Deboli, svantaggiati - Generalità, varie -  Redazione P&D - 16/09/2019

La fragilità dei corpi - Niccolò Nisivoccia

Relazione al convegno Woodstock 2019, Persone in movimento

Io credo che, in un ideale lessico necessario, la parola “fragilità” non potrebbe, non dovrebbe mancare. Cosa intendo per “lessico necessario”? Intendo un bagaglio di parole che ci consentano di orientarci nel mondo, tra il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, il bello e il brutto. Che ci indichino una direzione di senso, che ci lascino intravedere un orizzonte di senso. E naturalmente ognuno avrà il proprio lessico, ognuno sceglierà le proprie parole, proprio perché ognuno di noi è chiamato a cercare una propria direzione, a trovare un proprio orizzonte. Al tempo stesso, nessuno di noi può vivere al di fuori di una relazione con gli altri; e dunque gli orizzonti vanno costruiti insieme, nel confronto, nella condivisione. La mia allora va intesa, mi piacerebbe che venisse intesa come una semplice proposta: che i nostri orizzonti possano comprendere nel loro lessico la parola “fragilità”.
Accanto a “fragilità” metterei parole quali, ad esempio, “fratellanza”, “alterità”, “memoria”, “futuro”, “dubbio”, “pazienza”, “connessione”. Ma la parola “fragilità” mi sembra avere una caratteristica tutta sua, che secondo me la distingue da moltissime altre e che mi sembra consistere in una sua ampiezza semantica che quasi non ha confini. Eugenio Borgna, il grande psichiatra che da anni ci regala libri meravigliosi nei quali la psichiatria è spiegata anche attraverso le parole della letteratura, l’ha definita una parola “arcana, misteriosa, inavvicinabile, inafferrabile”. E direi che la ragione di questa ampiezza e di questa inafferrabilità (dove l’una deriva dall’altra: l’ampiezza dall’inafferrabilità, l’inafferrabilità dall’ampiezza senza confini) consiste nel fatto che la fragilità appartiene alla vita, all’esistenza. Di più: della vita, dell’esistenza, della condizione umana, la fragilità non è un elemento accidentale, eventuale, ma costitutivo. Che lo si voglia o non lo si voglia, che lo si accetti o lo si rifiuti, che se ne sia consapevoli o inconsapevoli, la fragilità è una situazione ineludibile, un’esperienza inevitabile – nel bene come nel male (perché la fragilità è anche una ricchezza, un valore). La fragilità, in ogni caso, non rappresenta un modo di essere al quale scegliamo di conformarci, per un atto di volontà, né una postura da assumere nei confronti delle cose (come potrebbe dirsi del “dubbio” o della “pazienza”, per fare l’esempio di due parole tra quelle che citavo prima); non è un “dover essere”. No: la fragilità è presente nella vita in quanto tale, nell’esistenza di ciascuno di noi, è intrinseca alla vita, le è immanente. E lo è in tutte le manifestazioni, naturali e sociali, che la vita assume. Da qui nasce l’ampiezza semantica della parola: dal suo dotarsi di significati ogni volta diversi nelle infinite aree tematiche nelle quali la vita si realizza e si declina. Psicologia, psichiatria, psicoanalisi, religione, diritto, politica, sociologia, filosofia: non esiste area tematica nella quale la fragilità non abbia o non possa avere una propria ragion d’essere – ad ogni area corrispondendo, o potendo corrispondere, un senso diverso, una sfumatura nuova.
Ma le scienze – tutte le scienze, umane e sociali – altro non sono se non una descrizione della vita, della vita vera, del mondo che abitiamo. Come insegna Foucault, esiste una differenza forte e netta tra le parole e le cose: la verità delle cose non è nelle parole che le indagano e le descrivono ma nella loro superficie, nella loro visibilità, in ciò che rivelano allo sguardo che le fissi. “Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose”, scrive Italo Calvino in “Palomar”, “ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile”. La verità, detto altrimenti, è nei corpi; è nei corpi che la vita si offre nella sua nudità, perché è nei corpi che le cose sono visibili, si rivelano, si materializzano. Della vita, sono i corpi ciò che vediamo. Anche lo psichico, in fondo, se ci pensiamo, è difficilmente distinguibile dal fisico; e l’anima stessa diventa materica quando soffre. La scrittrice coreana Han Kang la equipara al vetro, che