Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Redazione P&D - 08/11/2018

La gelosia non integra l’aggravante del “motivo futile” di cui all’art. 61 n. 1 c.p.- Cass. pen., Sez. I, 6 ottobre 2018, n. 49129 – Filippo BARBAGALLO

In una recente pronuncia in materia di tentato omicidio, la Corte di Cassazione ha ritenuto che la gelosia, quale movente del delitto, non può configurarsi nella circostanza aggravante comune di cui all’art. 61 n. 1 c.p. (“l’avere agito per motivi abietti o futili")..

La sentenza trae origine da un processo svoltosi in primo grado dinanzi al Tribunale di Napoli, conclusosi con la condanna dell’imputato per tentato omicidio, aggravato dai motivi futili, oltre che per porto abusivo di armi (coltello).

La ricostruzione del fatto compiuta dal giudice di merito è la seguente: l’imputato e la persona offesa si trovavano presso un bar; tra i due si accendeva una discussione che presto degenerava in uno scontro fisico nel corso del quale, ad un certo punto, l’imputato estraeva un coltello con il quale feriva gravemente la persona offesa. 

Movente del gesto dell’imputato era ravvisabile nella gelosia di costui, motivata dalla presunta relazione amorosa intercorsa tra la sua compagna e la vittima; proprio l’elemento della gelosia era stato ritenuto dal giudice di merito idoneo e sufficiente ad integrare l’aggravante dei futili motivi.

La pronuncia di primo grado veniva successivamente riformata in sede di appello limitatamente alla pena in concreto irrogata, lasciando inalterata la qualificazione giuridica del fatto, anche in punto di aggravanti, di talché l’imputato proponeva ricorso per Cassazione. 

Tra i motivi di gravame sollevati, rileva in questa sede quello attinente alla mancata esclusione dell’aggravante dei futili motivi ex art. 61, n. 1, c.p. Con riferimento a questo punto, invero, la difesa evidenziava come, secondo il prevalente orientamento della giurisprudenza di legittimità, il concetto di “motivo abietto o futile” non può riferirsi ai sentimenti di affetto o di amore propri di ogni essere umano; pertanto, nel caso di specie, l’aggravante in parola doveva essere esclusa.

La Sezione I della Corte di Cassazione, investita della questione, ha ritenuto fondato il ricorso con riferimento al summenzionato motivo, annullando la sentenza senza rinvio.

Preliminarmente all’analisi della motivazione della sentenza, si rende necessario un rapido cenno teorico alla circostanza aggravante oggetto di disamina. Secondo la definizione tradizionalmente accolta in dottrina e giurisprudenza, sarebbe “futile” il motivo assolutamente sproporzionato al fatto commesso, tanto da rappresentare, più che una causa determinante dell’evento, un mero pretesto, un’occasione per l’agente di dare sfogo ad un impulso criminale in lui già esistente. Ad esso, il legislatore affianca il motivo “abietto”, ossia il motivo turpe, ignobile, caratterizzato da un particolare grado di perversità. Comune denominatore alle due categorie è dunque ravvisabile nell’inadeguatezza del movente rispetto alla condotta criminosa, determinata da una causa psichica che, considerata in sé (motivo abietto) o in rapporto al reato commesso (motivo futile), non avrebbe dovuto provocarla.

La Suprema Corte, nella pronuncia in commento, ha citato in proposito una massima tratta da un proprio precedente giurisprudenziale, secondo cui l’aggravante dei futili motivi “sussiste ove la determinazione criminosa sia stata indotta da uno stimolo esterno di tale lievità, banalità e sproporzione, rispetto alla gravità del reato, da apparire, secondo il comune modo di sentire, assolutamente insufficiente a provocare l’azione criminosa e da potersi considerare, più che una causa determinante dell’evento, un mero pretesto per lo sfogo di un impulso violento”. (Cass. pen., sez. V, 16 giugno 2014, n. 41052). 

La sentenza poc’anzi citata riguardava una rissa insorta per questioni di tifo calcistico; in tale contesto, l’aggravante era stata ritenuta sussistente, dacché la passione per una attività sportiva era stata ritenuta inidonea a giustificare possibili manifestazioni di violenza.

Diverso è, tuttavia, il caso oggetto della sentenza in commento: in tale situazione, come già affermato in precedenza, a fondamento del litigio tra le parti processuali vi era stata la gelosia dell’imputato per la propria compagna, della quale la persona offesa era l’amante.

Come altresì anticipato, la Corte d’Appello (e, prima di essa, il Tribunale di primo grado) ravvisava la sussistenza del futile motivo, affermando che l’interesse dell’imputato a salvare la propria relazione con la convivente non poteva giustificare in alcun modo il comportamento dallo stesso tenuto.

La Cassazione, dal canto suo, ha concluso in maniera diametralmente opposta, fondando la propria decisione sulla consolidata giurisprudenza di legittimità a mente della quale non può configurare motivo abietto o futile "la sola manifestazione per quanto parossistica e ingiustificabile di gelosia, che, […] non è espressione di per sé di spirito punitivo nei confronti della vittima […]" (si veda, ex plurimis, Cass. pen., sez. V, 22 settembre 2006, n. 35368).

Mantenendosi nel solco dei propri precedenti, il Giudice di ultima istanza ha dunque ritenuto e ribadito che la mera gelosia, così come non può assurgere a giustificazione per la commissione di qualsivoglia reato, nemmeno può essere posta di per sé sola alla base di un aggravamento di pena; in altri termini, gelosia non equivale necessariamente a futilità del motivo a delinquere.