Famiglia, relazioni affettive - Affidamento dei figli naturali -  Adriano Marcello Mazzola - 28/07/2018

La Pas esiste e distrugge il rapporto bi-genitoriale! - TDM Brescia 26.7.2018

I giudici del Tribunale per i Minorenni di Brescia hanno finalmente definito, dopo quasi 3 anni, una grave situazione in cui diritti fondamentali (bigenitoriali e genitoriali) sono stati lesi, certificando l’esistenza di “una situazione di quelle che vengono ricondotte alla cosiddetta “sindrome da alienazione parentale” (pag. 12) atteso che la minore “viveva in una condizione di disagio significativo riconducibile alla perdita del legame affettivo con la madre e fosse impossibilitata ad esprimere in modo autentico i propri bisogni ed inclinazioni”. Nella specie il collegio bresciano ha deciso che la minore, - a fronte dell’alienazione della madre, avvenuta in modo subdolo amplificandosi a dismisura contrasti che normalmente avvengono nell’ambito di un rapporto genitore/figlio -, seguendo le indicazioni della Ctu, sarà allontanata “con urgenza (…) dal contesto paterno e ciò allo scopo di interrompere lo squilibrio relazionale e fornire ad (…) la possibilità di ripristinare sane relazioni con entrambi i genitori” (pag. 17) presso “idoneo contesto eterofamiliare (comunità per minori o casa famiglia)”, poi rivalutando la situazione tra qualche mese.
In questa vicenda il genitore alienante risulta essere il padre mentre la casistica insegna che nel 70-80% dei casi il genitore alienante è la madre, spesso anche agevolata dall’essere il genitore c.d. collocatario.
Il decreto è molto importante sia perché ha fotografato esattamente l’accaduto, sia perchè ha avuto la capacità (il collegio) di giungere alla soluzione più idonea (distacco e sospensione del rapporto figlia/ genitore alienante, mentre spesso i giudici incorrono proprio nell’errore grave di mantenere in essere il rapporto diabolico).
L’appunto che possiamo fare è che ha impiegato sin troppo tempo, ancorchè nel mezzo si è deciso di procedere gradualmente. Certo sempre meglio che decidere di non decidere come spesso fanno altri tribunali (tra i tanti il Trib. Min. Milano), così congelando il destino di molte vite.  
Ora però la figlia dovrà essere seguita da chi è esperto in alienazione, non risultando sufficiente un mero “percorso psicoterapico” o semplicemente una “camera iperbarica” per riattivare il rapporto “sopito” con la madre.
Fatti concreti e non illazioni, supposizioni, farneticazioni come spesso sproloquiano i detrattori (sovente in mala fede) di chi rivendica da anni tutela nell’ambito del diritto di famiglia, dinanzi a condotte illecite gravi (alienazione genitoriale, che in quanto tale deve essere immediatamente repressa) che possono (significa che tale conseguenza è meramente eventuale) pure comportare l’insorgenza (come nella specie) di una vera e propria sindrome da alienazione parentale (Pas). Dunque da non sovrapporre come spesso avviene confusamente.
I diritti costituzionali bigenitoriale 1 e genitoriale 2 pretendono il rispetto “della dignità della persona” 3.
L’interruzione di ogni rapporto tra il minore ed il genitore può difatti comportare gravi rischi evolutivi per il minore 4.
L’interruzione dei rapporti genitoriali (definitivamente od anche solo il comprometterli in modo rilevante) per effetto delle condotte (commissive od omissive) dell’altro genitore (o anche di un parente) possono così determinare la fattispecie di alienazione genitoriale 5 6 .
Il soggetto alienato, cementandosi in un conflitto di lealtà con l’alienante, proietta ed introietta dentro di sé il desiderio del soggetto alienante, ponendosi come l’oggetto di un ventriloquo 7, sino a divenire un vero e proprio pensatore indipendente. Il genitore alienato diviene così impotente dinanzi a tale evoluzione 8  , in una sorte di tragica farsa nel quale consuma l’esistenza nel tentativo di riallacciare un rapporto filiare, destinato però (con la stessa cadenza innaturale e artificiosa) a non riprendere più il suo corso.
L’alienazione genitoriale (e l’eventuale Pas insorta) costituiscono atti gravissimi 9 che pretendono una celere risposta e decisioni drastiche, per le quali sono necessarie una profonda conoscenza e una dote di responsabilità. Il fattore tempo è fondamentale poiché l’evoluzione del minore è limitata ad un arco temporale in cui ogni giorno/mese/anno divengono fondamentali.
Una delle conseguenze del deficit causato dal non intervento celere ed adeguato sono certamente il grave disturbo della personalità del minore, oltre alla demolizione della figura genitoriale delegittimata e accantonata.
I danni conseguenti alla deprivazione della figura genitoriale 10 a causa dei comportamenti alienanti possono essere enormi e devastanti, poiché segnano una vita intera, incidendo sul rapporto più prezioso di un essere umano, quello tra genitore e figlio. Tutto ciò con grave pregiudizio per lo sviluppo del figlio (diritto bigenitoriale negato) e con la disintegrazione del diritto genitoriale paterno. Diritti super fondamentali violati 11.
L’auspicio dunque è che il decreto bresciano venga letto attentamente ed induca a riflessione, smuovendo la coscienza di chi si volta spesso dall’altra parte o si mostri sordo dinanzi a lancinanti lamenti. Lo pretendono migliaia di vittime (genitori, figli, parenti) che ogni anno solo in Italia passano inosservati.

