Responsabilità civile - Causalità -  Antonio Arseni - 05/03/2018

La prova del nesso di causalità e la regola " del più probabile che non" (Cass. 20.02.2018 n. 4020)

Come è noto il nesso di causalità va inteso come quel rapporto tra l’evento dannoso ed il comportamento del soggetto (autore del fatto) o, meglio, come il legame eziologico tra un dato evento, sia esso originato da una azione umana, sia esso naturale, ed il prodursi di una conseguenza rilevante per l’ordinamento giuridico .

La Corte  Regolatrice precisa, in una recente sentenza del 20.2.18 n. 4020, come esso“non sia un fatto materiale ma un giudizio”.

“La causalità, in quanto tale, è una relazione stabilita dall’uomo a posteriori fra due fatti, e non una categoria a priori, oggettivamente accertabile: con la conseguenza che detto nesso non è provabile perché costituisce l’oggetto di un ragionamento deduttivo non un fatto materiale”.

La pronuncia è interessante, ancorché non nuova, chiarendo e precisando la S.C. non essere pertinente l’espressione “prova del nesso di causa”, largamente diffusa nel lessico giudiziario e forense.

In altro senso, della ricorrenza o meno del nesso di causa, nel singolo caso concreto, si potrebbe discutere se essa sia logica non se sia provata.

Ciò che deve essere provato, in buona sostanza, sono quei fatti materiali sui quali si fonda il sillogismo sulla esistenza o l’inesistenza del nesso causale: prova che può essere anche data attraverso presunzioni.

È questa la fondamentale ed importante conclusione della Corte Regolatrice. la quale cassava la sentenza impugnata con cui la Corte di appello di Trento erroneamente aveva escluso che la prova del nesso causale potesse essere fornita per presunzioni.

Il caso aveva riguardato una vicenda in cui si discuteva di una opera non eseguita a regola d’arte in quanto la intera pavimentazione realizzata dalla impresa, all’uopo incaricata dal committente, aveva manifestato nel tempo deformazioni e rotture. La parte committente aveva pertanto convenuto in giudizio la ditta appaltatrice per ottenere il risarcimento dei danni ex art. 1669 CC.

Si costituiva l’impresa chiedendo il rigetto della domanda  e chiamando in causa (in garanzia) la ditta produttrice del materiale utilizzato per l’esecuzione dell’opera, che, a sua volta, chiamava in causa l’assicuratore. Il Tribunale di Trento accoglieva la domanda con la condanna della convenuta impresa esecutrice dell’opera , rigettando la domanda di garanzia in quanto non sarebbe stato possibile stabilire con certezza la causa del danno.

Impugnata la decisione dalla parte committente, la Corte di Appello competente rigettava il gravame principale, accogliendo quello incidentale proposto dalla impresa produttrice dei materiali.

In particolare, il Giudice di seconde cure ritenne che le consulenze tecniche avevano formulato soltanto delle mere ipotesi circa la causa del danno, riconducibile sia alla composizione del materiale utilizzato sia a fattori tecnologici/ambientali intervenuti durante la messa in opera e che per l’accertamento del nesso causale non sono sufficienti mere presunzioni semplici.

Sulla prova del nesso causale, non affidabile a presunzioni semplici, oggetto del primo motivo del ricorso in Cassazione, interposto dalla impresa individuale esecutrice dei lavori contestati, si è già detto. Ma la sentenza è stata annullata mercè un altro principio importante già  espresso dalla Corte Regolatrice, obliterato dalla Corte Tridentina con conseguente accoglimento del secondo motivo di gravame.

In buona sostanza, il Giudice del merito, sarebbe incorso in errore laddove ha affermato che “causa”, in senso giuridico dell’evento, deve ritenersi, tra più possibili antecedenti, quella certa e non più probabile.

Orbene, sulla problematica si registra da tempo un intenso dibattito in dottrina e giurisprudenza le cui conclusioni sono ben sintetizzate nella decisione della S.C. in commento.

