Persona, diritti personalità - Generalità, varie -  Sabrina Peron - 13/10/2017

La libertà di manifestazione del pensiero nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: brevi cenni

1.- La Convenzione Europe dei Diritti dell’Uomo: brevi cenni

La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, firmata a Roma il 4 novembre 1950 dagli stati membri del Consiglio d’Europa, è una Convenzione di garanzia collettiva dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che va oltre la semplice reciprocità tra gli Stati contraenti, creando obbligazioni oggettive dirette a proteggere i diritti fondamentali degli individui contro le violazioni degli Stati firmatari della Convenzione stessa.

Dato che la costruzione ed il mantenimento di società più giuste, libere e democratiche, si fonda sul rispetto dei diritti fondamentali, la Convenzione si apre con l’enunciazione di una serie di diritti, libertà e divieti.  

Quanto ai diritti, la Convenzione tutela: il diritto alla vita (art. 1: «il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge»); il diritto alla libertà ed alla sicurezza (art. 5: «ogni persona ha diritto alla libertà e alla sicurezza»); il diritto ad un equo processo (art. 6: «ogni persona ha diritto a che la sua  causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale»); il diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8: «ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza»). 

Quanto alle libertà, vengono sancite: la libertà di pensiero, di coscienza e di religione (art. 9: «ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione»); la libertà di espressione (art. 10: «ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera»); la libertà di riunione e di associazione (art. 11: «ogni persona ha diritto alla libertà di riunione pacifica e alla libertà d’associazione ivi compreso il diritto di partecipare alla costituzione di sindacati e di aderire ad essi per la difesa dei propri interessi»).

Infine, sono previsti una serie di divieti parimenti importanti, quali: la proibizione della tortura (art. 3: «nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti»); la proibizione della schiavitù e del lavoro forzato (art. 4: «nessuno può essere tenuto in condizioni di schiavitù o di servitù. Nessuno può essere costretto a compiere un lavoro forzato o obbligatorio»); il divieto di nulla poena sine lege (art. 7: «nessuno può essere condannato per un’azione o una omissione che, al momento in cui è stata commessa, non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale»); il divieto di discriminazione ed il divieto dell’abuso di diritto (rispettivamente contemplati agli artt. 13 e 17 della Convenzione).

La Convenzione si fonda su un sistema di ricorsi, volti ad assicurare, con il controllo da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (con sede a Strasburgo), che vengano rispettati i principi fissati dalla Convenzione stessa. 

Brevemente, il ricorso alla Corte europea si articola in due fasi. Nella prima fase, viene adita la Commissione europea dei diritti dell’uomo da parte degli Stati contraenti oppure dai singoli individui. Se il ricorso viene considerato ammissibile, la Commissione procede all’esame della questione e redige, poi, un rapporto. Conclusa questa fase preliminare, si passa alla trattazione del ricorso avanti alla Corte, che si conclude con la sentenza definitiva. Nel caso in cui la Corte constati l’avvenuta violazione di una o più norme della Convenzione, lo Stato responsabile dovrà porre rimedio al danno causato al ricorrente conformandosi alle decisioni della Corte. 

Si noti che la giurisprudenza della Corte si basa sul sistema dello stare decisis, ossia sul precedente vincolante: un «precedente giurisprudenziale viene raramente superato dalla corte. E quando ciò avviene, è attraverso meccanismi procedurali molto rigorosi, al fine di rendere la corte pienamente consapevole del mutamento del proprio orientamento».

In ogni caso la Corte - nel valutare l’avvenuta violazione delle norme della Convenzione – si conforma al principio che in una società democratica, l’interferenza o la misura restrittiva del diritto garantito dalla Convenzione, può ammettersi solo per quanto sia strettamente necessario al raggiungimento di fini socialmente rilevanti. 

