Deboli, svantaggiati - Malati fisici, psichici -  Gemma Brandi - 07/04/2019

La separazione mortale: prove di rafting ad alto rischio

Come offrire una collaborazione sapiente al Giudice

Quando due individui che si amarono decidono di amputare una parte della loro vita, separandosi, si impone una furia che fa somigliare lo status di quelle vite al canyon nel quale diversi fiumi convergono in rapide impetuose, buone per il più impavido dei rafting. E per quante precauzioni si prendano, il rischio di un trauma resta altissimo, specie se uno dei membri dell’equipaggio decide di sabotare l’imbarcazione sulla quale, quella che fu una famiglia, si trova a destreggiarsi insieme, suo malgrado. Si tratterebbe in ogni caso di un viaggio irto di ostacoli, ma il percorso diventa esiziale nel caso in cui a bordo ci sia un sabotatore.
    Come sabotare la zattera giocoforza condivisa, quando si hanno dei figli? Le strategie sono senza dubbio innumerevoli, ma la più temibile è la minaccia che, con una perversa carambola, sposta il tiro dal partner di un tempo alla prole. Una simile minaccia prosciuga la serenità del genitore che sente sfidato il benessere dei figli, non sempre inducendolo a proteggerli come si dovrebbe. Rammento il caso del piccolo molestato dalla nuova compagna di un padre superficiale, che non fu semplice mettere al riparo da odiose interferenze con il suo sviluppo, vista la stupefazione terrorizzata della madre, vittima di una insicurezza conculcata da un marito millantatore e assai poco interessato al benessere dei figli.
L’attacco può transitare anche per il gratuito screditamento di un genitore attivato dall’altro, all’interno di un bullismo parentale che riesce a imporsi. La spinta aggressiva raggiunge vette che potrebbero sembrare inaccessibili. Memorabile il caso di una madre che incolpò il padre e il nonno paterno di molestie in danno di figli/nipoti. I piccoli furono chiamati a rivestire il ruolo di accusatori improbabili. Dalla escalation rocambolesca degli addebiti portati -che nondimeno apparvero credibili a taluni dei soggetti titolari del giudizio, in un andirivieni di richieste di archiviazione da parte del Pubblico Ministero e di riapertura da parte del Giudice, seguite a cambiamenti dell’uno e dell’altro, da fare accapponare la pelle- si salvò il nonno, ma non il padre che subì una pesante e infamante condanna in primo grado, costruita su deboli fondamenta, a dimostrazione del carattere tentacolare della perversione della scena che si impone in frangenti estremi, specie se i Consulenti non riescono a mettere a fuoco la dinamica che sottende il rovesciamento della verità, che consiste nella reificazione cinica dell’altro, ossia nella trasformazione, delle persone coinvolte, in cose, con quanto ne consegue di male immediato e futuro.
Che, condotte tese a sfilacciare il legame del figlio con il genitore assaltato, non producano quella che alcuni si sono ostinati a descrivere come PAS (Sindrome da Alienazione Parentale), nulla toglie al loro effetto traumatico e al danno che ne deriva. Trattare il bambino come merce, come cosa priva di diritti e sentimenti, distorce la sua crescita. Chi perverte la scena deforma le vite degli esseri coinvolti, e può corrompere anche la prospettiva del giudicante, in una ascesa inarrestabile del contagio. Una cosa apparentemente innocua quale il fatto di presentare un bambino che soffre e ha dei limiti come più capace di quanto non sia, beninteso nel tempo trascorso con il genitore che si autoproclama l’optimum, costituisce una strategia di sovvertimento della realtà che non fa certo bene alla prole.
    E se pure la distorsione personologica non raggiungesse il vertice psicotico, per il bambino costituisce un danno il fatto stesso di occupare una posizione troppo adulta, di prendere lui le redini del gioco, di abbandonare in anticipo la deresponsabilizzazione infantile per diventare l’ago della bilancia di un rapporto parentale sbilanciato, per caricarsi di una autorità cui nessuna autorevolezza può corrispondere. Tale perdita della ingenuità coincide con la perdita della libertà e della creatività, danni la cui riparazione è, se non impossibile, certo assai ardua e incerta.
