Cultura, società - Opinioni, ricerche -  Redazione P&D - 01/09/2018

La legalità: un principio di civiltà giuridica e informatore del contesto storico-sociale - Remo Trezza

Tanti sono gli stimoli, gli spunti di riflessione, le opinioni e le argomentazioni profuse, sin dai primordi della conoscenza umana, sul tema della legalità.
La parola “legalità”, come a tutti è noto, deriva dalla parola latina lex (legge), ma non solo. È arrivato il momento, non solo storico, quanto soprattutto culturale, di attribuire alla parola legalità un’altra derivazione etimologica. Legalità come scaturente dal verbo latino lego, as, avi, atum, are, che assurge a significato di mandare, inviare, lasciare per testamento. Cos’è la legalità se non la missione per la quale siamo inviati? Una società che si professa evoluta e civile, presuppone il rispetto pieno, cogente e concreto della legalità, in tutte le sue forme e sfaccettature.
Della legalità se n’è costituito principio di inestimabile portata e valore, soprattutto dopo la Rivoluzione francese del 1789. Sorge in risposta al potere oppressivo dell’Ancien Regime, rigettando la funzione giurisdizionale come concepita nell’idea del tempo. Il magistrato, funzionario del Re, diceva la legge e la legge promanava dal Re. Il rifiuto di questa idea si traduceva nella dottrina di chi credeva che il giudice dovesse essere la “bouche de la loi” e di chi riteneva di ricacciare nell’oblio di costumi medievali la legge dei tribunali. La concezione del giudice come “mero esecutore della legge” è sopravvissuta fino ai giorni nostri. Oggi, il principio di legalità esprime una scelta politica in base alla quale la libertà viene limitata nella misura essenziale per assicurare la pace.
Il compito del diritto, stando alle funzioni ad esso attribuite dai filosofi e dai teorici del diritto, è proprio quello di neutralizzare il conflitto e assicurare quella che Hobbes e tanti altri pensatori e teorizzatori dello Stato moderno di diritto chiamavano “pax socialis”.
La legalità ha, quindi, come fine ultimo quello di indicare diritti e doveri per vivere in maniera civile. Essa si atteggia, dunque, come necessità di una previa norma di legge attributiva del potere.
Un secondo fine, inoltre, è quello secondo cui l’amministrazione e la giurisdizione devono esercitare i loro poteri in conformità dei contenuti prescritti dalla legge. L’amministrazione è tenuta non solo a perseguire i fini determinati dalla legge, ma anche e soprattutto ad operare in conformità alle disposizioni normative stesse. Da qui, infatti, si ricava la differenza tra legalità-indirizzo e legalità-garanzia.
Su un piano squisitamente giuridico, il principio di legalità esprime una scelta garantista e libertaria, che si traduce nella predisposizione delle norme per l’interpretazione e in limitazioni per l’esercizio della stessa. Legalità e interpretazione sono due istituti centrali della teoria del diritto, sui quali sicuramente non ci si potrà intrattenere in questa sede.
Punto nodale della disquisizione è rappresentato dalla contrapposizione, risalente all’epoca medievale, tra legalità e legittimità. Quest’ultima indica non il modo di esercizio del potere, bensì la sua giustificazione etico-politica: un potere viene, dunque, definito legittimo quando si fonda su un titolo considerato giusto.
Oggi si adopera l’espressione “principio di legalità” con riferimento prevalente all’esercizio di un potere in conformità non di un ordinamento giuridico quale che sia, ma di un ordinamento tipico dello Stato di diritto, in cui cioè il potere non solo è conferito dalla legge, ma dalla legge viene disciplinato nei contenuti e nei limiti. In tal modo, dunque, il rispetto del principio di legalità finisce con il fornire una giustificazione etico-politica dello Stato di diritto e, quindi, col conferire legittimità al suo potere.
