Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato -  Barbara Maria Grana - 05/11/2019

La sentenza n.40438/19: non è reato il furto di animali per sottrarli da maltrattamenti

La Corte di Cassazione con la sentenza n. 40438/19 ha annullato la condanna di alcuni animalisti che lo scorso 12 aprile avevano sottratto 67 cani di razza beagle dall’allevamento della Green Hill nella provincia di Brescia.
L’allevamento era un vero lager, destinavano gli animali alla sperimentazione ed ai laboratori di vivisezione, effettuando sugli stessi delle pratiche inumane, costringendoli a vivere stipati in capannoni in condizioni non igieniche. Questa situazione ha portato le associazioni animaliste ad insorgere per bloccare una volta per tutte questo assurda ed intollerabile crudeltà  contro gli animali.
Gli animalisti sono stati condannati per avere rubato e non liberato degli animali, equiparando il furto di animali, al furto in abitazione pluriaggravato, questo perché i cani erano stati sottratti da uno stabilimento di proprietà della persona offesa, riconoscendo comunque l’attenuante ex art. 61 n. 2 c.p. nell’avere agito ispirandosi a motivi di particolare valore morale e sociale.
Gli imputati ricorrendo in Cassazione lamentavano la mancanza del dolo specifico, richiesto dalla norma, l’impossessamento degli animali da parte degli imputati non sarebbe stato animato dal fine di conseguire dagli stessi una qualsivoglia utilità economica.
Il dolo specifico di cui all’art. 624 – bis c.p. si indentifica nel fine di profitto che deve perseguire il soggetto agente, quindi nella possibilità di far uso della cosa sottratta in qualsiasi modo apprezzabile sotto il profilo dell’utilità economico-patrimoniale, quindi un’attività ulteriore rispetto all’impossessamento.
 Non si comprende quale vantaggio avrebbero potuto ricavare gli attivisti, mancando inoltre la premeditazione dell’azione.
La Corte suprema  afferma l’assenza del dolo nel liberare gli animali sottoposti a maltrattamento avendo loro agito con l’unico scopo di salvare i cani dalla prigionia.
Per tale motivo la Cassazione annulla la sentenza e la rimette ad una nuova decisione della Corte d’Appello.