Famiglia, relazioni affettive - Famiglia, relazioni affettive -  Valeria Cianciolo - 30/05/2018

La partecipazione all’atto del coniuge non acquirente. Nota a Cass. civile, sez. II, sentenza 14 maggio 2018, n. 11668.

La sentenza in commento. La Seconda Sezione civile della Suprema Corte, in tema di azione di scioglimento della comunione legale avente ad oggetto un immobile acquistato da uno dei coniugi in costanza di matrimonio, ha affermato che: “In caso di comunione legale tra i coniugi, il bene acquistato dai coniugi, insieme o separatamente, durante il matrimonio, costituisce, in via automatica, ai sensi dell'art. 177 c.c., comma 1, lett. a), oggetto della comunione tra loro e diventa, quindi, in via diretta, bene comune ai due coniugi, anche se destinato a bisogni estranei a quelli della famiglia ed il corrispettivo sia pagato, in via esclusiva o prevalente, con i proventi dell'attività separata di uno dei coniugi, a meno che non si tratta del denaro ricavato dall'alienazione di beni personali (e sempre che, in quest'ultimo caso, l'acquirente dichiari espressamente la provenienza del denaro: art. 179 c.c., lett. f) ovvero si tratta di un bene di uso strettamente personale di ciascun coniuge (art. 179 c.c., lett. c) ovvero che serve all'esercizio della professione del coniuge (art. 179 c.c., lett. d), ed, in caso di acquisto di beni immobili (o di beni mobili registrati), tale esclusione risulti dall'atto di acquisto ed il coniuge non acquirente partecipi alla relativa stipulazione (art. 179 c.c., comma 2, con espresso riferimento ai casi previsti dall'art. 179, lett. c, d, f cit.). La dichiarazione resa nell'atto dal coniuge non acquirente, ai sensi dell'art. 179 c.c., comma 2, in ordine alla natura personale del bene, si pone, peraltro, come condizione necessaria ma non sufficiente per l'esclusione del bene dalla comunione, occorrendo a tal fine non solo il concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene, richiesto esclusivamente in funzione della necessaria documentazione di tale natura, ma anche l'effettiva sussistenza di una delle cause di esclusione dalla comunione tassativamente indicate dall'art. 179 c.c., comma 1, lett. c), d) ed f), (Cass. SU n. 22755 del 2009; Cass. n. 1523 del 2012).”

I precedenti. Nella decisione in commento, vengono citati due antecedenti, sul punto, resi dalla medesima Corte di Cassazione:

Cass. Civ., Sezioni Unite,  28 ottobre 2009, n. 22755.

L’intervento del coniuge non acquirente nell’atto di acquisto di beni immobili, ovvero mobili registrati, che rappresenta una condizione necessaria ai sensi dell’articolo 179, comma II, c.c., per impedire la caduta in comunione legale del bene acquistato, non preclude al medesimo di avanzare domanda di accertamento della comunione legale sul bene acquistato come personale dall’altro coniuge. Qualora, infatti, l’intervento del coniuge non acquirente assunse il significato di riconoscimento dei presupposti di fatto dell’esclusione (lettere c), d) ed f) dell’articolo 179, comma I, c.c.), tale azione presupporrà la revoca di quella confessione stragiudiziale, nei limiti dell’articolo 2732 c.c. Qualora, al contrario, l’intervento assunse il significato di mera manifestazione dei comuni intenti dei coniugi in merito alla destinazione del bene, occorrerà accertare quale destinazione il bene ebbe veramente, a prescindere da ogni indagine sulla sincerità degli intenti in tal modo manifestati.

Cass. Civ., Sez. I, 2 febbraio 2012, n. 1523

La dichiarazione del coniuge non acquirente, partecipe all'atto di compravendita, si atteggia diversamente a seconda che la personalità del bene dipenda dal pagamento del prezzo con i proventi del trasferimento di beni personali o alternativamente dalla destinazione del bene all'esercizio della professione dell'acquirente: solo nel primo caso la dichiarazione del coniuge non acquirente assume natura ricognitiva della natura personale e portata confessoria dei presupposti di fatto già esistenti; laddove nel secondo -pertinente nel caso di specie- esprime la mera condivisione dell'intento altrui.