Emblematica è la distinzione tra legalità in senso lato e legalità in senso stretto. La prima richiede semplicemente che il potere venga attribuito allo Stato per legge e si eserciti in modo non incompatibile con questa. La seconda, invece, impone che tutti gli atti degli organi dello Stato vengano disciplinati esclusivamente dalla legge, con esclusione di qualsiasi altra fonte. Con la separazione dei poteri, il principio di legalità esige osservanza da parte di tutti i poteri dello Stato.
Un’affermazione, ormai datata, ma pienamente in sintonia con i nostri giorni, sottolineava: “Legum servi sumus ut liberi esse possimus”, ovvero “Siamo schiavi della legge per poter essere liberi”. Da questa espressione nasce la teorizzazione del principio di legalità, che ha attecchito già nel pensiero di Hobbes, il quale alludeva ad uno status naturae e ad uno status civitatis. Per poter passare dalla condizione della schiavitù, nella quale gli uomini vivevano, bisognavva cedere una parte di libertà al Sovrano, grazie al quale i diritti sarebbero stati garantiti.
Sulla stessa lunghezza d’onda si trova anche il teorico Ugo Grozio, il quale affermava che l’uomo, per poter uscire dalla sua condizione di “homo homini lupus” o “bellum omnium contra omnes”, doveva stipulare un “pactum subjectionis” con l’Entità Sovrana, la quale gli avrebbe garantito il rispetto dei diritti, ma soprattutto avrebbe dovuto abituarsi a relazionarsi con gli altri uomini attraverso quello che lui denominava “pactum societatis”.
I primi passi verso un concetto unitario di legalità sono stati compiuti anche da altri filosofi del diritto, quali Wolff, Domat, Poithier, Leibniz, i quali hanno cercato di addivenire ad una sintesi giuridica, si osa dire equilibrata e giusta, dei canoni definitori alla base di ogni rapporto giuridico:
1. NEMINEM LAEDERE;
2. SUUM CUIQUE IUS TRIBUERE;
3. PACTA SUNT SERVANDA.
La legalità è scritta tutta in questa sintesi triadica: non arrecare danno ad alcuno, attribuire a ciascuno il proprio diritto (ciò che gli spetta), onorare i patti.
Il principio di legalità, come si sa bene, si articola su più piani, più livelli. Se si volesse affrontare un’analisi dal generale al particolare, allora bisognerebbe soffermarsi sul grado più alto di legalità, ovvero quella costituzionale, con la quale si suole stabilire che tutti gli atti aventi valore o forza di legge nel nostro ordinamento devono essere conformi a Costituzione. Non a caso, nel nostro ordinamento giuridico, così come nella maggior parte degli ordinamenti continentali, esiste il cosiddetto controllo accentrato di legalità costituzionale, che si sostanzia nel “vaglio di legittimità costituzionale” da parte di un’apposita istituzione giurisdizionale, la Corte Costituzionale.
Poi, discorrendo oltre, si può sottolineare il grado della legalità convenzionale/internazionale, derivante dalle organizzazioni internazionali, quali ad esempio l’ONU, la cui Corte Internazionale di Giustizia è deputata a sorvegliare la conformità di un atto o di un comportamento ai trattati o alle convenzioni internazionali.
Si trova, ancora, il grado della legalità comunitaria/europea, la quale esige, per i paesi facenti parte dell’Unione Europea, il rispetto delle sue regole e la cui Corte di Giustizia Europea a questo è sicuramente votata.
La legalità legale, invece, esige il rispetto della legge in senso sostanziale, tanto che la Corte di Cassazione, massimo grado di legittimità nel nostro ordinamento, è chiamata ad essere la custode della legge e della sua applicazione ed interpretazione.
Esiste, infine, una legalità privata, quella che si ricava dall’analisi dell’art. 1322 c.c. (Autonomia contrattuale), che esige che le parti contrattuali rispettino quanto da loro stesse stabilito.
