Responsabilità civile - Responsabilità civile -  Valeria Cianciolo - 18/09/2017

La privazione genitoriale può dar luogo a responsabilità aquiliana.

Inquadrare la violazione dei doveri genitoriali nella responsabilità extracontrattuale implica l’applicazione del principio del nemidem laedere, per tale ragione l’osservazione assume come punto centrale la lesione subita dall’istante, la quale obbliga il danneggiante al risarcimento ove ricorrano i presupposti di cui agli artt. 2043 e 2059 c.c.: danno ingiusto, condotta colposa e/o dolosa e nesso di causalità.

Con atto di citazione la signora Tizia citava innanzi al Tribunale di Milano l’ex compagno Primo per sentirlo condannare alla corresponsione di un assegno di mantenimento del loro figlio Mevietto, nato fuori del matrimonio, oltre al rimborso delle spese anticipate dalla prima dalla nascita del bambino, ora adolescente fino al momento dell’introduzione del procedimento, e, in qualità di genitore esercente la responsabilità genitoriale sul minore, al risarcimento del danno subito da quest’ultima a causa dell’assenza della figura genitoriale paterna e del relativo sostegno economico[1].

L'obbligazione di mantenimento dei figli nati fuori del matrimonio, essendo collegata allo status genitoriale, sorge con la nascita per il solo fatto di averli generati e persiste fino al momento del conseguimento della loro indipendenza economica, con la conseguenza che nella ipotesi in cui, al momento della nascita, il figlio sia stato riconosciuto da uno solo dei genitori, il quale abbia assunto l'onere esclusivo del mantenimento anche per la parte dell'altro genitore, egli ha diritto di regresso nei confronti dell'altro per la corrispondente quota, sulla base delle regole dettate dagli artt. 148 e 261 c.c. -vedi oggi l'art. 316-bis c.c. introdotto dal D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154- da interpretarsi alla luce del regime delle obbligazioni solidali stabilito nell'art. 1299 c.c.

Con riferimento alla fattispecie risarcitoria, il Tribunale di Milano, ha ricondotto il comportamento omissivo del padre naturale ad un illecito intrafamiliare. In particolare, la motivazione della pronuncia in commento parrebbe giustificarne l’astratta configurabilità in quanto diretta applicazione dei principi generali della responsabilità civile posto che all'attrice, quale amministratrice di sostegno del figlio disabile, ha riconosciuto il risarcimento del danno patito da quest'ultimo in conseguenza dell'assenza del genitore e sfuggendo lo stesso a precise quantificazioni monetarie lo ha necessariamente liquidato in via equitativa ex art. 1226 c.c. facendo riferimento alle Tabelle di liquidazione del danno non patrimoniale da perdita del rapporto parentale redatte dall'Osservatorio di Milano per la liquidazione del danno in sede civile.

Il Tribunale di Milano ha accolto la domanda della madre, in nome e per conto del figlio minorenne, volta ad ottenere il risarcimento del danno, anche non patrimoniale, subito a causa dell’assenza negli anni della figura paterna. Accertato il fatto in sé della assenza del padre nel corso dell’intera vita della figlia comune, il Tribunale ha condannato il convenuto al pagamento di €100.000,00, a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale in favore del figlio per avere egli leso, con il proprio comportamento intenzionalmente insensibile ai bisogni del ragazzo e all’adempimento dei propri doveri genitoriali, una situazione giuridica soggettiva costituzionalmente tutelata.

Come specifica il Tribunale di Milano nella decisione in commento, ‘la voce di pregiudizio in esame sfugge a precise quantificazioni in moneta’ ed impone quindi di essere liquidato in via equitativa ai sensi dell’art. 1226 c.c. Tale liquidazione può avvenire per “indici presuntivi e nozioni di comune esperienza”.

In merito alla quantificazione, in concreto, del danno, il giudice milanese aderisce all’orientamento giurisprudenziale, Il Tribunale di Milano, in linea con l'orientamento più recente della Suprema Corte (sentenza n. 16657 del 2014), ha deciso di aderire alla proposta che prevede l'applicazione dei parametri delle tabelle milanesi, in particolare quelle pensate a favore di un figlio per la perdita di un genitore, ma con un debito correttivo.