Il problema del nesso di causalità, dal punto di vista della responsabilità civile, riguarda essenzialmente due profili. 

L’ampiezza della responsabilità del soggetto chiamato a rispondere della propria condotta illecita e la relazione delle eventuali conseguenze dannose provocate dalla stessa sua condotta  commissiva od omissiva.

Si ritine dalla previdente dottrina e giurisprudenza che ai due distinti problemi corrispondono due distinti accertamenti eziologici: l’uno inteso a stabilire se l’evento sia o meno addebitabile alla condotta materiale di un determinato soggetto, sintetizzabile attraverso la risposta all’interrogativo circa il suo autore (chi è stato?).

Il secondo si occupa, una volta risolto il problema della imputazione, di stabilire l’esistenza e l’ampiezza dei pregiudizi riconducibili al fatto dannoso, determinando gli eventi da porre a fondamento del danno risarcibile, sintetizzabile attraverso la diversa risposta all’interrogativo “quanto devo pagare?”.

Nel primo caso si parla di causalità materiale, nel secondo di causalità giuridica.

Dunque, un nesso causale è sempre necessario, nel nostro sistema civilistico, sia per individuare il responsabile del fatto illecito sia per determinare la conseguenza risarcibile, sistema che non conosce, purtuttavia, forme di responsabilità stocastica, espressione utilizzata da autorevole dottrina (Alpa – La responsabilità civile in trattato di diritto civile Milano p. 318), alludendosi a quelle ipotesi fondate nel mero stato di pericolo al di fuori di un collegamento materiale certo con l’evento dannoso.

Per l’accertamento del nesso causale, la maggioranza della dottrina e della giurisprudenza fa riferimento alla teoria della causalità adeguata, elaborata dal giurista tedesco Von Krios, come correttivo della condicio sine qua non, laddove vanno considerate conseguenze casualmente legate ad un antecedente solo quelle che, a partire da un fatto, rientrano in una successione normale di eventi con la precisazione che tale normalità consiste in una probabilità accettabile che un dato evento ne produca un altro: probabilità la cui intensità è rimessa alla valutazione del Giudice di merito, chiamato ad individuarne l’esistenza non in ragione di criteri meramente quantistici o meccanici, ma sulla base della attenta valutazione e specifica valorizzazione di tutte le circostanze del caso concreto. 

La sentenza in commento si pone in tale ottica, attestandosi su quello che è stato definito crinale “del più probabile che non” o della preponderanza della evidenza, del tutto diverso da quello che caratterizza l’accertamento del nesso di causalità in sede penale basato, invero, sulla c.d. “certezza oltre ogni ragionevole dubbio”, il quale postula un livello di prova inferiore in ordine all’accertamento dell’esistenza del nesso eziologico.

Le suesposte conclusioni, come già accennato, sono state efficacemente sintetizzate nella decisione la quale ha rilevato quanto segue

  1. “Il nesso di causa tra un condotta illecita e un danno può essere affermato non solo quando il secondo sia stato una conseguenza certa della prima, ma anche quando ne sia stato una conseguenza ragionevolmente probabile.
  2. La ragionevole probabilità che quella causa abbia provocato quel danno va intesa non in senso statistico, ma logico: cioè non in base a regole astratte, ma in base alle circostanze del caso concreto.
  3. Ciò vuol dire che anche in una causa statisticamente improbabile può ravvisarsi la genesi del danno, se tutte le altre possibili cause fossero ancor più improbabili, e non siano concepibili altre possibili cause.
  4. Così, ad esempio, se il crollo di un immobile potesse astrattamente essere ascritto solo a sette possibili cause, tra loro alternative, una delle quali probabile al 40%, e le altre sei al 10%, la prima dovrebbe ritenersi “causa” del crollo, a nulla rilevando che le sue probabilità statistiche di avveramento fossero inferiori al 50%, e quindi “improbabili” per la sola statistica.

