Lavoro - Lavoro -  Michele Delrio - 17/03/2020

La salute e la sicurezza dei lavoratori e la tutela della privacy in epoca di Covid - 19

La recente emergenza sanitaria internazionale, scaturita dall’incontrollato evolversi del Covid - 19 cd “Corona Virus”, ha fatto emergere i limiti di un’adeguata risposta in materia di mantenimento dell’epidemia, a garanzia della salute pubblica, rispetto alla tutela della privacy del singolo cittadino.

Tale possibile contrasto ha posto ancora più impegnativi quesiti in ambito aziendale e si è acuito nel caso dei lavoratori dipendenti, con alcuni Datori di Lavoro che si sono trovati per diversi giorni in una vera e propria “impasse” normativa.

A seguito dei primi provvedimenti governativi, D.P.C.M. del 01/03/2020 – D.P.C.M. del 04/03/2020 poi abrogati dal successivo D.P.C.M. del 08/03/2020 – D.P.C.M. del 09/03/2020 – D.P.C.M. del 11/03/2020, soprattutto il mondo del lavoro si è ritrovato a fronteggiare il nuovo virus cercando di arginarne l’espansione.

In via generale, in materia di sicurezza sul posto di lavoro, sono l’art. 2087 del Codice Civile, il TU 81/2008 e l’art. 25 septies ex D. Lgs. 231/2001 a prescrivere espressamente in capo al Datore di Lavoro l’adozione di ogni idonea misura per la tutela della salute dei propri lavoratori.

Sul punto, le misure preventive  che il singolo imprenditore ha iniziato ad adottare potevano essere le più molteplici: dall’invito ai consulenti provenienti dalla cd. “zona rossa” a non recarsi in azienda, alla compilazione di veri e propri questionari circa i luoghi di recente frequentati dal lavoratore, fino al controllo della temperatura corporea all’ingresso dell’azienda ai propri dipendenti.

Tutto ciò poteva rientrare nelle cosiddette “misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro” così come contemplato dal sopra citato art. 2087 c.c.

La doccia fredda è però arrivata dal Garante per la protezione dei dati personali che, con provvedimento del 02/03/2020, ha espressamente  statuito che “I datori di lavoro devono (…) astenersi dal raccogliere, a priori e in modo sistematico e generalizzato, anche attraverso specifiche richieste al singolo lavoratore o indagini non consentite, informazioni sulla presenza di eventuali sintomi influenzali del lavoratore e dei suoi contatti più stretti o comunque rientranti nella sfera extra lavorativa.

Il Garante motivava tale provvedimento riservando ai soli soggetti “che istituzionalmente esercitano queste funzioni in modo qualificato”  il perseguimento delle “finalità di prevenzione dalla diffusione del Coronavirus”.

Se da un lato il Garante ricordava, tramite il suo provvedimento, il più generico obbligo in capo ai lavoratori di segnalare qualsiasi situazione di pericolo per la propria salute e la sicurezza sui luoghi produttivi ai rispettivi Datori di Lavoro, dall’altro prevedeva per questi ultimi l’obbligo di astenersi dall’ “ effettuare iniziative autonome che prevedano la raccolta di dati anche sulla salute di utenti e lavoratori che non siano normativamente previste o disposte dagli organi competenti”.

Il possibile contrasto tra l’esigenza del Datore di Lavoro di vedersi tutelato da possibili contestazioni in materia di salute e sicurezza sul posto di lavoro, rilevanti anche in termini di compliance aziendale, ed eventuali segnalazioni al Garante per la protezione dei dati personali, ad opera dei lavoratori,  è stato quantomeno arginato, per non dire superato, dal Protocollo per la sicurezza nelle aziende siglato da Governo e parti sociali il 14/03/2020.

In tale protocollo infatti, pubblicato per linee guida sul sito del Ministero della Salute e rinvenibile per intero nell’allegato pdf sul sito di Confindustria, è espressamente previsto in materia di “Controlli all’ingresso dell’unità lavorative” che “Il personale, prima dell'accesso al luogo di lavoro, potrà essere sottoposto al controllo della temperatura corporea”.

Via libera dunque a quegli imprenditori che vogliono misurare la febbre ai propri lavoratori anche se con le dovute accortezze.

E’ sul punto, direttamente il protocollo con una nota a margine, a suggerire di rilevare a temperatura e non registrare il dato acquisito o meglio di fare ciò “solo qualora sia necessario a documentare le ragioni che hanno impedito l’accesso ai locali aziendali”.

La rilevazione della temperatura corporea costituisce infatti un trattamento dei dati personali e, pertanto, deve avvenire, nel rispetto di quanto disposto del Reg. Ue. 679/2016 in materia di protezione dei dati personali.

Sarà necessario quindi fornire l’informativa sul trattamento dei dati  personali, informativa che “con riferimento alla finalità del trattamento potrà indicare la prevenzione dal contagio da COVID-19, mentre con riferimento alla base giuridica potrà riportare l’implementazione dei  protocolli di sicurezza anti-contagio ai sensi dell’art. art. 1, n. 7, lett. d) del DPCM 11 marzo 2020 e con riferimento alla durata  dell’eventuale conservazione dei dati si può far riferimento al termine dello stato d’emergenza”.

Infine, per limitare i contatti con i fornitori esterni, sempre secondo il sopra citato protocollo grava sull’azienda “individuare procedure di ingresso, transito e uscita, mediante modalità, percorsi e tempistiche predefinite“ al fine di ridurre le occasioni di contatto con il personale.

Nelle diverse interpretazioni di questi giorni, il Governo è riuscito quindi in definitiva ad intervenire per provare a chiarire quali misure porre in essere sul posto di lavoro.