Giustizia civile - Giusto processo, ragionevole durata -  Redazione P&D - 04/02/2019

La Giustizia lumaca e la legge Pinto - Mariagazia Caruso

La cosiddetta legge Pinto (dal nome del suo estensore Michele Pinto) è la legge numero 89 del 24 marzo 2001 che prevede e disciplina il diritto di richiedere un'equa riparazione per il danno, patrimoniale o non patrimoniale, subito per l'irragionevole durata di un processo in relazione all’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali che riconosce ad ogni persona il diritto a vedere la sua causa esaminata e decisa entro un lasso di tempo ragionevole.
"L’equa riparazione di cui alla L. 24 marzo 2001, n. 89, integra un credito a contenuto indennitario, non risarcitorio, prescinde da atti o contegni illeciti od illegittimi, deriva dall'oggettivo verificarsi d'inosservanza dell'art. 6, par. 1, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, con lesione del diritto della persona alla definizione della causa in un termine ragionevole, in dipendenza dell'inefficienza dell'organizzazione giudiziaria, e, dunque, abbraccia tutte le "violazioni di sistema", ivi incluse quelle riconducibili a scelte legislative che determinino o concorrano a determinare l'eccessivo protrarsi della lite" (Cass. n. 2148 del 2003; Cass. n. 15143 del 2005; Cass. n. 29000 del 2005; Cassazione civile, sez. VI 16/06/2015 n. 12447).
L’art. 2 comma 2 bis (aggiunto dall'articolo 55, comma 1, lettera a), numero 2), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134) prevede che si considera rispettato il termine ragionevole di cui al comma 1 se il processo non eccede la durata di tre anni in primo grado, di due anni in secondo grado, di un anno nel giudizio di legittimità.
Ai fini del computo della durata il processo ordinario di cognizione si considera iniziato con il deposito del ricorso introduttivo del giudizio ovvero con la notificazione dell'atto di citazione; si considera rispettato il termine ragionevole se il procedimento di esecuzione forzata si è concluso in tre anni, e se la procedura concorsuale si è conclusa in sei anni;  il processo penale si considera iniziato con l'assunzione della qualità di imputato, di parte civile o di responsabile civile, ovvero quando l'indagato ha avuto legale conoscenza della chiusura delle indagini preliminari, precisandosi, poi, al successivo comma 2 ter che si considera comunque rispettato il termine ragionevole se il giudizio viene definito in modo irrevocabile in un tempo non superiore a sei anni.
In proposito la Corte Costituzionale, con sentenza 23 luglio 2015, n. 184 (in Gazz. Uff., 29 luglio, n. 30), ha dichiarato l'illegittimità costituzionale della norma, nella parte in cui prevedeva che il processo penale si considera iniziato con l'assunzione della qualità di imputato, ovvero quando l'indagato ha avuto legale conoscenza della chiusura delle indagini preliminari, anzichè quando l'indagato, in seguito a un atto dell'autorità giudiziaria, ha avuto conoscenza del procedimento penale a suo carico. Successivamente la Corte Costituzionale, con sentenza 19 febbraio 2016, n. 36 (in Gazz. Uff., 24 febbraio, n. 8), ha dichiarato l'illegittimità costituzionale del medesimo comma 2 bis nella parte in cui si applica alla durata del processo di primo grado previsto dalla legge 89/2001.
Con l’art. comma 777, lettera a), della Legge 28 dicembre 2015, n. 208 è stato, poi, introdotto l’art. 1 ter il quale prevede che con decorrenza 31 ottobre 2016, per i processi che, a quella data, non avranno ancora raggiunto una durata irragionevole né saranno stati assunti in decisione, la procedura prevista dalla legge Pinto potrà essere attivata, a pena di inammissibilità della domanda, solo dopo aver esperito i cd. "rimedi preventivi" che sono differenti a seconda della tipologia di processo.
Nel processo civile il rimedio preventivo è rappresentato dalla proposizione del giudizio con rito sommario o dalla richiesta di passaggio dal rito ordinario al rito sommario fatta entro l'udienza di trattazione e, in ogni caso, almeno sei mesi prima che siano trascorsi i tre anni del primo grado di giudizio; ove non sia possibile il rito sommario di cognizione, anche in secondo grado, il rimedio preventivo è rappresentato dalla richiesta di decisione a seguito di trattazione orale ai sensi dell'articolo 281-sexies c.p.c. da farsi sei mesi prima che spiri il termine di ragionevole durata del processo e anche se la competenza è quella collegiale del Tribunale.