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2.- L’art. 10 della Convenzione: linee essenziali 

Come sopra accennato, la libertà di espressione è tutelata dall’art. 10 della Convenzione, ed è considerata la pietra angolare di ogni democrazia. Per tale ragione, con riguardo all’applicazione di tale norma – stante il già citato ruolo di watch-dog svolto dall’informazione - la Corte EDU, tendenzialmente interpreta restrittivamente qualsiasi tipo di limitazione a tale libertà da parte degli Stati contraenti. 

Ne segue che, eventuali interferenze da parte di uno Stato sono considerate ammissibili solo a due condizioni.

 Anzitutto quando, in una società democratica, appare indispensabile tutelare un “bisogno sociale imperativo”. In tale ultimo concetto rientrano: la sicurezza nazionale o quella pubblica; la prevenzione dei delitti; la protezione della salute e della morale, della reputazione o dei diritti altrui; la necessità di impedire la diffusione di informazioni riservate; la necessità di garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario

In secondo luogo, quando tali interferenze, appaiono: a) proporzionate allo scopo legittimo perseguito ai sensi del secondo comma dell'articolo 10; b) giustificate da decisioni giudiziarie che offrono motivazioni pertinenti e sufficienti

Ciò posto, vediamo che l’art. 10 della Convenzione, sancisce il principio che «ogni persona ha diritto alla libertà di espressione» e, in quest’ambito, riconosce il correlativo diritto di ricevere informazioni e/o idee, senza ingerenza alcuna da parte delle competenti autorità di uno stato.  

Con riguardo alla dizione ogni persona, in via preliminare, va osservato che essa implica l’applicazione delle guarentigie di cui all’art. 10, non solo a favore dei giornalisti.

Va, inoltre, considerato che l’art. 10 mira a garantire anche il pluralismo e l’indipendenza dell’informazione, e per tale ragione la Corte ha vietato agli Stati contraenti di «impedire che chiunque possa ricevere informazioni che altri desiderano o possono consentire di fornirgli», precisando, tuttavia, che il citato art. 10, non può intendersi nel senso che «detta libertà imponga ad uno Stato delle obbligazioni di raccolta e diffusione, motu proprio, di informazioni»

A ciò si aggiunga che detta norma «non distingue tra le diverse forme di espressione individuale», essa, pertanto, tutela anche la «libertà di espressione artistica», nonché «le informazioni a carattere commerciale, o ancora la musica leggera o i messaggi pubblicitari»

La Corte EDU, inoltre, interpreta l’art. 10 come norma che impone l’obbligo positivo per gli Stati di creare un quadro normativo adeguato a garantire la pluralità e l'effettiva tutela della libertà di espressione dei giornalisti, su tutti i mass-media, internet compreso. Ad avviso della Corte EDU, difatti, quando ad un gruppo economico o politico si permette di ottenere una posizione di dominio e di controllo sulle emittenti radiotelevisive limitandone la libertà editoriale, si «compromette quello che dovrebbe essere il ruolo fondamentale della libertà di espressione all'interno di una società democratica» e, a maggior ragione, vale se la «posizione dominante viene detenuta da un sistema radiotelevisivo statale o pubblico». Inoltre, lo «Stato, al fine di garantire un effettivo e genuino esercizio della libertà di espressione, non può limitarsi a non interferire, ma deve adottare tutte le misure positive di tutela a sua disposizione», perché il suo ruolo, a riguardo, «deve essere quello di garante ultimo del pluralismo». In applicazione a tali principi, ad esempio, la Corte ha valutato come interferenza indebita da parte della pubblica autorità il provvedimento giudiziario disposto dalla Turchia con il quale per più di due anni era stato disposto il blocco all’accesso via internet al sito di YouTube, a causa della presenza di alcuni video ritenuti offensivi della memoria al “padre della patria Atatürk.

Ciò significa che gli Stati, nel rispettare l’obbligo di proteggere adeguatamente la reputazione degli individui, devono evitare di adottare misure che possano dissuadere i media dallo svolgere il loro ruolo di allerta dell’opinione pubblica. 