 

La disciplina della comunione legale dei beni nel sistema codicistico

Nel sistema degli acquisti del regime patrimoniale della famiglia[1] si contraddistinguono tre distinte masse di beni[2], riconducibili alle norme di cui agli articoli 177, 178 e 179 c.c. e precisamente:

  1. quella della c.d. comunione immediata: costituiscono oggetto della comunione gli acquisti compiuti dai due coniugi insieme o separatamente durante il matrimonio (art. 177, lett. a), c.c.) e le aziende gestite da entrambi i coniugi costituite dopo il matrimonio (art. 177, lett. d), c.c.);
  2. quella della c.d. communio de residuo: si tratta di una comunione eventuale e differita, subordinata alla circostanza che al suo scioglimento i beni sussistano ancora. Costituiscono oggetto della comunione legale, se sussistono al momento dello scioglimento di questa, i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati, (art. 177, lett. b), c.c.); i proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi, che non siano stati consumati (art. 177, lett. c), c.c.) ed i beni destinati all’esercizio dell’impresa di uno dei coniugi costituita dopo il matrimonio e gestita da entrambi, nonché gli incrementi dell’impresa costituita anche prima del matrimonio, ma gestita da entrambi (art. 178 c.c.);
  3. quella dei beni personali: sono esclusi dalla comunione legale i beni elencati tassativamente nell’art. 179 c.c.

 

Cosa dice l’art. 179 c.c.

L’art. 179 c.c. è una norma poco chiara e di problematica interpretazione. L’acquisto, compiuto da uno dei coniugi, di beni immobili o di beni mobili iscritti in pubblici registri (art. 2683 c.c.) è escluso dalla comunione legale ai sensi delle lett. c, d ed f dell’art. 179 c.c. quando tale esclusione “risulti dall’atto di acquisto se di esso sia stato parte anche l’altro coniuge”. Così recita il capoverso dell’art. 179 c.c.

Le maggiori difficoltà di ordine esegetico nascono dall’inciso finale della disposizione dove, ad un primo sguardo, il dato letterale parrebbe suggerire una soluzione volta a limitare l’operatività della norma ai soli casi in cui entrambi i coniugi procedano in modo congiunto all’acquisto del bene. In tale prospettiva la norma avrebbe l’unica funzione di chiarire se l’acquisto sia destinato a cadere nella comunione legale o ad essere assoggettato alle regole dettate per la comunione ordinaria. Secondo una tesi, adottata dalla maggior parte degli interpreti, il “se” contenuto nella disposizione equivarrebbe ad un “purché” (o “sempre che”), così da comprendere tra le condizioni necessarie al perfezionamento dell’acquisto personale sia la dichiarazione del coniuge acquirente che la partecipazione dell’altro coniuge all’atto di acquisto[3].

La giurisprudenza ha aderito alla tesi maggioritaria della dottrina, anche se non mancano decisioni di segno contrario[4]. Considerare la partecipazione del coniuge non acquirente quale requisito indispensabile per il perfezionamento di un acquisto personale di beni immobili o mobili registrati, equivale ad attribuire al coniuge escluso dall’acquisto, un autentico potere di veto: il suo semplice rifiuto di presenziare all’atto comporta l’impossibilità per l’altro coniuge di portare a compimento l’acquisto. La dottrina ha prospettato un’altra strada, ossia, l’accertamento del carattere personale del bene, sulla base della sussistenza dei requisiti oggettivi di cui alle lett. c, d ed f dell’art. 179 c.c. e dell’illegittimità del rifiuto del coniuge non acquirente

Dalla stessa lettera dell’art. 179 comma 2 c.c. risulta peraltro che l’intervento adesivo del coniuge non acquirente, non è di per sé sufficiente a escludere dalla comunione il bene che non sia effettivamente personale. La norma prevede infatti che i beni acquistati risultano esclusi dalla comunione “ai sensi delle lettere c), d) ed f) del precedente comma, quando tale esclusione risulti dall’atto di acquisto se di esso sia stato parte anche l’altro coniuge”. Sicché dall’atto deve risultare alcuna delle cause di esclusione della comunione tassativamente indicate nel primo comma dello stesso art. 179 c.c.; e l’effetto limitativo della comunione si produce solo “ai sensi delle lettere c), d) ed f) del precedente comma”, vale a dire solo se i beni sono effettivamente personali.