Nel processo penale il rimedio preventivo è rappresentato da un'istanza di accelerazione da farsi almeno sei mesi prima della scadenza del termine di durata ragionevole.
Nel processo amministrativo il rimedio preventivo è rappresentato da un'istanza di prelievo con la quale segnalare l'urgenza del ricorso.
Nei processi contabili e pensionistici davanti alla Corte dei conti e nei giudizi dinanzi alla Corte di cassazione, infine, il rimedio preventivo è rappresentato da un'istanza di accelerazione presentata, rispettivamente, almeno sei mesi o almeno due mesi prima della scadenza del termine di ragionevole durata.
In merito a tale norma, tuttavia, la Suprema Corte di Cassazione ha sollevato eccezione di costituzionalità:
“7.2 Ed, invero, reputa il Collegio che debbano essere in massima parte condivise ed estese alla vicenda qui in esame le riflessioni che hanno di recente portato questa Corte a sollevare analoga questione di legittimità costituzionale delle previsioni in tema di istanza di prelievo ( cfr. ex multis Cass. n. 28403/2017) nella parte in cui la sua mancata presentazione condiziona l'accoglimento della domanda di equa riparazione.
La Corte EDU, con la sentenza nel caso Daddi c. Italia (n. 15476/09 del 2 giugno 2009), pur dichiarando il ricorso inammissibile per il mancato esperimento del rimedio giurisdizionale interno, aveva però preannunciato che una prassi interpretativa ed applicativa del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, in tema di istanza di prelievo, che avesse avuto per effetto quello di opporsi all'ammissibilità dei ricorsi ex lege Pinto relativi alla durata di un processo amministrativo conclusosi prima del 25 giugno 2008, solo in quanto non fosse stata presentata un'istanza di prelievo, avrebbe potuto essere di natura tale da esonerare i ricorrenti interessati dall'obbligo di esperire il rimedio interno; e che lo stesso sarebbe valso per quanto riguardava i procedimenti ancora pendenti in cui la fissazione d'urgenza dell'udienza fosse stata richiesta solo dopo l'entrata in vigore della disposizione in questione. In questi casi, aveva concluso la Corte di Strasburgo, non si sarebbe potuto escludere che la norma, interpretata dai giudici nazionali nel senso di escludere dalla determinazione della durata soggetta a indennizzo i periodi anteriori al 25 giugno 2008, avrebbe privato sistematicamente alcune categorie di ricorrenti della possibilità di ottenere una riparazione adeguata e sufficiente. Più di recente, con la sentenza emessa nel caso Olivieri c/ Italia del 22.2.2016 (ricorsi nn. 17708/12, 17717/12, 17729/12 e 22994), in una fattispecie relativa a giudizi amministrativi iniziati nel 1990, e per i quali era stata presentata la nuova istanza di fissazione dell'udienza ai sensi della L. n. 205 del 2000, art. 9, comma 2, ma non anche l'istanza di prelievo, il che aveva determinato l'inammissibilità del ricorso per equa riparazione, la Corte EDU ha affrontato in maniera diretta il problema dell'effettività dell'istanza nazionale ex L. n. 89 del 2001 soggetta alla condizione di proponibilità del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2. Ed esaminando diacronicamente tale disposizione, fino al suo ultimo testo scaturito dalle modifiche apportate dal D.Lgs. n. 104 del 2010, ha convertito in critica espressa e consapevole la riserva formulata con la sentenza resa nel caso Daddi. La Corte Europea ha così affermato: a) che nè dal contenuto della norma nè dalla relativa prassi giudiziaria si evince che l'istanza di prelievo possa efficacemente accelerare la decisione in merito alla causa sottoposta all'esame del tribunale; b) che la condizione di ammissibilità di un ricorso "Pinto" previsto dalla L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2 risulta essere una condizione formale che produce l'effetto di ostacolare l'accesso alla procedura interna; c) che l'inammissibilità automatica dei ricorsi per equa riparazione, basata unicamente sul fatto che i ricorrenti non abbiano presentato l'istanza di prelievo, priva questi ultimi della possibilità di ottenere una riparazione adeguata e sufficiente. E, richiamata la propria giurisprudenza sul principio di effettività della tutela giurisdizionale, nel senso che è effettivo il rimedio interno se permette di evitare che si verifichi o si protragga la violazione dedotta o se permette di fornire all'interessato una riparazione adeguata per tutte le violazioni che si siano già verificate, ha concluso nel senso che "la procedura per lamentare la durata eccessiva di un giudizio dinanzi al giudice amministrativo, risultante dalla lettura del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2 in combinato disposto con la Legge Pinto, non possa essere considerata un ricorso effettivo ai sensi dell'art. 13 della Convenzione".