In particolare, quando vengono diffuse informazioni riservate, vanno valutati: gli interessi in gioco; il controllo esercitato dai giudici nazionali; il comportamento del giornalista; e last but not least, la proporzionalità della sanzione comminata. 

Con riguardo a quest’ultimo aspetto, la Corte ritiene che una pena detentiva inflitta ai giornalisti sia compatibile con la libertà di espressione garantita dall’art. 10, soltanto in circostanze eccezionali, soprattutto quando sono stati gravemente violati altri diritti fondamentali. In quest’ambito, ad esempio, si segnala la condanna dell’Italia, che aveva applicato ad un giornalista la pena detentiva: secondo la Corte in questi casi la pena detentiva è compatibile col dettato dell’art. 10, «solo in circostanze eccezionali, in particolare quando siano stati gravemente violati altri diritti fondamentali». Infatti, gli Stati contraenti pur dovendo «in forza degli obblighi positivi imposti dall’art. 8 della Convenzione, regolamentare l’esercizio della libertà di espressione in maniera tale da assicurare una protezione adeguata per mezzo della legge della reputazione degli individui», devono però evitare, di «adottare misure idonee a dissuadere i mezzi di informazione dall’adempiere al proprio ruolo di allerta della società in caso di abusi manifesti o supposti del potere pubblico». Il rischio che si corre, altrimenti, è quello che i «giornalisti investigativi siano reticenti ad esprimersi su questioni di interesse generale ove corrano il pericolo di essere condannati alla pena detentiva oppure all’interdizione dall’esercizio della professione». Per le medesime ragioni, anche l’applicazione della sola sanzione pecuniaria (sia pure di modesta entità) potrebbe avere effetti deterrenti per il giornalista, anche per la loro persistenza nella fedina penale, ostacolandone il futuro professionale. 

Inoltre, la pubblicazione di atti e di intercettazioni telefoniche contenute in un fascicolo processuale coperto da segreto istruttorio non può essere automaticamente considerata illecita: spetta allo «Stato individuare, e provare, in che modo la pubblicazione da parte di un giornalista di atti riservati, lede il diritto al processo equo e alla presunzione di innocenza di un individuo citato in un articolo». Parimenti, punire un giornalista per aver pubblicato dichiarazioni di terzi rese nel corso di un’intervista, potrebbe gravemente ostacolare il contributo dato dalla stampa alla discussione su questioni di pubblico interesse. In particolare, la circostanza che un membro di una organizzazione illegale conceda interviste o dichiarazioni, contenenti anche aspre critiche al governo legittimo non può, di per sé, giustificare un'interferenza con il diritto alla libertà di espressione. Anche perché, al fine di determinare se il testo nel suo complesso possa considerarsi quale incitamento alla violenza, è necessario soffermarsi sulle singole parole usate ed analizzare il contesto nel quale la pubblicazione si inserisce : nel bilanciare gli interessi in gioco «le autorità nazionali devono garantire adeguatamente il diritto del pubblico ad essere informato magari in maniera non convenzionale rispetto al solito e di poter conoscere effettivamente anche il punto di vista di una delle parti in conflitto, per quanto spiacevole esso possa essere». In tal modo, la Corte ha ribadito il ruolo essenziale giocato dall’informazione nell’ambito delle società democratiche, precisando che, oltre alla sostanza delle idee e delle informazioni espresse, l'articolo 10, tutela anche le modalità e le forme con le quali le informazioni vengono comunicate e diffuse.

Secondo la Corte, infine, anche le «libertà di riunione e di associazione (ex art. 11 Cedu) malgrado la loro autonomia e specifica sfera d'azione, devono essere interpretate alla luce della libertà di espressione (ex art. 10 Cedu)», rappresentando quest’ultima «uno degli oggetti della libertà di riunione e di associazione. Ciò vale, ancor più, per i partiti politici per il ruolo essenziale da essi svolto per il mantenimento del pluralismo ed il buon funzionamento della democrazia».

 Si pubblica in allegato il testo dell'articolo completo di note.