Escluso, quindi, che il coniuge non agente possa essere chiamato a prestare un vero e proprio consenso all’estromissione del cespite dal patrimonio comune, non resta che attribuire – come hanno ritenuto le sezioni unite nel 1990 – una natura non negoziale a tale partecipazione, la quale quindi, rappresenta una dichiarazione di scienza a carattere ricognitivo od, al più, confessorio.

In quest’ultimo caso, maggiore sarebbe la rilevanza probatoria e processuale della medesima in quanto la confessione sarebbe revocabile unicamente nei limiti in cui ciò è ammesso dall’art. 2732 cod. civ. Stante tale approdo interpretativo, la Corte di cassazione ne ha tratto due importanti corollari: in primo luogo, la partecipazione del coniuge non agente non può essere considerata condizione sufficiente a determinare l’esclusione dalla comunione del bene acquistato, in ragione del carattere non negoziale dell’intervento, il quale si limita a dare testimonianza della presenza di fatti giuridici indipendenti dal volere dei coniugi (i cc.dd. requisiti oggettivi della fattispecie); secondariamente, la dichiarazione adesiva concorre, assieme alla natura effettivamente personale del bene, a determinare paritariamente il mancato co-acquisto del cespite a favore degli sposi. Ad opinione delle sezioni unite, dunque, la partecipazione dell’altro coniuge configura un elemento costitutivo della fattispecie, rappresentando una condizione necessaria, ma non sufficiente a determinare un acquisto personale.

La sentenza in commento si allinea dunque, al filone giurisprudenziale inaugurato nel 1990.

[1] F. Santosuosso Il regime patrimoniale della famiglia, Torino, 1983; P. Schlesinger, Artt. 177 - 183, in Commentario al diritto italiano della famiglia, a cura di G. Cian, G. Oppo, A. Trabucchi, Padova, 1992; ; F. Corsi, Il regime patrimoniale della famiglia, I, I rapporti patrimoniali tra coniugi in generale, La comunione legale, in Trattato di diritto civile e commerciale, già diretto da A. Cicu e F. Messineo e continuato da L. Mengoni, IV, I, 1, Milano, 1979; V. De Paola, A. Macrì, Il nuovo regime patrimoniale della famiglia, Milano, 1991

[2] F. Corsi, Il regime patrimoniale della famiglia, I, I rapporti patrimoniali tra coniugi in generale, La comunione legale, cit., 84 ss.

[3] Radice, I beni personali, in Il regime patrimoniale della famiglia, ne Il diritto di famiglia nel Trattato diretto da Bonilini e Cattaneo, vol. II, Torino, 1997, 155 ss..

[4] Per l’affermazione della necessità della partecipazione di entrambi i coniugi all’atto di acquisto ex art, 179, 2° co., c.c., v. Cass., 24 settembre 2004, n. 19250, cit.; Cass., 6 marzo 2008, n. 6120, cit.; e, in particolare, Cass., sez. un., 28 ottobre 2009, n. 22755, (vedi box), secondo cui l’intervento adesivo del coniuge non acquirente è condizione necessaria dell’esclusione dalla comunione legale del bene acquistato dall’altro coniuge: «l’art. 179 comma 2 c.c. prevede infatti che l’esclusione della comunione ai sensi dell’art. 179 comma 1 lett. c) d) ed f) c.c. si abbia solo se la natura personale del bene sia dichiarata dall’acquirente con l’adesione dell’altro coniuge».