1) Il principio della bigenitorialità viene affermato e applicato a partire dalla Convenzione sui diritti del fanciullo, promulgata a New York il 20 novembre 1989, ratificata ai sensi della legge 27 maggio 1991, n. 176.    

2) L’autoevole prof. Montecchi ci ricorda che: “La nostra esperienza ci porta ad affermare che, salvaguardate le esigenze di protezione del bambino, risulta meno dannoso il confronto con un genitore reale, che permetta di metterne a fuoco ed elaborarne gli aspetti positivi e negativi, piuttosto che l’eliminazione di una figura essenziale allo sviluppo. Di fronte a un genitore assente o poco conosciuto, il bambino, invece di confrontarsi con i limiti del genitore, provando ad integrarne le caratteristiche, può reagire demonizzandolo, rifiutandolo o, al contrario, idealizzandolo. In ogni caso, la sua immagine rimarrà scissa ed il bambino non potrà utilizzare il rapporto col genitore per modificare l’attivazione unilaterale dell’aspetto positivo o negativo dell’archetipo materno o paterno” (Montecchi, Dal bambino minaccioso al bambino minacciato. Gli abusi e le violenze in famiglia, prevenzione, rilevamento e trattamento, Nuova Ed. F. Angeli, pag. 224).

3)  La consapevolezza dei diritti fondamentali nella famiglia e, segnatamente, dei minori è venuta ad accrescersi attraverso la Convenzione ONU di New York del 20 novembre 1989 (ratificata con la legge n. 176 del 1991) sui diritti del fanciullo e con la Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996 (ratificata con la legge n. 77 del 2003) sull’esercizio dei diritti dei minori. Attraverso le Carte europee il principio di eguaglianza nel riconoscimento dei diritti fondamentali si è venuto ad estendere anche ai bambini, coerentemente con l’idea di personalizzazione del bambino, trascurata dal legislatore del nostro codice civile. La Carta europea dei diritti fondamentali, infatti, proclamata a Nizza nel dicembre 2000 e recepita nella Costituzione europea, consolidata a Lisbona il 13 dicembre 2007, non solo ha dichiarato piena adesione alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali, ma ha anche inserito l’età, fra le nuove discriminazioni, fattore che non era esplicitamente richiamato dalla CEDU. Il bambino oggi è considerato eguale in tutto e per tutto all’adulto e, nel contempo, per le sue caratteristiche di vulnerabilità, portatore di diritti speciali volti a garantirgli una protezione particolare. Sono propriamente quei diritti alla protezione contro tutti i pregiudizi sia quelli che altri soggetti potrebbero arrecargli sia quelli che egli stesso potrebbe procurarsi. La Convenzione di New York, in particolare, ha riconosciuto che i minori hanno bisogno di essere guidati, nel loro percorso di autonomia, dagli adulti ed in primo luogo dai genitori, ritenuti responsabili della loro crescita e della loro educazione. Gli Stati parte sono stati vincolati al rispetto dei diritti e dei doveri dei genitori a guidare i minori nella pratica dei loro diritti di libertà (art. 5), con particolare riferimento alla libertà di pensiero (art. 14). La categoria diritto-dovere esprime perfettamente il contenuto del diritto ad essere fino in fondo genitore e dalla tensione tra questi termini deriva la insopprimibile dialettica del rapporto naturale, sociale ed etico tra genitori e figli. Ai minori deve essere assicurato, oltre al diritto al nome ed alla nazionalità, anche il diritto a non essere separati dai genitori contro la loro volontà e, se costoro non vivono assieme, a mantenere relazioni personali e contatti diretti con entrambi (artt. 7 e 9). La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, oltre a riconoscere il rispetto della vita privata e familiare, garantiscono espressamente i diritti relazionali di natura familiare (art. 8) come libertà da interferenze autoritarie ed arbitrarie. È sempre la Convenzione di New York a vincolare gli Stati al massimo impegno per il riconoscimento del principio che entrambi i genitori abbiano comune responsabilità verso i figli e che i superiori interessi del figlio debbano costituire la preoccupazione fondamentale dei genitori nell’assolvimento di tale primaria responsabilità (art. 18).