7.3 Ancorchè riferito alla disciplina dell'istanza di prelievo, reputa il Collegio che le considerazioni espresse in ordine alla necessità che il rimedio interno possa essere ritenuto "effettivo" solo se permette di evitare che si verifichi o si protragga la violazione dedotta o se permette di fornire all'interessato una riparazione adeguata per tutte le violazioni che si siano già verificate, si estendano anche all'istanza di accelerazione che qui viene in discussione. Va, infatti, rilevato che l'indirizzo espresso dalla citata sentenza Olivieri c/ Italia, in punto di valutazione dell'effettività del rimedio interno, pur non avendo ricevuto l'avallo della Grand Chambre, può ritenersi ormai adeguatamente consolidato, in quanto costituisce il logico e preannunciato sviluppo del principio già espresso nella sentenza sul caso Daddi; è stato adottato all'unanimità; non presenta alcuna attitudine innovativa rispetto alla tecnica dell'interpretazione convenzionale fin qui seguita. Inoltre, pur concernendo, come detto, una fattispecie diversa da quella in esame nella presente controversia, si connota per la generalità delle affermazioni rese, come idoneo ad orientare l'interpretazione delle diverse norme in tema di rimedi interni, collocandosi coerente nel solco della giurisprudenza di detta Corte Europea sul principio di effettività. 7.4 Con specifico riferimento all'istanza di accelerazione del processo penale di cui all'art. 2 co. 2 quinquies lett. e) della legge n. 89/2001, risulta evidente che la previsione di un siffatto strumento sollecitatorio non sospende né differisce il dovere dello Stato di dare corso al procedimento e, dopo l'esercizio dell'azione penale, al processo, in caso di omesso esercizio dello stesso, né implica il trasferimento sul ricorrente della responsabilità per il superamento del termine ragionevole per la definizione del giudizio, salva restando la valutazione del comportamento della parte al solo fine dell'apprezzamento della entità del lamentato pregiudizio (così, e per tutte, S.U. n. 28507/05). Risulta quindi evidente, in assenza di previsioni da parte del legislatore di strumenti, anche di tipo ordinamentale, che correlino alla proposizione dell'istanza di accelerazione de qua, una differente considerazione della vicenda processuale, al fine di assicurare una tendenziale sollecita definizione, che la previsione normativa in esame si risolva nell'imporre al ricorrente di prenotare gli effetti della riparazione per l'irragionevole durata del processo e peraltro in un momento in cui (dovendo essere presentata nei trenta giorni successivi al superamento del termine di durata ragionevole) il ritardo non ha ancora assunto un'entità tale da legittimare la richiesta indennitaria (tenuto conto di quanto disposto dall'art. 2bis co. 1 della stessa legge n. 89/2001, che prevede che il ritardo per essere indennizzato debba eccedere una frazione dell'anno superiore a sei mesi).
7.5 Se per la giurisprudenza della Corte EDU il rimedio interno deve garantire o la durata ragionevole del giudizio o l'adeguata riparazione della violazione del precetto convenzionale, sicché ogni ostacolo che vi si frapponga rende non effettivo il rimedio stesso, essendo quindi necessario che sia efficacemente sollecitatorio, l'istanza di accelerazione non garantisce alcun effetto siffatto, ma risulta puramente dichiarativa di un interesse altrimenti già presente nel processo ed avente copertura costituzionale. 8. In assenza della possibilità di un'interpretazione convenzionalmente orientata di tale norma che non si traduca nella sua sostanziale e intera disapplicazione, essendo contraddittoria la stessa configurazione dell'istanza di accelerazione quale condizione d'accesso all'istanza indennitaria, anche in relazione all'indennizzo dell'ulteriore ritardo nella definizione del processo, successivo all'entrata in vigore della norma, così come configurata dal legislatore, ne discende la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionalità dell'art. 2 co. 2 quinquies lett. e) della legge n. 89/2001, come introdotto dall'art. 55 co. 1 lett. a) n. 2 del D.L. 22 giugno 2012 n. 83, convertito modificazioni dalla L. 7 agosto 2012 n. 134, per contrasto con l'art. 117 Cost., comma 1, in relazione all'art. 6, par. 1, art. 13 e art. 46, par. 1, della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, nella parte in cui, relativamente ai giudizi penali in cui il termine di durata ragionevole di cui all'art. 2 bis della legge n. 89/2001 sia superato in epoca successiva alla sua entrata in vigore, e per la loro intera durata, subordina la proponibilità della domanda di equa riparazione per l'irragionevole durata dei processi penali alla presentazione dell'istanza di accelerazione” (Cass. Civ. ord. n. 2440/2018).