È bene evidenziare come, nel nostro ordinamento giuridico, il principio di legalità è ampiamente dettato nell’art. 25 della Carta Costituzionale e nell’art. 1 del codice penale. Tutti questi richiami, in buona sostanza, si sintetizzano con un lungo brocardo latino: “Nullum crimen, nulla poena, sine previa legi penali”, ovvero “Nessuno può essere punito per un crimine o con una pena che non siano previamente previsti dalla legge, sub specie, penale”. Cos’è questo se non un principio di garanzia?
È giunto il momento, dopo la panoramica tecnico-giuridica del principio di legalità, di capire come esso si atteggia nel vivere quotidiano.
Pietro Grasso, ex Procuratore Nazionale Antimafia, durante un intervento, affermava che: “Cultura della legalità è qualcosa di più della semplice osservanza delle leggi, delle regole; è un sistema di principi, di idee, di comportamenti, che deve tendere alla realizzazione dei valori della persona, della dignità dell’uomo, dei diritti umani, dei principi di libertà, eguaglianza, democrazia, verità, giustizia come metodo di convivenza civile”.
Suggerisce bene l’ex Procuratore, la legalità deve divenire il nostro metodo di vita, deve insinuarsi nelle nostre parole, nei nostri comportamenti, nei nostri atteggiamenti, nelle nostre azioni!
Binomio inscindibile, ancora una volta, affinché la legalità possa divenire metodo di vita, è rappresentato dalla legalità-cultura.
Non esiste cultura fuori della società e delle dinamiche interattive, che caratterizzano l’acquisizione e la trasmissione di conoscenze, di valori, la formazione di idee, di attitudini e di competenze. Da qui il pericolo del disimpegno morale, di frequenti comportamenti antisociali, di mancanza di senso civico. È venuto il tempo di una nuova alleanza, una nuova solidarietà, fatta di coerenti messaggi educativi anche in riferimento alle nuove esigenze derivanti da una globalizzazione culturale che comporta la necessità di convivenza fra dei riferimenti valoriali molto diversi.
La cultura è conditio sine qua non della legalità. Non può esserci legalità senza cultura. Questo perché la cultura precede e prepara, in un certo senso, ciò che la legalità, infine, convalida e sancisce.
Con le parole di Giuseppe Ayala, si può dire che: “La scommessa vera è quella di formare le giovani generazioni alla cultura della legalità, alla cultura attraverso la legalità, alla legalità attraverso la cultura, alla legalità per la cultura, ma soprattutto alla cultura per la legalità”.
Un contributo molto significativo sul concetto di legalità è venuto fuori da numerosi discorsi istituzionali o da molteplici discorsi antichi, ma sempre molto attuali.
Giorgio Napolitano, durante il discorso di inaugurazione dell’anno scolastico 2012/2013 a Roma, si soffermò sul concetto di legalità, affermando: “La legalità si deve praticare a tutti i livelli e, dunque, anche nel nostro piccolo mondo quotidiano. Nella vita scolastica legalità vuol dire rispetto per le regole, rispetto dei compagni, specie di quelli più deboli, e, soprattutto, rispetto degli insegnanti. A ciò si aggiunga un altro fondamentale valore: quello della solidarietà, la capacità di stare al fianco di chi ha maggiori difficoltà”.
Parole molto profonde che, sicuramente, lasciano discutere di quanto la nostra Costituzione sia di inestimabile portata valoriale e fortemente eticizzata ed eticizzante, soprattutto quando, all’art. 2, la cosiddetta clausola di eternità, afferma che ciascuno è tenuto al rispetto del principio di solidarietà sociale, politica ed economica.
Purtroppo, ai nostri giorni, ma già da molto tempo, la legalità è minata da un cancro sociale e culturale ben definito: la mafia.
“Parlatene, parlatene, parlatene”: è stato uno degli ultimi appelli di Paolo Borsellino, rivolto ai giovani e soprattutto ai giornalisti, all’opinione pubblica. Parlare di mafia e mafie, far capire la loro pericolosità e consistenza, mettere in luce, con inchieste puntuali e periodiche, gli affari di quelle criminalità organizzate che si insinuano con la violenza nell’economia reale del Paese, alterando il mercato e la concorrenza con un giro di affari che, secondo la Commissione Antimafia del Parlamento, si aggira sui 150 miliardi di euro l’anno.