4)  Lo studio svedese del 2013 di Malin Bergstrom in collaborazione con l'università di Stoccolma e l'istituto "Karolinska" ha evidenziato su 164.580 ragazzi svedesi che i parametri migliori relativamente a disturbi psicosomatici, benessere fisico, psicologico e sociale, malattie mentali e insoddisfazione circa le relazioni coi propri genitori sono quelli di coloro che vivono in famiglie intatte, ma i minori che trascorrono tempi sostanzialmente eguali presso i due genitori, si confermano la miglior struttura familiare tra tutte quelle delle famiglie separate.
La grande ricerca di Jablonska Lindbergh su 15.428 undicenni, tredicenni e quindicenni ha rilevato positive influenze dell'affido paritetico sull'eventuale uso di droghe, tabacco, alcool, sulla vittimizzazione (intesa come bullismo e violenza fisica agiti e subiti) e soprattutto sul distress mentale. Benefici della residenza alternata assolutamente analoghi sono stati inoltre riconosciuti dalla grande ricerca statale correlata al sondaggio nazionale svedese condotto nell'autunno 2009 da "Sweden statistics" per conto del Ministero degli affari sociali: il doppio domicilio risulta anche qui, nell'indagine ministeriale di un Paese noto per la sua serietà e il suo welfare, la miglior sistemazione tra tutte quelle dei figli di coppie separate: si dimostrano minori rischi per bullismo, insoddisfazione scolastica, bassa qualità di vita e malattia psichica.
Un'altra ricerca pubblicata su "Children & Society" nel 2012, condotta da ricercatori indipendenti delle università di Bethesda, della Groenlandia, di Stoccolma, di Yvaskula (Finlandia), di Copenhagen, di Akureyri (Islanda), di Goteborg, su 184.496 minori in 36 società occidentali (Italia inclusa), ha osservato che i bambini che vivono in sistemazione di collocamento materialmente congiunto (con suddivisione approssimativamente paritaria dei tempi) riportano un più alto livello di soddisfazione di vita rispetto ad ogni altra sistemazione di famiglia separata, solo un quarto di rango (pari a 0,26 punti) più basso dei bambini nelle famiglie unite.

