Giustizia civile - Processo di cognizione -  Manuele Pizzi - 19/06/2018

La preclusione del triplo termine ex art. 183, VI°co, c.p.c. Questioni aperte

Il sesto comma dell’art. 183 c.p.c. costituisce norma chiave nella disciplina dell’istruzione probatoria del processo civile a cognizione piena. Nel segmento processuale attinente alla concessione dell’ appendice scritta della trattazione meritevole di rilievo è: la Tesi della discrezionalità nella assegnazione dei termini ex art. 183, co 6, c.p.c. Secondo l’enunciata Tesi, sussiste, in capo al giudice istruttore della causa, un potere discrezionale circa la concessione o meno del trittico di memorie istruttorie, ai sensi dell’art. 183 c.p.c.

La questione circa la valutazione della c.d. appendice scritta della trattazione come: “facoltà incondizionata delle parti, immune da qualsiasi vaglio preventivo del giudice, che pertanto a fronte di una richiesta, in tal senso, di anche una sola di esse, è tenuto a concedere i termini di cui all’art. 183, comma 6, c.p.c.”, trova rilevanza solo qualora vi sia disaccordo, tra le parti, nel rinviare la causa direttamente alla precisazione delle conclusioni.

In via riassuntiva, tale Tesi poggia il proprio fondamento su tre pilastri:

  • sull’art. 175 c.p.c., laddove statuisce l’esistenza, in capo al giudice istruttore, di un potere di direzione del procedimento giurisdizionale;
  • sulla c.d. funzione acceleratoria esplicata dall’art. 80-bis disp. att. c.p.c.;
  • sul principio costituzionale di ragionevole durata del processo.

Tali tre pilastri, così enunciati in via semplificativa, vanno comunque interpretati nelle rispettiva portata normativa in coordinamento l’uno con l’altro.

Orbene, ampia esposizione di tale Tesi è contenuta nell’ordinanza interlocutoria del Tribunale di Chieti del 20/10/2017 (emessa nelle more di un processo inerente un’opposizione a precetto) la quale, resta meritevole di disamina, al fine di sciogliere l’interrogativo circa la condivisibilità o meno, della sussistenza di un potere discrezionale, in capo al giudice istruttore, di valutare l’ammissibilità e la rilevanza nella richiesta dei termini ex art. 183, VI°co, c.p.c.

Sul punto, occorre operare una premessa sulla vicenda processuale: alla prima udienza di trattazione, l’opponente chiedeva la concessione del triplo termine ex art. 183 c.p.c., invece parte opposta formulava istanza di fissazione di udienza per la precisazione delle conclusioni; l’adito Tribunale, in composizione monocratica (come da allegata ordinanza) rigettava la richiesta di concessione dei termini ex art. 183, 6°co, c.p.c., ritenendo la causa matura per la decisione, rinviava ex art. 281-sexies c.p.c. per discussione e decisione. Orbene, interessante è l’iter argomentativo, utilizzato dal Tribunale chietino.

Nella motivazione dell’ordinanza viene disattesa: “quella impostazione interpretativa che configura in termini di vero e proprio diritto incomprimibile delle parti, e corrispondente obbligo in capo al giudice, l’esito dell’udienza ex art. 183 cpc con la cd appendice scritta (concessione dei termini ex art. 183 sesto comma)”.

Orbene, nello scandagliare le ragioni, poste a fondamento della Tesi della discrezionalità nella assegnazione dei termini ex art. 183 c.p.c., troverebbero diritto di cittadinanza: nella portata semantica (seppur non decisiva) del termine “concede”, all’interno del sesto comma, nonché verrebbe ravvisata nel tenore letterale dell’art. 80-bis disp. att. c.p.c., nonrma che consente al giudice istruttore di rimettere la causa in decisione sin dalla prima udienza di trattazione: con fissazione dell’udienza di rinvio, per la precisazione delle conclusioni, ai sensi dell’art. 189 c.p.c.

Su quest’ultimo punto, inerente l’art. 80-bis delle disp. att. del Codice, l’adito Giudicante rileva che: “questa norma è stata mantenuta nel corso dei plurimi interventi sul codice di rito, che si sono susseguiti dal 1950 ad oggi, e l’affermazione che si rinviene in alcune pronunce di merito, [...] secondo cui essa è stata tacitamente abrogata, non convince affatto perché presuppone una reiterata disattenzione del legislatore sul punto”.