Da queste parole, sicuramente, si denota quanto la mafia sia un meccanismo di alterazione del principio di legalità nel nostro ordinamento tour court considerato.
Oggi giorno si vive con la preoccupazione delle conseguenze che un tale modello culturale, ovvero quello del malcostume fondato su di un’illegalità che ormai è insediata nelle piaghe della vita sociale, può avere sui giovani. Capita di dialogare con alcuni nostri coetanei, nelle scuole, nelle associazioni, negli incontri pubblici, e quando il discorso tocca la questione della legalità e del rispetto delle regole, si vede in alcuni di loro una tendenza alla giustificazione. Per fortuna, nella maggior parte, c’è un senso di ribellione positiva, una voglia di non conformarsi che va intercettata e trasformata in impegno. Non bisogna che la legalità venga solo predicata: va soprattutto praticata!
Don Pino Puglisi, grande sostenitore della legalità in tutte le sue forme e sostanze, in un proprio discorso stigmatizzava: “È importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell’uomo per soldi. Non ci si fermi ai cortei, alle denunce, alle proteste. Tutte queste iniziative hanno valore, ma, se ci si ferma a questo livello, sono soltanto parole. E le parole devono essere confermate dai fatti”.
Per demolire la mafia e far primeggiare la legalità bisogna essere res activae civitatis, ovvero cittadini attivi, capaci di tradurre in fatti la lotta contro i malesseri sociali e culturali, che minano, prima ancora che il mercato e l’economia nazionale, la dignità della persona.
La legalità è strettamente connessa alla dignità!
Solo una partecipazione attiva e appassionata alla vita politica può cambiare il Paese e restituire il futuro agli italiani, purché lo Stato torni ad essere amico ed a fianco di chi si impegna doverosamente e con spirito di determinazione nella società.
Se si vuole essere antimafiosi, tanto per spendere le bellissime parole di Nando Dalla Chiesa, bisogna farsi portatori dei valori umani e sociali fondanti la società civile ed essere rispettosi del seguente decalogo:
1.  Formarsi sulla mafia;
2.  Informarsi;
3.  Coltivare sensibilità civile;
4.  Diffondere l’informazione;
5.  Organizzare e partecipare alle campagne d’opinione e denuncia;
6.  Consumare in modo consapevole;
7.  Controllare la legalità;
8.  Usare al meglio il proprio voto;
9.  Appoggiare chi lotta;
10. Non agire mai da soli.
Regole, semplici, ma allo stesso tempo molto ardue da rispettare nella coscienza interna e nella proiezione esterna del vivere.
In conclusione, sembra opportuno riprendere le parole del filosofo-politico Platone, il quale nelle Leggi, raccolta di dialoghi politici, ammoniva con queste parole: “Dove la legge è sottomessa ai governanti ed è priva di autorità io vedo pronta la rovina della città, dove invece la legge è signora dei governanti e i governanti sono suoi schiavi io vedo la salvezza della città e accumularsi su di essa tutti i beni che gli dei sogliono elargire alla città”.
Alla fine, per il binomio legalità-mafia, è sempre attuale, l’interrogativo che si poneva Giovenale nella sua VI Satira: “Quis custodiet ipsos custodes?”
Conviene formare una coscienza nazionale proiettata al rispetto della legalità, della democrazia, dei diritti della persona umana, dei valori fondanti l’ordinamento giuridico, affinché si possa formulare una risposta concreta.
A noi tutti spetta il sacrosanto dovere di divenire Custodi della legge!
Per riprendere l’etimologia iniziale, a noi tutti spetta, inoltre, lasciare il testamento più bello ai nostri posteri: la cultura per la legalità, ma soprattutto la cultura della legalità!