Danni - Danni -  Antonello Negro - 22/11/2017

La prestazione lavorativa in ambiente potenzialmente dannoso: l’onere della prova – Cass. 27324/2017

Con una sentenza del 17 novembre 2017, la sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha confermato una pronuncia della Corte d’Appello di Genova con la quale era stata respinta, per carenza di prova, la richiesta di liquidazione del danno non patrimoniale (morale ed esistenziale) derivante dallo svolgimento dell’attività lavorativa in un ambiente “inquinato” (nella specie, per esposizione all’amianto).

La Suprema Corte ha condiviso il ragionamento del Giudice di secondo grado per cui il danno morale, risarcibile autonomamente rispetto alla lesione all’integrità psicofisica, deve essere congruamente allegato e dimostrato (non essendo sufficiente la formulazione di capitoli di prova del tutto generici e privi di specifici riferimenti a circostanze di tempo e di luogo).

Se è pur vero che un danno di tale tipo può sussistere a prescindere dall’esistenza di un pregiudizio biologico ed a prescindere dallo sviluppo di una malattia, è altrettanto vero – ha precisato la Corte – che il lavoratore che chieda il risarcimento dei danni per l’esposizione ad agenti patogeni non è liberato dall’onere della prova di aver subito un effettivo turbamento (inteso quale sofferenza interiore, ossia un danno morale, e/o quale sconvolgimento della vita quotidiana, ovvero un danno esistenziale).

I capitoli di prova formulati dalla difesa dei lavoratori, infatti, erano inidonei a dimostrare - in termini adeguati - la situazione definita “di disagio esistenziale” derivante dalla consapevolezza dell’esposizione a sostanze patogene.

Il principio affermato appare condivisibile in quanto solo in casi particolari l’esposizione ad un potenziale pericolo comporta un pregiudizio morale ed esistenziale dimostrabile attraverso la semplice presunzione.