La domanda di equa riparazione si propone con ricorso nei confronti del Ministro della giustizia quando si tratta di procedimenti del giudice ordinario, del Ministro della difesa quando si tratta di procedimenti del giudice militare; negli altri casi è proposto nei confronti del Ministro dell'economia e delle finanze.
La domanda di equa riparazione si propone, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva (art. 4 legge 89/2001).
Secondo una granitica giurisprudenza di legittimità poiché fra i termini per i quali l'art. 1 della I. n. 742 del 1969 prevede la sospensione nel periodo feriale vanno ricompresi non solo i termini inerenti alle fasi successive all'introduzione del processo, ma anche il termine entro il quale il processo stesso deve essere instaurato, allorché l'azione in giudizio rappresenti, per il titolare del diritto, l'unico rimedio per fare valere il diritto stesso - detta sospensione si applica anche al termine di sei mesi previsto dall'art. 4 della I. n.89 del 2001 per la proposizione della domanda di equa riparazione per violazione del termine ragionevole del processo (Cass. n. 5423 del 2016; cfr. nello stesso senso, ex plurimis Cass. n. 14493 del 2018; Cass. n. 2843 del 2017; Cass. n. 11491 del 2012; Cass. 2153 del 2010; Cass. n. 5895 del 2010). La Suprema Corte ha, altresì sottolineato (in risposta a censure analoghe a quelle opposte nella presente impugnazione) che tale insegnamento ha trovato l'avallo dalla decisione adottata dalle Sezioni Unite - Cass. n 17781/13 - che hanno espressamente confermato la natura processuale del termine di specie (Cass. n. 14493 del 2018, secondo cui «le argomentazioni portate in ricorso non superano l'insegnamento ricordato poiché le novità, apportate alla legge 89/2001 nel 2012 ovvero in tema di termine di decadenza dall'impugnazioni, non attingono la questione sottoposta a questa Corte. La nuova struttura del procedimento, ancorché ispirata da esigenze di accelerazione, non per ciò ha mutato la natura del termine ex art 4 cit. legge, poiché comunque per ottenere il ristoro il privato deve sempre far ricorso al Giudice ancorché con procedura sommaria. Le diverse situazioni fattuali conseguente alla riduzione a sei mesi del termine di decadenza ex art 327 cod. proc. civ. - possibilità o no di godere della sospensione feriale a seconda del momento di deposito della sentenza - non rilevano poiché comunque il termine d'impugnazione, ex art 327 cod. proc. civ., è sospeso se scade in periodo feriale. (cfr. da ult. Cass. Civ. ord. Sez. 2 n. 1643/2019).
La competenza territoriale a decidere sulla domanda di equa riparazione spetta al giudice individuato sulla base degli artt. 11 c.p.p. e 3, comma 1, della l. n. 89 del 2001, e tale criterio trova applicazione anche ove il giudizio presupposto si sia concluso a seguito di cassazione con rinvio; ne consegue che, per l’individuazione, in tal caso, del giudice competente ai sensi dell'art. 3 cit. (nella formulazione anteriore alle modifiche introdotte con la l. n. 208 del 2015), deve farsi riferimento al luogo in cui ha sede il giudice del rinvio dinanzi al quale il giudizio presupposto si è concluso o estinto (in termini Cassazione civile, sez. II 27/10/2017 n. 25606)
Unitamente al ricorso deve essere depositata copia autentica dell’atto di citazione, del ricorso, delle comparse e delle memorie relativi al procedimento nel cui ambito la violazione si assume verificata nonché dei i verbali di causa e dei provvedimenti del giudice e del provvedimento che ha definito il giudizio, ove questo si sia concluso con sentenza od ordinanza irrevocabili.
