondo e che lui non ha posto; 3) tali aspetti non dipendono dal contesto ma sono per cosi dire “universali”. Il fatto che siano universali non vuol dire, ovviamente, che ogni contesto le persegua o le realizzi nello stesso modo; 4) l’idea di salute mentale è, al pari di un qualunque altro sistema di “convinzioni”, diversa secondo il contesto ma, esattamente come questi, ha un “valore” in sé dato dalla corrispondenza o meno a tali elementi; 5) a livelli diversi la diagnosi implica sempre un paragone con tali elementi, paragone che tende a valutare la corrispondenza tra la realtà psichica e relazionale che si osserva e tali esigenze, al di là del modo in cui esse possono specificarsi.