si rende visibile solo quando si crepa. Oppure pensiamo agli odori emanati dal corpo, che secondo Umberto Galimberti sono “trasudamenti della coscienza che rimugina rimorsi, rimpianti e rimproveri”. Perfino nel cristianesimo, come ricordava di recente Gianfranco Ravasi, “la risurrezione della carne è centrale”. “Io non ho un corpo”, sottolineava Ravasi, “io sono un corpo”. E da parte mia, infine, proprio al corpo ho dedicato la prima di una lunga serie di frasi, di frammenti in un mio libretto sulla fragilità in tutte le sue possibili declinazioni pubblicato pochi mesi fa. “Ho conosciuto la fragilità”, dice questa frase, “in un corpo rotto, disarticolato, abbandonato. Era un corpo rilasciato su una sedia, senza forze, senza vita, straziato. Noi siamo un corpo, innanzitutto”.
Insomma, la fragilità riguarda tutti e riguarda in primo luogo i nostri corpi; e quindi parlare della fragilità significa, in primo luogo, parlare della fragilità dei corpi, così come proteggere la fragilità, per la stessa ragione, significa in primo luogo proteggere i corpi. I corpi sono fragili per loro natura: basta niente a ferirli, lacerarli, romperli. I corpi marciscono, puzzano, si degradano. I corpi tornano polvere e terra o si trasformano in cenere. Un corpo morto è vita nuda, allo stato puro: o meglio vita che era e non è più. Un corpo senza vita è un corpo esposto, senza più difese; è un corpo indifeso, alla lettera. Ecco: in un orizzonte ideale, uno Stato che riconosca la “fragilità” tra le proprie parole fondative dovrebbe porsi come obiettivo minimo, secondo me, quello della tutela dei corpi, del riconoscimento della loro inviolabilità, della loro sacralità. Dovrebbe riconoscerne la fragilità e fare quanto più possibile per proteggerla contro qualunque forma di attacco, di aggressione, di umiliazione. Del resto, questo era già il nucleo essenziale dell’habeas corpus, sancito dalla Magna Charta nel 1215: il principio dell’intangibilità dei corpi, dal quale deriva sia l’inammissibilità di torture e di trattamenti mortificanti sia un’idea della pena non come “arte di sensazioni insopportabili” ma come “economia di diritti sospesi” (sempre nelle parole di Foucault). E l’intangibilità fisica rappresenta non solo un valore in sé, ma anche la premessa dell’intangibilità psichica: questo appunto era il senso dell’habeas corpus, ed è tutto qui – ancora oggi. La protezione del corpo, in altre parole, è la premessa, il presupposto necessario di qualunque altra protezione dell’umano.
Sembra poco ed è invece tantissimo, perché a ben vedere siamo ancora lontani dall’affermazione sostanziale di questo principio, aldilà dei dati formali (quando almeno esistano). Uno Stato che riconosca come inderogabile il principio dell’inviolabilità dei corpi deve fare quanto più possibile perché questa inderogabilità sia assoluta e non conosca eccezioni. Neppure un’eccezione è tollerabile quando in gioco è la sacralità del corpo; ogni singola eccezione sarebbe ed è sempre uno scandalo, come lo erano agli occhi di Dostoevskij le lacrime anche di un solo bambino, irredimibili e davanti alle quali nessuna armonia superiore potrebbe trovare giustificazione. Ogni eccezione è uno scandalo, Per rimanere in Italia, pensiamo a quanto ancora sono degradanti troppe situazioni carcerarie; pensiamo ai troppi casi, alcuni notissimi altri meno, di corpi offesi dalle stesse Istituzioni – i casi di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi, di Michele Ferrulli, di Marcello Lonzi, di Katiuscia Favero, di Aldo Bianzino, di Giuseppe Uva, di Francesco Mastrogiovanni. Pensiamo alla violenza su donne e bambini; pensiamo anche a certa mercificazione dei corpi. Pensiamo alle forme di contenzione ancora usate in molte strutture ospedaliere. Pensiamo ai corpi dei migranti.
Nessuno Stato potrà mai garantire gli uomini contro il dolore dell’anima. Non possiamo “salvare tutto”, affermava Albert Camus, ma “possiamo quantomeno proporci di salvare i corpi”. Da questo punto di vista, il riconoscimento della fragilità – della fragilità come diritto – ci chiama tutti in causa, perché nessun diritto può dirsi realmente esistente, in una comunità di uomini, se non a condizione che ciascuno se ne faccia personalmente carico, giorno per giorno, gesto per gesto.