Il presidente della corte d'appello, o un magistrato della corte a tal fine designato, provvede sulla domanda di equa riparazione con decreto motivato da emettere entro trenta giorni (dilatori) dal deposito del ricorso non potendo essere designato ovviamente il giudice del processo presupposto.
Se accoglie il ricorso, il giudice ingiunge all'amministrazione contro cui è stata proposta la domanda di pagare senza dilazione la somma liquidata a titolo di equa riparazione nonché le spese del procedimento autorizzando in mancanza la provvisoria esecuzione.
Nell'accertare la violazione il giudice valuta la complessità del caso, l'oggetto del procedimento, il comportamento delle parti e del giudice durante il procedimento, nonché quello di ogni altro soggetto chiamato a concorrervi o a contribuire alla sua definizione e nessun indennizzo viene riconosciuto in favore della parte che ha agito o resistito in giudizio consapevole della infondatezza originaria o sopravvenuta delle proprie domande o difese, anche fuori dai casi di cui all' articolo 96 del codice di procedura civile; tale valutazione, risolvendosi in un apprezzamento di fatto, appartiene alla sovranità del giudice di merito e può essere sindacato in sede di legittimità solo per vizi attinenti alla motivazione" (Cass. n. 24399 del 2009; Cassazione civile, sez. VI 16/06/2015 n. 12447).
Sul punto la Suprema Corte ha, però, chiarito: “E' principio consolidato che il diritto all'equa riparazione ex art. 2 della L. n. 89/2001 spetta a tutte le parti del processo, indipendentemente dal fatto che esse siano risultate vittoriose o soccombenti, costituendo l'ansia e la sofferenza per l'eccessiva durata i riflessi psicologici del perdurare dell'incertezza, ad eccezione del caso in cui il soccombente abbia promosso una lite temeraria o abbia artatamente resistito in giudizio; dovendo, di tali situazioni, dare prova l'Amministrazione, non essendo sufficiente la deduzione che la domanda della parte sia stata dichiarata manifestamente infondata (ex plurimis, Cass. n. 18142 del 2016; Cass. n. 18141 del 2016; Cass. n. 17054 del 2016). Le sezioni unite di questa Corte hanno infatti affermato che il Giudice, un volta accertata l'entità della violazione relativa alla ragionevole durata del processo secondo le norme di cui alla L. n. 89/2001, deve ritenere sussistente il danno non patrimoniale, ove non ricorrano circostanze particolari che facciano positivamente escludere che tale danno sia stato subito (Cass. sez. un. n. 1338 del 2004). In particolare, la situazione di abuso del processo non può consistere in sé: a) nella deduzione che la domanda della parte sia stata dichiarata manifestamente infondata (Cass. n. 827 del 2013; Cass. n. 3959 del 2013; Cass. n. 4588 del 2013); b) nella mera infondatezza delle tesi su cui si basa la domanda giudiziale (Cass. n. 856 del 2013; Cass. n. 9505 del 2013; Cass. n. 9506 del 2013; Cass. n. 9507 del 2013); c) nell'asserita consapevolezza da parte dell'istante della scarsa probabilità di successo dell'iniziativa giudiziaria (Cass. n. 35 del 2012; Cass. n. 657 del 2013; Cass. n. 6162 del 2013; Cass. n. 6358 del 2013; Cass. n. 10670 del 2013). Pertanto, la sofferenza morale per l'eccessivo protrarsi del processo non può essere disconosciuta alla parte, per il sol fatto che la sua pretesa sia respinta” (Cass. Ord. Sez. 2 n. 32903/2018).
