Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Redazione P&D - 30/07/2018

La diffamazione a mezzo stampa - Remo Trezza

Sommario: 1. La diffamazione in generale – 2. La diffamazione a mezzo stampa – 3. Elementi costitutivi della diffamazione – 4. La scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca

1. La diffamazione in generale
La diffamazione è un delitto commesso da chi offende la reputazione altrui comunicando con più persone. La pena è aumentata se l’offesa è recata a un corpo militare, amministrativo o giudiziario o a una sua rappresentazione oppure ad un’autorità costituita in collegio.
Circostanza aggravante è l’attribuzione di un fatto determinato (595 c.p.).
L’espressione oltraggiosa può essere scritta, verbale o reale, ossia realizzata mediante atti materiali, quali gesti osceni, schiaffi o percosse; è indiretta l’offesa che colpisce persona diversa da quella a cui è apparentemente rivolta; obliqua quella consistente in domande o negazioni oltraggiose; simbolica quella occultata da espressioni in apparenza innocenti. In ogni caso la variabilità delle condotte offensive e la relatività dello stesso concetto di reputazione impediscono la formulazione di un catalogo preciso di espressioni ritenute usualmente oltraggiose.
Dopo la caduta del fascismo, al fine di ampliare la facoltà di critica, è stata reintrodotta la disciplina delle cause di giustificazione in materia di diffamazione che prevede il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero.
Se il delitto di diffamazione è commesso con il mezzo della stampa, le disposizioni dell’art. 595 si estendono anche al direttore o al vicedirettore responsabile, all’editore e allo stampatore per i cosiddetti reati commessi con il mezzo della stampa periodica, non periodica e clandestina, rispettivamente previsti negli artt. 57, 57bis e 58 c.p. ( art. 596 c.p.).
2. La diffamazione a mezzo stampa
La materia della diffamazione a mezzo stampa è un tema delicato nella regolamentazione del mondo delle informazioni. La disciplina codicistica trova la sua ratio nella necessità di garantire i soggetti da informazioni inesatte o calunniose e nell’impossibilità delle vittime di accedere alla pari ai mezzi di informazione in modo da ottenere una rettifica. Quest’ultima, in molti casi, non può cancellare gli effetti negativi della notizia iniziale, ma il mondo di Internet, rispetto al mondo dell’informazione tradizionale, offre possibilità di accesso meno costose per quanti volessero diffondere in rete rettifiche rispetto a notizie inesatte. Non bisogna, tuttavia, dimenticare che il semplice inserimento in rete non è sufficiente: un sito che gode di un ampio pubblico di fedeli internauti è in grado di ottenere un’audience molto ampia, che solo in minima parte sarebbe raggiungibile da chi volesse diffondere la smentita.