    È vero poi che i bambini mantengono un legame significativo, se quel legame c’era, se non era stato messo a dura prova da indifferenza, abbandoni, soprusi. Ne diede prova la piccola che riuscì a ripristinare la propria convivenza con il padre che una madre malata e i suoi terapeuti avevano additato come un mostro. Ella anzi, a sei anni, riabilitò la famiglia paterna ingiustamente disonorata per presunte, inconsistenti efferatezze, tirandosi fuori dal luogo per l’infanzia abbandonata e sofferente nel quale l’avevano costretta a vivere per anni la follia materna e l’insipienza dei servizi, e riuscendo a intraprendere il percorso scolastico elementare all’interno della sua famiglia, dopo tre anni di sgomento, tra minori soli o disturbati -categorie alle quali non apparteneva. A tale orrore era sopravvissuta grazie alla semplicità della testimonianza di un affetto paterno paziente e privo di cedimenti e alla sua resilienza. Va detto che il Giudice e il Consulente la ascoltarono e credettero in lei, buttando per aria il castello di false accuse costruito fondamentalmente a suo danno.
    Per non essere catturati nella rete che trasforma in pupi gli esseri umani coinvolti, è indispensabile che su queste situazioni intricate posi lo sguardo chi è formato a disvelare il gioco al rialzo della perversione, mentre sempre più spesso, un compito eminentemente clinico, viene delegato ai test. Il Consulente Tecnico di professione può solo dare ad intendere, al giurista profano della materia, di essere in grado di confezionare un pacchetto reso convincente dalla presunta scientificità della rilevazione, eppure del tutto inutile come strumento di riduzione del danno, in quanto non fornisce una interpretazione che tenga e disegni una rotta utile a chi paga il prezzo più alto. Tale obiettivo, lo si può conseguire soltanto rompendo la dinamica del burattinaio, tagliando i fili di un controllo destinato, tanto più si mantiene nell’ombra, a produrre perdizione.
    La cosa davvero importante è che si ponga fine alla dicotomia tutta italiana tra assessment psicologico/psichiatrico forense e competenza clinica. Quest’ultima non è altro che la capacità di formulare una diagnosi, vuoi pure in negativo, di distinguere i bisogni, dopo avere ascoltato, compreso e interpretato le dinamiche che muovono i soggetti da esaminare. Sostenere che la diagnosi si fa in ospedale, è un grossolano errore. La diagnosi va formulata anche in ambito peritale, trattandosi della vera conoscenza altra, messa al servizio della Magistratura da professionisti formati, appunto, alla diagnosi, alla prognosi e alla terapia delle situazioni che producono sofferenza, oltre che delle persone che attraversano detta sofferenza. Il compito del Consulente non può, né deve essere mimetico rispetto a quello del Giudice, e tantomeno asservito a quest’ultimo.
    Circa la guerra dichiarata alla diagnosi di PAS da Maria Serenella Pignotti nel suo libro I nostri bambini meritano di più, oltre a non potere che convenire con lei quanto al fatto che detta diagnosi non sia riconosciuta dal DSM-5, il Manuale Diagnostico Statistico dei Disturbi Mentali, occorre sottolineare un rapporto tra questa invenzione nosografica e, da una parte l’eccesso di giuridificazione nel campo delle separazioni coniugali e il carattere rigido che è andato assumendo il concetto di bigenitorialità costi quel che costi, dall’altra la tendenza a inquadrare, sebbene in maniera pseudoscientifica, sindromi che siano al servizio dei due trend appena indicati. Tale rapporto è contenuto nella seguente proporzione:
Bigenitorialità : PAS = Giuridificazione gratuita : Proliferazione diagnostica strumentale.
    Lavorare a una etica della consulenza e del giudizio nei casi di separazione complicata potrebbe sembrare pleonastico, ma c’è da temere che non lo sia. Chi si occupa del settore ribadisce di avere a cuore l’interesse del bambino. Questa dichiarazione di intenti somiglia assai più a un mantra che a un autentico percorso di protezione dei piccoli dal trauma che è tale perché ne sono causa figure significative. Appare, inoltre, illogico sostenere che si punta al bene dal minore, mentre si congegnano dispositivi strampalati che sembrano volere punire fondamentalmente i genitori: quale gratuita complicazione della vita di padre e madre potrà giovare ai figli? E ancora, si pretende di fare l’interesse della prole nell’assegnarle la prerogativa di vivere nella casa degli ex-coniugi. Non c’è niente di più falso. Quello che appare un sacrosanto diritto diventa lo snodo di una guerra infinita che farebbe ben dire al bambino, se solo potesse, “maledetta quella casa!”. Occorre quindi andare oltre le ovvietà trite e ritrite dell’oggi e farsi meno conformisti per affrontare le rapide di un passaggio esistenziale tutt’altro che consuetudinario.