In relazione alla durata del processo la Suprema Corte ha, altresì, chiarito che ai fini della eventuale ascrivibilità, nell'area della irragionevole durata del processo, dei tempi corrispondenti a rinvii eccedenti il termine ordinatorio di cui all'art. 81 disp. att. c.p.c., la violazione della durata ragionevole non discende, come conseguenza automatica, dall'essere stati disposti rinvii della causa di durata eccedente i quindici giorni ivi previsti, ma dal superamento della durata ragionevole in termini complessivi, in rapporto ai parametri, di ordine generale, fissati dall'art. 2 della legge suddetta. Da tale durata sono detraibili i rinvii richiesti dalle parti solo nei limiti in cui siano imputabili ad intento dilatorio o a negligente inerzia delle stesse, e, in generale, all'abuso del diritto di difesa, restando addebitabili gli altri rinvii alle disfunzioni dell'apparato giudiziario, salvo che ricorrano particolari circostanze, che spetta alla P.A. evidenziare, riconducibili alla fisiologia del processo (Cass. nn. 6868/11, 11307/10 e 24356/06, nonchè, non massimata, n. 19176/15 e  Cass. Civ., sez. VI, 20/01/2015, n. 803).
Mette conto rilevare, peraltro, che la Corte Costituzionale con sentenza n. 88 del 26 aprile 2018 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 4 della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile)  in riferimento agli artt. 3, 111, comma 2, e 117, comma 1, Cost., quest’ultimo in relazione agli artt. 6, paragrafo 1 e 13 Cedu.
L’articolo censurato dalla Consulta era stato così modificato nel 2012 con decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 (Misure urgenti per la crescita del Paese), convertito nella legge 7 agosto 2012, n. 134; la norma in esame prevede[va] che la domanda di riparazione potesse essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva. La Consulta, dunque, ha richiamato una precedente pronuncia, la n. 30 del 2014, nella quale aveva già ravvisato nel differimento dell’esperibilità del rimedio all’esito del giudizio presupposto un pregiudizio alla sua effettività, sollecitando l’intervento del legislatore.
La Corte Costituzionale rinviando, dunque, alla costante giurisprudenza della Corte EDU, ha chiarito in diritto che “la  concreta efficacia accelleratoria di tutti i rimedi preventivi introdotti veniva estremamente pregiudicata nella misura in cui, da un lato, alla luce della loro disciplina processuale, non vincolano il giudice a quanto richiestogli e, dall’altro, per espressa previsione normativa, restano ferme le disposizioni che determinano l’ordine di priorità nella trattazione dei procedimenti.”  In particolare, è stato rilevato che  “i parametri evocati presidiano l’interesse a veder definite in un tempo ragionevole le proprie istanze di giustizia, pertanto, rinviare alla conclusione del procedimento presupposto l’attivazione dello strumento volto a rimediare alla sua lesione, seppur a posteriori e per equivalente, significa inevitabilmente sovvertire la ratio per la quale è concepito, connotando di irragionevolezza la relativa disciplina”.
Costituisce principio ormai consolidato in giurisprudenza, inoltre, quello secondo cui, in tema di equa riparazione per irragionevole durata del processo ai sensi dell'art. 2 della legge. 24 marzo 2001 n. 89, anche per le persone giuridiche il danno non patrimoniale, inteso come danno morale soggettivo correlato a turbamenti di carattere psicologico, è, tenuto conto dell'orientamento in proposito maturato nella giurisprudenza della Corte di Strasburgo, conseguenza normale, ancorché non automatica e necessaria, della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, di cui all'art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia del diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, a causa del disagi e del turbamenti di carattere psicologico che la lesione di tale diritto solitamente provoca alle persone preposte alla gestione dell'ente o ai suoi membri, e ciò non diversamente da quanto avviene per il danno morale da lunghezza eccessiva del processo subito dagli individui persone fisiche; sicché, pur dovendo escludersi la configurabilità di un danno "in re ipsa" (ossia di un danno automaticamente e necessariamente insito nell'accertamento della violazione), una volta accertata e determinata l'entità della violazione relativa alla durata ragionevole del processo, il giudice deve ritenere tale danno esistente, sempre che non risulti la sussistenza, nel caso concreto, di circostanze particolari che facciano positivamente escludere che tale danno sia stato subito dal ricorrente (cfr., fra le tante, Cass. 28-10-2005 n. 21094; Cass. 30-8- 2005 n. 17500; Cass. 29-3-2006 n. 7145; Cass. 2-2-2007 n. 2246; Cass. 1-12-2011 n. 25730; Cass. 4-6-2013 n. 13986; Civile Sent. Sez. 2 Num. 5560 Anno 2015 ).