La medesima ordinanza opera altresì talune considerazioni, nel cogliere l’utilità della c.d. funzione acceleratoria dell’art. 80-bis disp. att. c.p.c.: “se si attribuisce alle parti il diritto di ottenere la concessione dei termini ex art. 183, comma 6, svincolando dalla verifica sulla sussistenza di una effettiva esigenza di integrazione, inevitabilmente la si induce a ricorrere di regola all’appendice scritta e finanche ad esercitare impropriamente la facoltà loro concessa, e proprio per questo atteggiamento è frequentemente riscontrabile nella prassi nella quale spesso le memorie ai sensi degli artt 183, comma 6 nn. 1 e 2 vengono utilizzate dalle parti non già per precisare o modificare le domande, ma per una impropria illustrazione scritta dei propri assunti. Si noti poi che, nel caso in cui una sola delle parti abbia chiesto la concessione dei termini senza un’effettiva esigenza difensiva, e quindi con intenti dilatori, l’interpretazione qui avversata consente ad essa di beneficiare di un periodo di tempo che non sempre è contenuto [...] e può quindi ritardare lo svolgimento del processo e risultare pregiudizievole per la parte o le parti che si fossero opposte a quella richiesta.  Non si vede perché, nel contrasto tra la parte che richieda l’appendice scritta della trattazione e quella che aspiri ad una decisione immediata, debba necessariamente prevalere la prima, senza consentire che sia il giudice a risolvere tale divergenza, valutando la sussistenza dei presupposti per dar corso al suddetto sviluppo”.

La c.d. Tesi della discrezionalità nella assegnazione dei termini ex art. 183, co 6, c.p.c., nel combinato disposto fra l’art. 175 c.p.c. e l’art. 80-bis delle disp. att. del Codice di rito, individua un ipotesi di equo contemperamento delle esigenze di azione-difesa delle parti, mediante un ponderato esercizio del potere di direzione del processo, coniugandosi ad una celere definizione del giudizio, stante la copertura costituzionale dall’art. 111, Co 2, Cost., nonché nella “cogenza” dell’art. 2, Co 2-bis della L. 89/2001, che ha fissato in tre anni il termine di ragionevole durata del processo nel primo grado di giudizio.

L’ordinanza interlocutoria del Tribunale di Chieti ha richiamato, a corredo motivazionale, taluni assunti giurisprudenziali, tra cui: Cass. Sez. III, n. 4767, 11.03.2016: “la mancata concessione dei termini di cui all’art. 183 codice procedura civile, comma 6, non determina un vizio processuale (e la conseguente nullità della sentenza), se non nei casi in cui da tale mancata concessione sia conseguita in concreto una lesione del diritto di difesa della parte istante”; la diversa conclusione” – prosegue la Corte – “secondo cui la concessione dei termini di cui all’art. 183 codice procedura civile, comma 6, sarebbe in ogni caso obbligatoria in caso di richiesta di parte […] comporterebbe il rischio di un evidente e inammissibile allungamento dei tempi del giudizio senza alcun beneficio effettivo per la difesa delle parti e ai fini della decisione finale, e anzi favorirebbe richieste meramente strumentali della parte interessata a procrastinare i tempi di durata del processo, in palese contrasto con il principio di economia processuale e con l’articolo 111 Cost.”.

Il menzionato orientamento nomofilattico necessita, tuttavia, di ulteriori osservazioni sull’iter logico-argomentativo utilizzato dalla Cassazione, sul gravame dedotto: Corte di legittimità reputava non scrutinabile, il primo motivo di ricorso - “violazione e falsa applicazione di norme di diritto per non aver il giudice a norma della art. 183 codice procedura civile, 4 cpv., stante la richiesta delle parti, concesso i termini perentori previsti per legge” - la dichiarata inammissibilità era tale in quanto: la ricorrente:

  1. non richiamava puntualmente, trascrivendone il contenuto, il verbale d’udienza del giudizio di primo grado in cui ebbe a richiedere i termini per le integrazioni istruttorie, né indica la esatta collocazione del relativo documento nel fascicolo processuale;
  2. non deduceva, né dimostrava di avere reiterato la richiesta in sede di precisazione delle conclusioni, né di avere proposto specifico motivo di appello in relazione alla conseguente nullità del procedimento, e non richiamava neanche gli esatti termini delle proprie richieste sul punto al giudice di appello;
  3. non chiariva quali prove avrebbe richiesto laddove fossero stati concessi i termini in questione, onde consentire la verifica dell’eventuale pregiudizio concreto derivante dalla dedotta violazione.

Quindi, il suindicato orientamento della giurisprudenza di legittimità attaglia alle fattispecie in cui, nei giudizi di merito, in primo ed in secondo grado, non venga lamentato, esplicitamente e precisamente, il pregiudizio subito dalla mancata ammissione delle richieste istruttorie, ex art. 183 c.p.c., formulate in udienza e negli atti difensivi di parte.