3. Elementi costitutivi della diffamazione
Ai sensi dell’art. 595 c.p. chiunque, al di fuori dei casi di cui all’art. 594 c.p. (ingiuria), comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino ad € 1.032,00. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a € 2.065,00. Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altra forma di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad € 516,00.
L’art. 596bis c.p. dispone, inoltre, che se il delitto è commesso col mezzo della stampa, lo stesso trattamento sanzionatorio, diminuito in misura non eccedente un terzo, è applicato al direttore o vicedirettore responsabile, all’editore ed allo stampatore, in quanto tenuti ad esercitare sul contenuto del periodico il controllo necessario ad impedire che col mezzo della pubblicazione siano commessi reati.
Il bene giuridico tutelato dalla fattispecie de quo è la reputazione e sul punto la Suprema Corte ha avuto modo di precisare che “l’oggetto della tutela penale del delitto in questione è l’interesse dello Stato all’integrità morale della persona”: più precisamente, il bene giuridico è “la stima diffusa nell’ambiente sociale o ambiente professionale”, cioè l’opinione che gli altri hanno del suo onore e decoro (l’opinione della persona è rilevante solo allorché sia conforme a quella sociale). Un’interessante definizione si rinviene, inoltre, in una pronuncia di merito, in base alla quale la reputazione deve essere tutelata “tanto come stima che una persona si è conquistata presso gli altri, quanto come rispetto sociale minimo cui ogni persona ha diritto indipendentemente dalla buona o cattiva fama che derivi dalla sua condotta”.
Il soggetto attivo del delitto de quo è, in primo luogo, l’autore dello scritto dal contenuto diffamatorio. Inoltre, ai sensi dell’art. 57 c.p., nonché della normativa sulla stampa (L. 8 febbraio 1948, n. 47) come già accennato, è responsabile anche il direttore del periodico: a titolo di concorso (quando, pur consapevole della potenzialità offensiva delle espressioni utilizzate nell’articolo, ne abbia ugualmente autorizzato la pubblicazione) ovvero per fatto proprio (se l’evento lesivo, pur non essendo voluto dal direttore, non si sarebbe verificato se avesse impiegato la dovuta diligenza nel controllare gli scritti destinati alla pubblicazione). Ai sensi dell’art. 57 bis c.p., le disposizioni di cui all’art. 57 c.p. si applicano, nel caso di stampa non periodica, all’editore, se l’autore della pubblicazione è ignoto o non imputabile, ovvero allo stampatore, se l’editore non è indicato o non è imputabile. Inoltre, per i delitti commessi col mezzo della stampa, sono civilmente responsabili, in solido con gli autori del reato, il proprietario della pubblicazione e l’editore.
Nel delitto di diffamazione non occorre certo dimostrare l’animus diffamandi: è sufficiente il dolo generico anche nella forma del dolo eventuale, con l’accettazione del rischio della realizzazione di fatti diffamatori.
Quanto al soggetto passivo, è irrilevante l’indicazione nominativa del diffamato, ben potendosi questa desumere da “riferimenti inequivoci” a fatti e circostanze di notoria conoscenza, attribuibili ad un determinato soggetto, ma la giurisprudenza la precisato sul punto che, comunque, la persona cui è diretta l’offesa, seppur non necessariamente indicata nominativamente, deve essere “individuabile agevolmente e con certezza”. Naturalmente, il delitto può riguardare soggetti non più in vita e, in tal caso, legittimati ad agire saranno l’erede o il congiunto della persona offesa. Non può, invece, aversi diffamazione, nel caso in cui vengano pronunciate o scritte espressioni offensive nei confronti di una o più persone appartenenti ad una determinata categoria, se le persone cui le frasi si riferiscono non siano precisamente individuabili. Infine, possono assumere la veste di soggetti passivi del delitto in questione non solo le persone fisiche, ma anche le persone giuridiche.
Con riguardo all’elemento materiale, la diffamazione è un reato istantaneo che si consuma con la comunicazione con più persone lesiva della reputazione, anche se la comunicazione e/o la percezione del messaggio da parte di costoro non siano contemporanee alla trasmissione e contestuali tra di loro, ben potendo i destinatari trovarsi persino a grande distanza gli uni dagli altri, ovvero dall’agente. La dottrina, ritiene, invece, che si tratti di un reato di pericolo, non richiedendosi un effettivo pregiudizio per la reputazione del soggetto passivo.
4. La scriminante dell’esercizio del diritto di cronaca
Secondo la Cassazione, vi è legittimo esercizio del diritto di cronaca soltanto quando vengono rispettate le seguenti condizioni: 1. la verità delle notizie (oggettiva o anche soltanto putativa, purché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca; 2. la continenza, cioè il rispetto dei requisiti minimi di forma che debbono caratterizzare la cronaca ed anche la critica, evitando termini esclusivamente insultanti; 3. la sussistenza di un interesse pubblico all’informazione; 4. l’essenzialità della notizia. Con particolare riguardo al requisito della verità dei fatti, non vi è dubbio che il giornalista non debba solo verificare l’attendibilità della fonte della notizia, ma anche accertare e rispettare la verità sostanziale dei fatti narrati.
Il problema si pone, però, in relazione ai fatti dichiarati da altri, oggettivamente offensivi e riportati dal giornalisti nell’articolo.
La giurisprudenza ha statuito che la condotta di chi pubblichi il testo di un’intervista riportando, anche se alla lettera, dichiarazioni che abbiano oggettivamente contenuto lesivo della reputazione altrui, non è di per sé scriminata dall’esercizio del diritto di cronaca, rimanendo pur sempre a carico dell’autore dell’articolo il dovere di controllare la veridicità delle circostanze e la continenza delle espressioni riferite. Non esistono, inoltre, fonti informative privilegiate ed è dovere del cronista esaminare, controllare e verificare i fatti oggetto della sua narrazione.
Tuttavia, deve ritenersi esclusa l’illiceità penale della condotta se il giornalista, assumendo una posizione imparziale di terzo osservatore, riporti le dichiarazioni offensive pronunciate dall’intervistato nei confronti di altri, quando l’intervista in sé, in relazione alla qualità dei soggetti coinvolti, alla materia della discussione ed al contesto più generale in cui le dichiarazioni siano state rese, presenti profili di interesse pubblico tali da prevalere sulla posizione soggettiva del singolo e da giustificare, conseguentemente, l’esercizio del diritto di cronaca.
L’espressione verità oggettiva della notizia, infatti, può essere intesa sotto un duplice significato: sia come verità del fatto oggetto della notizia, sia come verità della notizia in sé, indipendentemente dalla veridicità del suo contenuto. Occorre, però, che tale dichiarazione costituisca di per se stessa un fatto così rilevante nella vita pubblica che la stampa verrebbe certamente meno al suo compito informativo se lo tacesse.
Va, tuttavia, specificato che, in questo caso, il cronista ovviamente ha il dovere di mettere bene in evidenza che la verità asserita non si estende al contenuto del racconto, nonché di riferirne anche le fonti per le doverose e conseguenti assunzioni di responsabilità.
Il diritto di cronaca, infatti, presuppone la fedeltà dell’informazione, cioè l’esatta rappresentazione del fatto percepito dal cronista, il quale deve curare di rendere inequivoco al destinatario della comunicazione il tipo di percezione, se relativa al contenuto della notizia o alla notizia in sé come fatto storico, ed inoltre se diretta ovvero indiretta, derivandone in tale seconda ipotesi il debito riscontro di fatti, comportamenti e situazioni per attribuire attendibilità alla notizia così percepita e poi divulgata.
In una dettagliata pronuncia della Cassazione, si rinvengono i criteri stringenti che i giornalisti devono rispettare per non incorrere nei rigori della legge: 1. vi può essere un illecito civile anche in assenza di un illecito penale; 2. la verità dei fatti non è rispettata se è mezza verità o verità incompleta e che in tal caso la mezza verità può essere equiparata alla notizia falsa; 3. il giornalista non deve ricorrere ad insinuare attraverso l’uso delle virgolette al fine di far leggere tra le righe una verità non detta del tutto; 4. non bisogna ricorrere ad accostamenti suggestionanti; 5. non bisogna usare insinuazioni con la tecnica di frasi del tipo “non si può escludere che”; 6. è offesa anche il ricorso a toni sproporzionatamente scandalizzati o sdegnati, specie nei titoli.   

In allegato il testo integrale dell'articolo.