La Suprema Corte è intervenuta anche in ipotesi di giudizio per equa riparazione che abbia quale presupposto una azione giurisdizionale amministrativa avverso un provvedimento sospeso in via cautelare, evidenziando che tale sospensione, ancorché anticipi tutti gli effetti della sentenza richiesta al giudice amministrativo, è un atto precario e rivedibile, che non incide sul diritto della parte attrice di ottenere la definizione della controversia entro un termine ragionevole, né osta alla configurabilità di un pregiudizio morale, pur se di entità ridotta, dato che il provvedimento cautelare non elimina l'incertezza e la connessa sofferenza per l'attesa della definizione della lite, potendo solo diminuirne l'intensità, in relazione all'aspettativa del conformarsi dell'emananda sentenza alle determinazioni di tipo interinale già adottate dal giudice (Cass. Sez. 2, 30/04/2013, n. 10226). Pertanto, se nel corso di un procedimento innanzi al giudice amministrativo sia stata concessa la misura cautelare della sospensione del provvedimento impugnato, è rimesso al giudice del merito di valutare eventualmente se la parte abbia un prevalente interesse ad una protrazione indefinita di tale stato di sospensione rispetto a quello relativo alla ragionevole durata, non potendo tale accertamento di fatto essere sindacato in sede di legittimità sotto il profilo della violazione di norme di diritto (Cass. Sez. 1, 09/06/2008, n. 15200;e da ult.  Cass. Civile Ord. Sez. 6 Num. 1527 Anno 2019).
In conformità alla previsione di cui all’art. 2 bis il giudice liquida a titolo di equa riparazione, di regola, una somma di denaro non inferiore a euro 400 e non superiore a euro 800 per ciascun anno, o frazione di anno superiore a sei mesi, che eccede il termine ragionevole di durata del processo.
La somma liquidata può essere incrementata fino al 20 per cento per gli anni successivi al terzo e fino al 40 per cento per gli anni successivi al settimo; tale somma può essere diminuita fino al 20 per cento quando le parti del processo presupposto sono più di dieci e fino al 40 per cento quando le parti del processo sono più di cinquanta. La somma può essere diminuita fino a un terzo in caso di integrale rigetto delle richieste della parte ricorrente nel procedimento cui la domanda di equa riparazione si riferisce (art. 2 bis, commi 1 bis e 1 ter).
L’art. 2 bis è stato introdotto dall'articolo 55, comma 1, lettera b), del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, mentre l'articolo 1, comma 777, lettera e), della Legge 28 dicembre 2015, n. 208 ha introdotto i commi 1 bis e 1 ter).
Nei precedenti della Suprema Corte (considerati dalla Sentenza di Cassazione n. 663/2016), antecedenti alla vigenza del citato art. 2-bis, L. n. 89/2001 ut supra, si affermava, viceversa, che la quantificazione del danno non patrimoniale dovesse essere, di regola, non inferiore ad C 750,00 per i primi tre anni di ritardo eccedente il termine di ragionevole durata, e salire per il periodo successivo ad C 1.000,00.
Tale giurisprudenza aveva, comunque, sempre ribadito che la valutazione dell'entità della pretesa patrimoniale azionata (c.d. posta in gioco) potesse giustificare l'eventuale scostamento, in senso sia migliorativo che peggiorativo, dai parametri indennitari fissati dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, non legittimandosi unicamente il riconoscimento di un importo irragionevolmente inferiore a quello risultante dall'applicazione dei predetti criteri, dal momento che solo la liquidazione di un indennizzo poco più che simbolico o comunque manifestamente inadeguato contrasterebbe con l'esigenza, posta a fondamento della legge n. 89 del 2001, di assicurare un serio ristoro al pregiudizio subito dalla parte per effetto della violazione dell'art. 6, par. 1, della Convenzione (Cass. Sez. 2, 24/07/2012, n. 12937; Cass. Ric. 2017 n. 07674 sez. 52 - ud. 18-06-2018 -5- Corte di Cassazione - copia non ufficiale Sez. 1, 24/07/2009, n. 17404; Cass. Sez. 2, 27/10/2014, n. 22772).  (Cass. Civ. Ord. Sez. 2 n. 23582/2018).
Se il ricorso è in tutto o in parte respinto la domanda non può essere riproposta, ma la parte può fare opposizione entro trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento ovvero dalla sua notificazione con ricorso davanti all'ufficio giudiziario al quale appartiene il giudice che ha emesso il decreto.