5)  È sicuramente fonte di pregiudizio per il minore il fatto di essere privato o fortemente condizionato nella relazione con i propri genitori o con uno di essi. Un equilibrato sviluppo della personalità del bambino si realizza infatti nell’ambito della propria famiglia e, ove venga a disgregarsi, per la separazione dei genitori, egli dovrà poter mantenere con ciascuno di essi un rapporto equilibrato e continuativo. Ciò per la particolare importanza che in età evolutiva rivestono entrambe le figure parentali del padre e della madre nel soddisfare le esigenze fondamentali della prole e le sue richieste emotive. L’esplicarsi del diritto del figlio ad una relazione personale, diretta e non mediata, con ciascun genitore è dunque funzionale alla sua crescita, alla sua educazione ed al formarsi della sua personalità. La compromissione di tale relazione costituisce di per sé una lesione del diritto del minore al pieno sviluppo della sua personalità (art. 2 Cost.). La scienza psicologica ha da tempo dimostrato che le figure materna e paterna risultano entrambe fondamentali per garantire alla prole un sano ed equilibrato sviluppo e che la perdita o l’indebolimento delle relazioni parentali e familiari, conseguente alla separazione tra i genitori, abbia sui figli effetti potenzialmente negativi e rappresenti, specie quando si associ alla perdita dei contatti con una figura genitoriale, una vera e propria childhood adversity. La privazione della libertà o semplicemente della possibilità di autodeteminarsi nel rapporto con ciascuna delle figure parentali, la negazione potenziale di sviluppare armoniosamente il proprio carattere, la compromissione in prospettiva della salute psichica con conseguenze anche gravi incidono direttamente sui diritti fondamentali della persona incluso il diritto alla salute. Privare il minore della opportunità di mantenere relazioni con il proprio genitore e con i propri familiari significa ledere quel diritto inviolabile della persona, ex art. 2 Cost. e poi ancora presente negli artt. 29 e 30 Cost., con una specifica collocazione tra i diritti della famiglia e tra i diritti e doveri dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio.

6)  Sulla gravità di tali condotte e la rilevanza giuridica delle stesse pare opportuno richiamare il noto provvedimento, inseritosi nel caso di Cittadella: “La madre, subito dopo la sentenza della Corte di cassazione, ha prelevato il figlio dalla casa paterna, gli ha impedito di frequentare la scuola in cui era iscritto, ha tentato di ottenere l’iscrizione presso la scuola (…) ha disatteso il programma del servizio sociale affidatario, ha impedito al figlio di trascorrere parte dei giorni festivi pasquali con il padre portandolo con sé da alcuni parenti. In questa situazione i comportamenti che emergono da fatti obiettivi ed inconfutabili consentono di corroborare la prova del suo comportamento alienante e possessivo, nonostante i limiti imposti dal provvedimento del tribunale per i minorenni che ha rigettato la sua reintegra nella potestà ed ha confermato l’affidamento del bambino al servizio sociale. Dalle sue dichiarazioni orali rese in udienza la G.O. risulta desiderosa di restituire al figlio “tutta la sua vita” e non solo la metà che è costituita nel suo rientro nella casa materna. L’altra metà a suo dire è costituita dall’ambiente scolastico ed amicale di L. Nessuno spazio nel suo concetto di vita del figlio è riservato al rapporto con il padre, nonostante le preoccupazioni che asserisce di avere avuto per il rifiuto nei confronti dello stesso. Di fronte a tale pervicacia nel comportamento materno non si ravvisano le garanzie che la predetta sappia far proseguire il figlio nel rapporto con il padre e non ponga nuovamente in atto ostacoli alla normalità del medesimo, facendo regredire il minore e ponendolo in posizione di grave rischio di disturbi della personalità, siano essi quelli che in campo scientifico vengono da parte degli esperti qualificati come PAS, siano gli agiti aggressivi che derivano dallo stato d’ansia rilevati dagli esperti dei Servizi Sociali. Indipendentemente dalla loro qualificazione dal punto di vista medico, la descrizione dei comportamenti del bambino sulla quale tutti hanno concordato consente di ritenere che i suoi agiti, se non ricomposti, porterebbero a disturbi che impedirebbero al minore di crescere e sviluppare tutte le sue notevoli capacita intellettuali ed espressive. Non si tratta solo di conservare al bambino la bigenitorialità da intendersi come un patrimonio prezioso di cui i figli debbono poter disporre, ma di evitare che attraverso il rifiuto si vada strutturando una personalità deviante. Si tratta anche di preservare il bambino dal dolore perché le gravi manifestazioni di rifiuto emerse nel passato sono anche espressione di sofferenza. (…) Poiché la madre non lo ha garantito in questo percorso, ma al contrario lo ha ostacolato, la predetta non può ritenersi essere il genitore più idoneo a favorire la crescita del bambino, per cui il collocamento principale dello stesso va disposto presso il padre che ne esercita la potestà.” (App. Brescia, sez. minorenni, decr. 17 maggio 2013, Pres. e Rel. Campanato, in Fam. Dir., 8-9, 2013, 750-751). Il caso Cittadella si è definitivamente risolto “riconsegnando” il rapporto genitoriale papà-figlio, allentando la stretta mortale tra genitore alienante e figlio.