Nel caso di specie, la Corte di merito oltre l’errore già illustrato, ne avrebbe commesso un altro avendo concluso che sulla causa del danno fossero formulabili solo delle mere ipotesi e che di conseguenza il nesso di causalità non sarebbe stato provato.

Ed, invero, il Giudice di appello aveva rilevato in fatto come, secondo “l’ausiliario del CTU”, le fessurazioni e le rotture del massetto, realizzato con il materiale prodotto dalla società fornitrice, erano dovute ad un eccesso di espansione, a sua volta dovuto alla formazione di ettringite. 

Questo fenomeno, secondo detto Giudice, poteva a sua volta teoricamente essere ascritto a tre “cause alternative o contemporanee”:

  1. una concentrazione di anidride solforosa superiore all’1% nel clinker (ovvero il componente base del materiale);
  2. l’esistenza di microfessure dovute ad “escursioni geotermiche” (ovvero, pare doversi ritenere, della temperatura del suolo);
  3. l’esposizione ad umidità.

Accertato ciò, in fatto, la Corte aveva concluso che sulla causa del danno fossero formulabili solo delle mere ipotesi, e che di conseguenza la prova del nesso non fosse stata raggiunta.

Così giudicando, tuttavia, la Corte d’Appello – dice la S.C. – è incorsa in tre errori, che costituiscono altrettante false applicazioni dell’art. 2043 CC. 

Il primo errore è consistito nel ritenere che una mera ipotesi non sia sufficiente a fondare un giudizio di causalità. Per quanto detto, infatti, anche un evento improbabile può, in concreto e nella singola, specifica vicenda processuale, ritenersi “causa” d’un evento, se tutte le altre possibili cause siano ancor meno probabili.

Il secondo errore è consistito nel ritenere non provato il nesso eziologico tra materiale e danno per il solo fatto di essersi trovata dinanzi a più cause possibili ed alternative.

Per quanto detto, infatti, dinanzi a plurime e possibili cause alternative del danno il Giudice non può sottrarsi al compito di stabilire quale tra esse debba ritenersi quella “più probabile” in concreto ed in relazione alle altre, e non già in astratto ed in assoluto.

 Il terzo errore è consistito nell’avere affermato che le varie ipotesi causali potevano essere anche “concorrenti”  e non averne poi tenuto conto nell’accertamento della causa più probabile.

Per quanto detto, infatti, nel concorso tra cause umane (nella specie, l’ipotizzato difetto di fabbricazione) e cause naturali (le escursioni geotermiche o l’umidità) la responsabilità civile non viene meno né si attenua, sul piano della causalità materiale (altro e diverso discorso afferendo al diverso piano della causalità giuridica).

Annullamento della sentenza, quindi, ed atti al Giudice di rinvio al quale veniva rimessa la valutazione del nesso di causalità sulla base dei seguenti due principi: 

  1. “Il nesso di causa è una costruzione logica non un fatto materiale, pertanto l’affermazione della  esistenza di quel nesso tra una condotta illecita ed un danno costituisce oggetto di un ragionamento logico-deduttivo, non di un accertamento fattuale. Ne consegue che, mentre rispetto a tale ragionamento non sono concepibili questioni di prova, ma solo di coerenza logica, debbono essere debitamente provati i fatti materiali sui quali il suddetto ragionamento si  fonda. La prova di tali fatti può essere data  con ogni mezzo, ivi comprese le presunzioni semplici dal momento che la legge non pone alcuna limitazione al riguardo” 
  2. “Quando un evento dannoso sia ascrivibile a più cause, solo alcune delle quali implicanti una responsabilità civile, il Giudice non può rigettare la domanda risarcitoria per il solo fatto che le possibili cause siano più di una, ma deve accertare in concreto quali, tra le possibili cause, appaia la più probabile. Tale giudizio va compiuto non in astratto ma in concreto ed in relazione alla probabilità relativa che ciascuna ipotetica causa può avere rispetto alle altre.”