L’esposizione interpretativa, esposta nell’allegata ordinanza interlocutoria, appare, ad avviso dello scrivente, un’insidiosa ricostruzione teorica, nella quale mancherebbe il filo conduttore di un’interpretazione sistematica di tutte le norme del Codice di procedura civile in tema di trattazione della causa.

Invero, l’art. 80-bis disp. att. c.p.c. non può che avere una portata residuale, alla luce dell’odierna struttura del processo ordinario di cognizione. La suddetta disposizione veniva introdotta nel Codice di rito, con il D.P.R. n. 857/1950, contemplando la sola rimessione al collegio, affinchè la causa potesse essere trattenuta a decisione, ovvero per la risoluzione di questioni pregiudiziali; orbene, l’art. 80-bis delle disp. att. c.p.c. veniva introdotto dal legislatore, nell’ordinamento processuale, prima dell’entrata in vigore del D.Lgs n. 51/1998 - recante l’istituzione del giudice unico - .  Quindi, aderendo alla Tesi dell’esistenza di un potere discrezionale, in capo al giudice istruttore, nella concessione dei termini ex art. 183 VI° co c.p.c., nelle controversie di competenza del giudice monocratico, ai sensi dell’art. 50-ter c.p.c., si verrebbe a conferire a quest’ultimo un potere incondizionato di scrutinio preventivo in materia di istruzione probatoria, stante la ovvia inapplicabilità dell’istituto del reclamo immediato al collegio, ai sensi dell’art. 178 c.p.c.

A tal punto, vi è porsi l’interrogativo in merito alla portata normativa, ed all’efficacia dell’art. 80-bis disp. att. c.p.c., nell’ odierno ordinamento processuale. Invero, nelle ipotesi delle controversie trattate, dal giudice monocratico, ai sensi dell’art. 50-ter c.p.c., sussiste un rapporto di specialità con l’art. 183 c.p.c., introdotto con il D.L 35/2005 conv. nella L. 80/2005 e modificato dalla L. 263/2005 (che altresì costituisce disposizione di pari rango, cronologicamente posteriore all’art. 80-bis delle disposizioni attuative e transitorie del Codice) pertanto, nel vigente Codice di rito, l’art. 183 costituisce norma speciale rispetto all’art. 80-bis delle disp. att.

Nel merito della disciplina dell’appendice scritta della trattazione, il 6° comma dell’art. 183 c.p.c. detta una scansione temporale per il trittico delle memorie istruttorie, conciliando l’espletamento del contraddittorio con le esigenze di concentrazione del processo. Il c.d. triplo termine ex art. 183 prevede lo sviluppo di un aggiustamento incrementale delle reciproche domande assertive ed istruttorie delle parti, progressivamente modificate e rettificate nei termini perentori prefissati dalla legge processuale; un meccanismo che consente alle parti di disporre le rispettive “carte in tavola”, permettendo al giudice (in funzione di G.I. ovvero in funzione di G.U.) di valutare, adeguatamente, l’ammissione dei mezzi di prova. È da rilevare come la scansione temporale per le suddette memorie istruttorie, non lede l’esigenza di ragionevole durata del processo, stante la perentorietà dei termini prefissati.

 Nello spirito della vigente legge processuale, l’organo giudicante potrà avere una definitiva e sostanziale contezza della controversia solo alla fine di tale complessa sequenza procedimentale.

Il tenore letterale del 6° comma dell’art. 183 c.p.c. non prevede alcun potere discrezionale, in capo al giudice, di disattendere la richiesta di concessione dei termini, per le memorie istruttorie, da parte di una delle parti processuali.

In conclusione, la validità della Tesi della discrezionalità nella assegnazione dei termini ex art. 183, co 6, c.p.c. nelle controversie decise dal giudice monocratico non appare condivisibile in quanto si realizzerebbe un’irragionevole compressione del diritto del contraddittorio fra le parti, in merito all’istruttoria probatoria della causa.  Altresì, non appare condivisibile, in relazione al principio costituzionale di ragionevole durata del processo, in quanto, il giudice, qualora ritenga necessaria una maggiore speditezza del processo, non deve fissare udienza di precisazione delle conclusioni, ai sensi dell’art. 189 c.p.c., ma deve garantire il preordinato esaurimento delle richieste istruttorie delle parti, o anche solo di una di esse; senonchè, può  attingere agli strumenti offerti dal Codice all’uopo: l’art. 183-bis c.p.c. nel passaggio al rito sommario di cognizione.