7)  Ben chiara la recente pronuncia del tribunale capitolino: “è palese che la ricorrente avesse ed abbia un ben minore interesse alla mediazione ove si consideri che l'operazione di triangolazione da costei posta in essere nei confronti della figlia è stata già realizzata, avendo sostanzialmente Vi. finito con l'introitare ritenendolo proprio il punto di vista materno nei confronti della figura paterna, la cui rigidità correlata ad un istintivo bisogno di approvazione e a reazione impulsive di tipo rabbioso contrapposta alla personalità più duttile e al contempo fragile della madre, è diventata non già una caratteristica paterna con la quale la prole sarebbe naturalmente chiamata ad interfacciarsi, ma un disvalore, così come avvertito dalla madre, da annientare ed abbattere. E se è vero che lo sbilanciamento verso la sfera materna muove da lontano, traendo le sue origini da epoca antecedente l'introduzione del presente giudizio allorquando la gravidanza della signora Gi. nel corso della sua relazione con il nuovo compagno ha innescato in Vi. la paura di una perdita affettiva della madre che l'ha inevitabilmente portata a fare corpo unico con quest'ultima mutuando in un evidente tentativo di compiacimento l'atteggiamento di disistima e sfiducia da costei nutrito nei confronti del marito, è altrettanto innegabile che, una volta introitata da parte della figlia la propria visione ostile del De. ogni decisione o proposta del quale diventa per ciò soltanto incondivisibile, sarebbe stato precipuo onere di costei, quand'anche non direttamente responsabile delle origini del processo di triangolazione, attivarsi al fine di consentire il giusto recupero da parte della figlia del ruolo paterno che nella tutela della bigenitorialità cui è improntato lo stesso affido condiviso postula il necessario superamento delle mutilazioni affettive della minore da parte del genitore per costei maggiormente referenziale nei confronti dell'altro, non soltanto spingendola verso il padre anziché avallando i pretesti per venir meno agli incontri  programmati, o peggio ancora facendosi portatrice di programmi alternativi al fine di dissuadere indirettamente la figlia a recarsi agli incontri suddetti, ma altresì recuperando la positività della concorrente figura genitoriale nel rispetto delle decisioni da costui assunte e comunque delle sue caratteristiche temperamentali. (…) avere quale obiettivo centrale la stessa minore che deve poter essere aiutata nella costruzione della sua identità ad interfacciarsi ed accettare le diversità delle due figure genitoriali, la cui compresenza ed la cui coreferenzialità costituiscono elementi imprescindibili per un sereno sviluppo della sfera emozionale ed affettiva della minore stessa.” (Trib. Roma, sez. I, 27 giugno 2014, in personaedanno.it). Tale fattispecie è perfettamente aderente alla vicenda di Nicola, il quale ha finito – usando le stesse parole dei giudici capitolini – con “l'introitare ritenendolo proprio il punto di vista materno nei confronti della figura paterna, la cui rigidità correlata ad un istintivo bisogno di approvazione e a reazione impulsive di tipo rabbioso contrapposta alla personalità più duttile e al contempo fragile della madre, è diventata non già una caratteristica paterna con la quale la prole sarebbe naturalmente chiamata ad interfacciarsi, ma un disvalore, così come avvertito dalla madre, da annientare ed abbattere.”. Nicola odia il padre e desidera annientarlo e abbatterlo perché così desidera la madre.

8)  Invero “Il genitore bersaglio in principio rimane come disarmato di fronte alla volontà di allontanamento dimostratagli dai figli e nella sua posizione di debolezza, passa dalla rabbia, alla protesta, alla confusione e alla depressione” (Buzzi, “La sindrome di alienazione genitoriale”, in Cigoli, Gulotta, Santi (a cura di), Separazione, divorzio e affidamento dei figli, Giuffré, Milano, II Ed., 1997, pp 177-188). Infatti è indiscusso come “Nei casi in cui il genitore alienato si mostri risoluto e utilizzi mezzi autoritari per esercitare il suo diritto di vedere i figli e occuparsi di loro (Tribunale, Forze dell’ordine), viene percepito dall’ex-coniuge e dal figlio stesso come aggressivo, rinforzando le convinzioni in tal senso del minore, che lo accuserà di violenza o altre forme di cattiveria. In un certo senso, quindi, il genitore alienato si trova di fronte ad una situazione a doppio legame, vale a dire una dinamica relazionale in cui qualsiasi tipo di risposta (nel caso specifico l’accettazione dell’estromissione o la ribellione) va a confermare e rinforzare le convinzioni di partenza, per cui diviene impossibile uscire da tale schema senza l’aiuto di un esperto” (Ritucci, Orsi, Grattagliano, La sindrome di alienazione genitoriale (PAS): fattori eziologici, criteri di identificazione e proposte d’intervento, sta in: Jura Medica - N. 2 - 2008, Anno XXI, pag. 166).

