Interessi protetti - Interessi protetti -  Michela Del Vecchio - 29/02/2020

La scelta del medico nella volontà del morire – Modifiche all’art. 17 del Cod. Deont. Medica

Il  6 febbraio 2020 la Federazione degli Ordini dei Medici ha approvato all’unanimità la modifica dell’art. 17 del Codice di Deontologia Medica che, prima dell’intervento in esame, era rubricato “Art. 17 Rispetto del cittadino” e testualmente disponeva che “il medico nel rapporto con il cittadino deve improntare la propria attività professionale al rispetto dei diritti fondamentali della persona”.

La lettura della norma, così come modificata, permette alcune riflessioni sia sul titolo dato alla norma medesima, “atti finalizzati a provocare la morte”, apparentemente in contrasto con il dovere medico di tutela della vita sia sul contenuto della norma e sulla scelta libera del medico di “.. agevolare, sulla base del principio dell’autodeterminazione, il proposito di suicidio …” valutando caso per caso la sussistenza dei presupposti indicati dalla Corte Cost. 242/19.

E forse, per chiarezza, occorrerebbe tornare a leggere proprio la decisione della Consulta per comprendere quale portata possa avere la norma deontologica indicata.

La Corte Costituzionale, nella decisione indicata nella norma in commento, ha rimarcato quanto sia importante il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo escludendo che gli artt. 2 CEDU e 2 Cost., possano essere interpretati, in virtù del diritto all’autodeterminazione individuale (contra invece, ad una prima lettura, la norma deontologica in commento), nel senso diametralmente opposto ovvero nel senso di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire.

Vi è tuttavia, come specificato dalla stessa Corte, un’area residuale, limitata e circoscritta, di “volontà del morire” che è quella della persona affetta da patologia irreversibile; sofferente in modo intollerabile nel fisico e nella mente (“e” non “o”); tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale; capace però di prendere decisioni libere e consapevoli.

Requisiti, questi, secondo la Corte, la cui coesistenza potrebbe diversamente far riflettere sulla cogenza dell’art. 580 c.p. creando un’area (anch’essa dunque residuale – circoscritta e limitata) di non punibilità per colui che si adoperi a facilitare i propositi di interruzione della vita.

L’intollerabilità delle sofferenze patite è l’ulteriore requisito che, in concorrenza con gli altri, può far ipotizzare la presenza di quella ben definita area della “volontà del morire” e ciò soprattutto nell’epoca moderna in cui – come evidenziato dalla stessa Corte –  la scienza medica e la tecnologia sono spesso capaci di strappare alla morte pazienti in condizioni estremamente compromesse senza però restituire loro una sufficienza di trattamenti vitali.

Ebbene è proprio su questi ultimi aspetti che sarebbe stato opportuno che, in una riforma del disciplinare medico, si fosse fatta chiarezza,

Innanzitutto, infatti, sarebbe stata auspicabile la domanda sul “quanto” e “fino a quando” sia giustificato e costituisca un vero e proprio dovere del medico intervenire per “strappare dalla morte” una persona omettendo sovente di considerare, nell’emergenza ed urgenza di quegli atti di intervento, che si interviene non meramente su un corpo ma su una “persona” appunto. Eccessi di cure spesso, come noto, non hanno una reale utilità e provocano solo sofferenza ulteriore.

Possiamo chiamarlo accanimento terapeutico o diagnostico ma certamente non possiamo non allarmarci della circostanza che in questi casi manca una considerazione nel medico dei limiti della “cura” che, proprio come il suo codice deontologico prescrive (e lo stesso art. 17 come modificato), non deve prevalere a tutti i costi sulla qualità della vita del malato.

E l’importanza della qualità della vita del malato a fronte delle sofferenze intollerabili (costituendo proprio quelle sofferenze – si ripete sovente non provocate solo dalla malattia stessa ma anche da un eccesso di cura – un minus della qualità della vita dei malati) ha permesso alla stessa Corte Costituzionale di tornare sulla rilevante importanza della Legge 38/10 al fine di evitare abusi sulle persone vulnerabili offrendo al contrario loro un aiuto per affrontare, insieme ai loro familiari ed alle persone care, la sofferenza stessa con tutte le possibili variabili ivi compresa la sospensione stessa, come indicato anche nell’art. 2 della Legge 219/17, dei trattamenti vitali allo scopo di alleviare le sofferenze.

Non sarà certo mai chiesto dunque al medico di mettere a disposizione della persona sofferenze trattamenti diretti non ad eliminare la sofferenza ma a determinare la morte della persona (di qui l’improprietà del verbo “agevolare” contenuta nell’articolo del codice deontologico in commento).

Nell’ottica proprio di tale ultima osservazione dovrebbe forse leggersi la norma deontologica in commento che, come già incidentalmente osservato, appare scritta con discutibile scelta terminologica partendo dal titolo “atti finalizzati a provocare la morte” in aperto contrasto con il prioritario dovere del medico di rispettare la vita.

Sarebbe stato, con ogni probabilità, più opportuno lasciare l’articolo con l’iniziale titolo del “rispetto dei diritti dei cittadini” considerato che, nel contenuto, si tratta della scelta libera del medico di rispettare l’autodeterminazione individuale del malato e che la “valutazione caso per caso” e le scelte conseguenti che il medico deciderà di adottare non saranno mai finalizzate “a provocare la morte” bensì al rispetto della dignità della persona.

Certamente la persona sofferente che versa nelle condizioni indicate dalla Corte Costituzionale nella decisione commentata ha il diritto assoluto, soggettivo, personalissimo di entrare in un percorso di cure palliative che risponda ai suoi bisogni e che rispetti il progetto esistenziale individuale con interventi complementari di carattere medico assistenziale e giuridico sociale.

Ciò consentirà di attuare i diritti del morente ovvero il diritto di essere indicato persona fino alla morte; di non subire interventi che prolunghino il suo morire; di essere sempre informato (se tale è la sua volontà) sulle sue condizioni; di non essere ingannato ricevendo al contrario risposte sempre veritiere; di partecipare alle decisioni che lo riguardano e al rispetto della sua volontà; di poter esprimere le sue emozioni; di ricevere il conforto psicologico e spirituale (secondo le sue convinzioni e la sua fede); di non morire nell’isolamento e nella solitudine; di morire in pace e con dignità (cfr Carta dei Diritti del Morente – Fondazione Floriani – 15 maggio 1997).

Evidente che, come sottolineato dalla Società Italiana di Cure Palliative nel comunicato del 4 ottobre 2019, occorre strutturare un appropriato sistema di cure palliative che si sviluppi attraverso una rete di servizi assistenziali (ambulatoriali, domiciliari, ospedalieri, residenziali) che coinvolgano un’equipe specialistica in cui approcci assistenziali, rapporti deontologici e responsabilità professionali siano garantiti secondo il grado di complessità dei bisogni del malato.

Tale la raccomandazione emersa anche dal parere del Comitato Ministeriale Salute Cure Palliative già nel luglio 2018 per malati anche non neoplastici e che, soprattutto dopo la modifica (discutibilmente scritta) dell’art. 17 del Codice di deontologia medica, diventa ancor più stringente in considerazione della necessaria costituzione pressi i presidi Asl di comitati etici volti a collaborare nella valutazione caso per caso delle “aree della volontà del morire” come indicato dalla Corte Costituzionale,