Famiglia, relazioni affettive - Separazione, divorzio -  Franco Longo - 20/03/2019

La famiglia che si disgrega: assistenza a genitori e figli e ruolo spesso inadeguato dei servizi sociali

Questo pezzo prende spunto da un provvedimento abbastanza recente del Tribunale di Reggio Emilia (pronuncia del 25 luglio 2018) il quale, con riferimento a una procedura di separazione e affido dei minori, ha estromesso dalla procedura stessa i Servizi sociali che fino a quel momento avevano condotto la loro attività e indagine.
La vicenda è sorta anni fa, nel 2013 e in mezzo vi è stato l’intervento della Corte Europea dei diritti umani sul caso in questione. La problematica riguardava la condotta dei servizi sociali i quali secondo la CEDU, con la propria pronuncia del 17 novembre 2015, a seguito del ricorso del padre, che ha condannato l’Italia per violazione dell’art. 8 della Convenzione, non avevano trattato il caso in modo adeguato e neutrale, avendo la madre chiari rapporti professionali con i servizi sociali in questo caso della provincia di Reggio Emilia.

Il tribunale di Reggio Emilia si è pertanto successivamente adeguato a tale pronuncia della Corte europea dei diritti umani e facendo riferimento, invece, alla consulenza di parte del padre, ha disposto l’affido condiviso con ampio diritto di visita per il padre con il minore, contrariamente a quanto in precedenza determinato dai servizi sociali con la propria relazione, che aveva invece notevolmente limitato gli incontri padre e figlio. È stato così nominato un coordinatore genitoriale, figura che sta prendendo sempre più forma e applicazione nelle procedure in questione.

A tale proposito chi scrive manifesta la propria contrarietà all’ipotesi di introdurre una norma secondo la quale l’assistenza del coordinatore sarebbe obbligatoria in qualsiasi caso di separazione. E ciò, evidentemente, anche con riferimento alle famiglie non fondate sul matrimonio. Va, invece, valutato caso per caso. Vi sono vicende di separazione nelle quali gli aspetti conflittuali sono del tutto assenti.

Tale fattispecie offre lo spunto per esprimere alcune considerazioni sul ruolo e l’adeguatezza dei servizi sociali nelle procedure di separazione e divorzio e, loro malgrado, dei protagonisti di esse, genitori e figli.
Un aspetto va evidenziato, a mio avviso. Tutta la normativa è imperniata sulla tutela dell’interesse del minore, anche dal punto di vista processuale. A quest’ultimo proposito risulta emblematico quello che ormai è un vero e proprio istituto, ovvero l’ascolto del minore. Anche in occasione di esperienze professionali di chi scrive l’ascolto del minore e la considerazione delle sue opinioni e desideri, pur non assumendo carattere probatorio assoluto e determinante, leggendo i provvedimenti dei tribunali sempre più assumono rilevanza importantissima al fine della decisione.
Ma nelle vicende della disgregazione della famiglia, normalmente, tranne casi di separazioni “serene”, i genitori soffrono un tratto di vita doloroso. Gli stessi, come i minori, vanno assistiti e aiutati. E così oltre a rendere meglio affrontabile il delicato momento per i genitori, conseguenza diretta è una migliore tutela dei figli.
Come evidenziato dal tribunale di Reggio Emilia, la sussistenza della conflittualità tra i genitori non deve di per sé escludere modalità di affidamento e visita paritarie. Anzi, esse possono rappresentare un messaggio utile.

I servizi sociali spesso non contribuiscono in modo efficace e utile a ridisegnare ruoli e confini, a tradurre i bisogni delle parti, a mettere nella condizioni di non nuocere chi tende ad amplificare i conflitti, a fare accettare la fase critica e la necessità di preservare sé stessi e i figli, il proprio equilibrio e la possibilità di intravedere comunque un futuro fondato su dinamiche diverse ma positive.

Spesso i giudici prendono automaticamente “per buone” le conclusioni tratte dai servizi sociali. Ma occorre ribaltare questo atteggiamento. Occorre, non dico presumere, ma non escludere che le valutazioni dei servizi sociali non siano state adeguate e fornite da soggetti dotati dalla necessaria competenza e capacità. I danni al minore spesso sono causati da soggetti esterni, come appunto i servizi sociali che con le loro errate valutazioni riguardo i genitori possono determinare appunto pregiudizi ai figli minori e alla loro crescita. Si tratta della cosiddetta privazione genitoriale “etero”.  
I motivi possono essere molti. Inadeguata formazione e preparazione dei soggetti preposti, pregiudizi verso l’uomo, il padre o la donna, la madre, mancanza, quindi, di neutralità; mancanza del necessario distacco emotivo; mancanza di serenità per ragioni varie anche personali della persona preposta a esaminare quel determinato caso. Insomma, come indicato anche dalla CEDU, le questioni vanno affidate ai servizi sociali, ma vanno considerate con più cautela. Soprattutto, come ha affermato l’avvocato             che nel caso trattato dal tribunale di Reggio Emilia ha assistito il padre, va messa da parte la psichiatria e tutte quelle indagini che poggiano su teorie o movimenti psichiatrici, classici o riveduti e corretti o “moderni”. Non è perché due persone si separano che abbiano necessariamente disturbi della personalità o patologie mentali. Si tratta di persone che attraversano una fase delicata e di sofferenza della vita, almeno nella maggior parte dei casi. In tali vicende “teorie e pratiche di matrice psichiatrica inquinano il campo della tutela dei minori” ha affermato Paolo Roat, responsabile nazionale della Onlus tutela dei minori.