Interessi protetti - Successioni, donazioni -  Francesca Zanasi - 27/08/2019

La rappresentazione. Funzionamento dell'istituto e schema grafico riepilogativo

L’istituto della rappresentazione, disciplinato dagli art. 467 c.c. e ss., prevede che il discendente (c.d. rappresentante) sia chiamato a succedere in luogo dell’ascendente (c.d. rappresentato) in tutti i casi in cui questi non voglia o non possa accettare l’eredità o il legato. In particolare, il rappresentante subentra nell’eredità del proprio ascendente, acquistando l’eredità o il legato spettanti al rappresentato, nel luogo e nel grado del proprio ascendente.   

E’ necessario approfondire i presupposti oggettivi e soggettivi dell’istituto in analisi.

Il presupposto oggettivo si ravvisa nelle ipotesi in cui vi sia perdita del diritto a succedere, ipotesi che la dottrina ha individuato nella condanna penale (ex art. 541 c.p.), nella prescrizione del diritto di accettare l’eredità (ex art. 480 c.c.) nella decadenza a seguito di actio interrogatoria (ex art. 481 c.c.), o nel decorso del termine di quaranta giorni dal compimento dell'inventario, là dove il chiamato non sia in possesso dei beni ereditari. A ciò, naturalmente, vanno aggiunti i casi di premorienza (a cui deve essere equiparata la commorienza),  di indegnità e di rinunzia.

Dal punto di vista soggettivo il comma 1 dell’art. 468 c.c. stabilisce che la rappresentazione ha luogo, nella linea retta, a favore dei discendenti dei figli anche adottivi, e, nella linea collaterale, a favore dei discendenti dei fratelli e delle sorelle del defunto. Dunque, affinché il rappresentante possa beneficiare della successione del rappresentato, è necessario che il rappresentato sia legato da vincolo di parentela in linea retta o collaterale con il defunto.

L’indicazione della norma è tassativa e da ciò ne deriva che l’istituto non troverà applicazione ogniqualvolta il rappresentato sia un soggetto diverso da quelli individuati dall’art. 468 c.c. Sul punto è intervenuta la Suprema Corte, con sentenza n. 5508/2012, per far chiarezza sui presupposti soggettivi della rappresentazione. La Cassazione, in particolare, ha statuito che, (i) poiché il coniuge non rientra, in base agli artt. 467 e 468 c.c., tra i soggetti per i quali opera la rappresentazione e che (ii) l’indicazione degli stessi (a favore dei quali ha luogo la successione per rappresentazione) è da considerarsi tassativa in quanto risultato d’una precisa scelta operata dal legislatore,  non sussistono i presupposti per applicare l’istituto della rappresentazione quando la persona cui ci si vuole sostituire non è un discendente, fratello o sorella del defunto, ma il coniuge di questi (conforme anche Cass. 30-5-1990 n. 5077).

In merito agli effetti della successione per rappresentazione si rileva che il rappresentante, pur succedendo direttamente al de cuius e iure proprio, subentra nel luogo e nel grado del rappresentato e quindi gli viene devoluta tutta l’eredità che l’ascendente avrebbe ricevuto e, nell’ambito della posizione gerarchica dei successibili, egli si colloca là dove il rappresentato si sarebbe trovato se avesse partecipato alla successione.

Da ciò deriva che il rappresentante, da una parte, potrà agire in riduzione qualora l’ascendente sia stato pretermesso o la sua quota di riserva risulti lesa; dall’altra, sarà tenuto sia ad imputare e collazionare le donazioni e i legati di cui il rappresentato abbia beneficiato. Ulteriore conseguenza del fatto che il chiamato in rappresentazione eserciti un diritto proprio successorio e succeda direttamente al de cuius si traduce nella irrilevanza della sua posizione successoria rispetto al rappresentato e quindi della sua eventuale rinunzia o della sua incapacità o indegnità a succedere nei confronti del rappresentato stesso.