9)  E’ noto come l’Alienazione Parentale costituisca un gravissimo abuso dell’infanzia, a prescindere che poi si manifesti o meno come sindrome. La discussione svolta in passato, anche in questo contesto, tra P.A. e P.A.S. è davvero un esercizio di stile. L’alienazione è la condotta (illecita) tesa a cancellare/rimuovere/destituire/demolire/incrinare/compromettere/sminuire/indebolire pervicacemente la figura di un genitore. E le conseguenze della condotta alienante nel tempo, a seconda che siano lievi, medie o gravi sono sempre significative verso le vittime: la prima certamente è verso il minore, e la seconda è verso il genitore alienato. I quali sono aggrediti nei diritti superfondamentali della bigenitorialità e della genitorialità.
Si rimanda a Casonato, Mazzola, “Alienazione genitoriale e sindrome da alienazione genitoriale”, KEY editore, giugno 2016.

10)  Si rimanda al libro appena uscito di Mazzola, Il danno da deprivazione genitoriale, Key ed., giugno 2018.

11) Pare poi quasi superfluo ricordare alcune tra le tante sentenze della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che hanno riconosciuto le gravissime responsabilità del nostro sistema nel non tutelare il diritto genitoriale (sotto la veste dell’art. 8 Cedu) in fattispecie assai simili a quella in esame, giungendo a riconoscere il giusto indennizzo ai genitori alienati [CEDU, sent. 21.1.2014, ric. n. 33773/11, Zhou c. Italia; CEDU, sez. II, sent. 29.1.2013 (Pres. Jočienė), Affaire Lombardo c. Italia, altalex.it, personaedanno.it; CEDU, sent. 2.11.2010 def. 2 febbraio 2011, ric. n. 36168/09, Piazzi c. Italia; CEDU, sent. 30.06.2005 def. 30 novembre 2005, ric. n. 30595/02, Bove c. Italia; per una maggiore e appropriata disamina si rimanda a Long, Il diritto del genitore e del figlio alla reciproca frequentazione, in MINORIGIUSTIZIA, 2008, fasc. 2, 72-88; Long, La tutela del diritto di visita del genitore non affidatario al vaglio della Corte europea dei diritti dell’uomo, in MINORIGIUSTIZIA, 2011, fasc. 2, 188-200). La fattispecie Nadalutti-padre probabilmente sarebbe già pronta per una pronuncia della Corte EDU, se solo si fossero ancora esauriti i rimedi interni.
In particolare la CEDU ha più volte sanzionato il nostro Paese in casi di questo genere, invitandolo a munirsi di misure tempestive ed efficaci per garantire il rispetto dei diritti relazionali che vengono violati: “Dall’art. 8 della Convenzione, derivano obblighi positivi dove si tratti di garantire il rispetto effettivo della vita privata o familiare. Questi obblighi possono giustificare l’adozione di misure per il rispetto della vita familiare nelle relazioni tra gli individui, e, in particolare, la creazione di un arsenale giuridico adeguato ed efficace per garantire i diritti legittimi delle persone interessate e il rispetto delle decisioni dei tribunali. Gli obblighi positivi di cui si discute non si limitano al controllo a che il bambino possa incontrare il suo genitore o avere contatti con lui ma includono l’insieme delle misure preparatorie che permettono di raggiungere questo risultato. Per essere adeguate, le misure deputate a riavvicinare il genitore con suo figlio devono essere attuate rapidamente, perché il trascorrere del tempo può avere delle conseguenze irrimediabili sulle relazioni tra il fanciullo e quello dei genitori che non vive con lui. Non deve, dunque, trattarsi di misure stereotipate ed automatiche” (sentenza Lombardo c. Italia, gennaio 2013).