Poiché le tabelle milanesi sono pensate per la perdita definitiva del genitore a causa di decesso, gli importi ivi indicati sono stati, nella circostanza, rideterminati, trattandosi di fattispecie diversa (ossia, privazione del rapporto genitoriale per abbandono morale).

E dunque, in caso di danno endofamiliare da privazione del rapporto genitoriale, è applicabile, come riferimento liquidatorio, la voce prevista sul punto dalle tabelle giurisprudenziali adottate dall’Osservatorio sulla Giustizia civile di Milano[2], da considerarsi come parametro vincolante. Poiché per la perdita, “definitiva”, di un genitore, le tabelle prevedono un risarcimento che si attesta tra i 163.990,00 e i 327.990,00 euro, considerando una serie di circostanze come il lasso di tempo trascorso fino al momento della decisione, del totale abbandono morale e materiale della figlia nonché del fatto che la bambina era consapevole di essere stata abbandonata dal padre, il danno è stato liquidato in una somma pari ad un valore leggermente inferiore all’importo minimo tabellare.

Come stabilire i requisiti dell’illecito?

 In una pronuncia del Tribunale di Parma[3] si legge che: “Affinché sussista peraltro responsabilità del genitore non affidatario, assenteista, nei confronti del figlio, è necessario che questi abbia subito un danno consistente per esempio alla lesione della sua serenità personale, o in un pregiudizio allo sviluppo della sua personalità, verificando che tale comportamento abbia inciso in maniera negativa sul corretto sviluppo della personalità del figlio”. In questo caso il Tribunale ha escluso la responsabilità del padre, il quale aveva riconosciuto il figlio sin da piccolo intrattenendo con lui periodici incontri ed aveva contribuito al mantenimento, sebbene in maniera inadeguata ed insufficiente. Inoltre, a parte generiche situazioni di conflittualità e malessere, l’istante non aveva allegato e provato la concreta lesione alla serenità personale subita. Dunque, pur giudicando la condotta paterna carente e pur condannandolo ad una integrazione del contributo al mantenimento nonché al rimborso delle spese fino a quel momento sostenute in prevalenza dalla madre, l’inadempimento dei doveri genitoriali non è stato giudicato idoneo a configurare un’ipotesi di illecito endofamiliare.

Altro requisito necessario per l’accoglimento della domanda risarcitoria è l’elemento psicologico, per cui la condotta inadempiente deve essere colpevole e/o dolosa.

Presupposto fondamentale a tal fine è la consapevolezza dello status genitoriale, ossia del concepimento. Sul punto la giurisprudenza di merito ha chiarito che la consapevolezza non si identifica con la certezza assoluta derivante esclusivamente dalla prova ematologica, ma si può comporre di una serie d’indizi univoci, generati dall’indiscussa consumazione di rapporti sessuali non protetti all’epoca del concepimento[4].

Dunque il genitore ignaro della nascita di un figlio proprio non può essere considerato colpevole del proprio inadempimento. Sarà colpevole, invece, il genitore che avendo avuto la piena possibilità di conoscere e verificare la probabilità della propria paternità ne abbia ignorati tutti i segnali, negando in tal modo al minore la propria cura e assistenza.

 

[1] In senso conforme si sono espressi già, più volte, sia pure talora con sfumature differenti, alcuni giudici: per la giurisprudenza di merito v. l'ormai celebre Trib. Venezia, 30 giugno 2004, in Giur. It., 2005, 1630, con nota di Porreca, La lesione endofamiliare del rapporto parentale come fonte di danno. La sentenza è ricordata e commentata anche da Cassano, La giurisprudenza degli illeciti nel diritto di famiglia, Santarcangelo di Romagna, 2008, 108 e segg. V. anche Trib. Roma, 27 ottobre 2011, in Guida Dir., 2012, 5, con nota di Dosi, e in Nuova Giur. Comm., 2012, I, 392 e segg., con nota di Amram, Privazione del rapporto genitoriale e danno intrafamiliare

[2] Cass. 30 giugno 2011, n. 14402, cit. e Cass. 7 giugno 2011, n. 12408, cit. Si veda, più recentemente, App. Brescia 1 marzo 2012, in Giur. mer., 2013, 10, 2132.

[3] Trib. Parma, 23 dicembre 2013, n. 1659.

[4] Cass., 22 novembre 2013, n. 26205